Il leninismo della libertà

“Libertà di discussione, unità d’azione: ecco che cosa dobbiamo ottenere….. E’ questo un principio nuovo nella prassi del nostro partito, ed è quindi indispensabile lavorare a fondo per la sua coerente applicazione… per non violare l’unità d’azione del proletariato” (Lenin, Relazione sul Congresso di Unificazione del Partito Operaio Socialdemocratico Russo1906)

“Il principio della democraticità del dibattito non esonera dalla responsabilità di assumere decisioni finali. E una volta che tali decisioni siano state assunte, all’unanimità o a maggioranza, esse acquistano carattere vincolante per chiunque faccia parte del PdL, sia che le abbia condivise, sia che si sia espresso in dissenso” (Autore anonimo, Mozione della Direzione del Popolo della Libertà 2010)

Più di un secolo e non sentirlo.


23 Responses to “Il leninismo della libertà”

  1. Maurizio scrive:

    Un conto è la dialettica interna, anche vivace, un altro sono le critiche strumentali o le posizioni al di fuori del programma del partito (vedasi immigrazione).
    In questo caso si può ottenere la sfiducia all’attuale leader, ottenendo la MAGGIORANZA ALL’INTERNO DEL PARTITO.
    Oppure si tolgono le tende e si va a chiedere all’elettorato il mandato per il proprio programma.
    Altre strade io non ne vedo, parlare di leninismo mi pare assolutamente fuori luogo.

  2. Roby scrive:

    Sapete che il metodo da voi utilizzato nel post è un classico strumento delle dittature?

    Citare due frasi in contesti diversi, e francamente diverse, per fare paragoni che chiaramente sono inapproppriati.

    Anche perché non nuovi, qualcuno dovrebbe chiarire perché finora è rimasto in un partito che ora gli sembra il demonio peggio del PD. Coerenza non fu mai di casa.

    Comunque da liberale penso che Von Hayek a leggere certi articoli del sito si rivolterebbe nella tomba.

    Le correnti sono state sempre il cancro per la politica italiana della prima repubblica: ingovernabilità, spartizione di poltrone e goveni semestrali.
    Come la mettete per esempio con gli accordi sottobanco con un partito dell’opposizione? Vi sembra liberale? o giochetti da prima repubblica?

  3. John Falkenberg scrive:

    C’è anch eun riferimento a “servire il popolo” . D’altronde, questo è quello ch eaccade quando si subappalta la rinascita della destra italiana ad un gruppo di scarti dell’estrema sinistra, lobotomizzando una tradizione di due secoli.

  4. claudio scrive:

    Lo faceva notare già Repubblica, ma era curiosissima quella cosa di “servire il popolo”, frase contenuta nella mozione finale, ma anche nome di un giornale e di un partito maoista che negli anni ’70 organizzava i matrimoni comunisti, discuteva se far abortire a una compagna oppure approfittarne per crescere un pargolo marxista-leninista e amenità del genere, che solo chi cambiò poi idea può capire… chi negli anni ’70 non era comunista non potrà mai accedere a cotanta scienza… e Servire il Popolo era diretto da Aldo Brandirali, che adesso è consigliere comunale a Milano per……. il PDL!!!!!!

    Eheh!

  5. a Napoli si dice: se n’è gliut’ caric’ ‘e meraviglia (trad. dal napoletano: se ne è andato visibilmente sorpreso) :-D

  6. bill scrive:

    Fatemi capire: volete un partito o un bordello, dove a turno uno si alza la mattina e decide che da domani si fa il contrario non solo di quello che si è detto fino a ieri, ma pure di quello per cui si è stati eletti?
    Quante linee e quanti programmi dovrebbe avere un partito, venticinque?
    Avete come modello il PD, che cambia segretario ogni quarto d’ora dicendo tutto e il contrario di tutto?
    Avanti così, tanto ne abbiamo ancora molto di tempo da perdere..

  7. Avere opinioni diverse in un partito e’ la base della democrazia , le correnti acquistavano potere in modo non etico , sotteraneo, nascosto forse , ma le correnti sono el basi della democrazia

  8. Claudio Saragozza scrive:

    Insomma trovo davvero grottesca l’idea di imporci Fini come leader dei liberali.Forse lo sarà per chi ambisce a qualche fetta di potere,non certo a chi Von Hajek,Mises,…,li hanno capiti e non solo letti come probabilmente ha fatto Fini sopra un riassunto frettoloso che qualcuno gli ha procurato.
    Fini parla di democrazia.E dov’era la democrazia in AN quando decideva le nomine dall’alto o quando rinnegava i suoi valori,i valori della destra come la famiglia,la sicurezza,l’immigrazione,ecc..ecc..?Tutti temi abdicati a favore della tanto odiata Lega che ha solo raccolto il suo elettorato.
    Dov’era la democrazia interna per Fini quando decise unilateralmente di confluire dentro il PDL?
    Ve lo dico io.Fini non è credibile e da buon statalista(altro che liberale,sich), qual’è,sta cercando di bloccare le riforme della giustizia e del federalismo,sperando di incassare a breve la nomina a Presidente della Repubblica .Dopo un ex comunista..va da se che…

  9. Premesso che mi trovo d’accordo con il buonsenso di Maurizio, tra le tante citazioni deliranti di Vladimir Ilic Ul’Janov Lenin figura anche questa sulla sua concezione di libertà: “E’ vero che la libertà è preziosa: così preziosa che va razionata”.
    Anche Josef Stalin e Mao ne hanno avuto delle belle ed ugualmente deliranti, ma non voglio annoiarvi.

  10. la nuova democrazia interna (e la nuova politica all’esterno) è in gestazione. La gravidanza va bene, nonostante l’aria inquinata a cui è esposta la gestante. C’è chi vuole una IVG a tutti i costi: per evitare il dolore della scoperta della nuova Italia possibile…;-)

  11. iulbrinner scrive:

    L’accostamento tra le due frasi, contenuto nell’articolo, sarebbe suggestivo se si volesse dare alla prima delle due una qualche fondatezza nei fatti storici.
    Ossia, se esprimesse effettivamente, ciò che è stato il centralismo decisionale sovietico nella realtà vera; meglio noto come totalitarismo.
    Se qualcuno saprà documentare che i bolscevichi – visto che si parla del 1906) ammettevano “libertà di discussione” (quello che un giorno sarebbe stato chiamato dissenso e normalizzato con i gulag e la psichiatria) all’interno della loro rivoluzione d’ottobre, allora l’accostamento sarebbe, forse, plausibile.
    In caso contrario mi sembra un falso accostamento e significa ben poco.

  12. Patrizia Franceschi scrive:

    Sono d’accordissimo con Maurizio. La Democrazia c’è quando si duscute (possibilmente non per 20 anni) all’interno di un partito, ma poi SI DECIDE e si attua ciò che è stato deciso. Chi vince vince chi perde se ne fa una ragione!Patrizia F.

  13. roberto scrive:

    Se le riforme della Lega sono le insegne in dialetto siamo messi male! E poi che mele c’è avere delle idee diverse sull’immigrazione, l’importante semmai è che se ne discuta. Le correnti, almeno di pensiero, sono un simbolo di dinamismo in un partito. Quello che è importante è che alla fine si trovi una soluzione condivisa e non una soluzione adottata a danno di qualcuno. Un partito non è un’azienda con azionisti di maggioranza e di minoranza.

  14. Luca Cesana scrive:

    no comment a quasi tutti i commenti, per compassione

  15. Gionata Pacor scrive:

    Per me le due frasi sono ineccepibili. Significano semplicemente che il partito decide a maggioranza e poi, una volta deciso a maggioranza, si lavora tutti assieme per gli obbietivi fissati. Altrimenti non si fa un partito.

  16. Andrea Ruini scrive:

    A parte il fatto che gli organi attuali del PDL, sia nazionali che locali (regioni, province e comuni) non mi risulta siano stati eletti da congressi a cui abbiano partecipato gli iscritti al PDL, e che quindi parlare di maggioranze e minoranze è assolutamente “virtuale”, in Europa in tutti i partiti liberali, moderati e conservatori è prevista la presenza delle correnti, che in modo trasparente operano come correnti di idee e non come gruppi di potere. Vietando le correnti il PDL si pone al di fuori di questa tradizione democratica. Il documento approvato dalla direzione è lontano anni luce da una concezione liberale della politica (servire il Popolo!). Cosa molto spiacevole anche per noi liberali, che difficilmente potremo costituire un partito liberale DOC, e che nel PDL potremo portare avanti le nostre idee solo costruendo il consenso dei militanti e degli iscritti al partito. Al momento questa sembra però fantascienza.

  17. iulbrinner scrive:

    @Andrea Ruini, che scrive: “…Vietando le correnti il PDL si pone al di fuori di questa tradizione democratica”.

    A me non sembra che le correnti siano espressione di qualche tradizione democratica, tranne quella dell’ex DC.
    Inoltre, il fatto che siano ammesse in Europa – ma dove? al parlamento europeo, forse – non significa, ipso facto, che le correnti siano giuste.

    Comunque, sul malinteso significato del termine “liberale” – utilizzato spesso a sproposito – che spesso si legge qua e là, suggerisco un interessante articolo di D. Cofrancesco, pubblicato su L’Occidentale, a questo link:
    http://www.loccidentale.it/articolo/qualcuno+ci+salvi+dal+liberalismo+all%27italiana+e+dai+nuovi+adepti+della+rivoluzione+liberale.0089849

  18. Andrea Ruini scrive:

    Veramente in tutti i partiti della prima repubblica, con l’unica eccezione del Partito Comunista Italiano, c’erano le correnti, non solo nella DC: c’erano correnti nel PSI (la corrente autonomista di Nenni contro la corrente di sinistra), nel PRI (La Malfa contro Pacciardi), nel PLI (la corrente conservatrice di Malagodi contro i progressisti di Zanone) ecc. Se guardiamo all’UMP di Sarkozy, nata dalla fusione di gollisti e liberali, vediamo che ci sono le seguenti correnti interne; Conservatori liberali, Gollisti, corrente della destra, erede del RPR, Liberali, corrente liberale degli ex UDF, Centristi democristiani, erede dei democristiani ex UDF, Conservatori indipendenti, Polo sociale, Ecologisti.
    Molti vedono con sfavore le correnti perchè pensano al “correntismo”, alla degenerazione delle correnti che c’è stata nell’ultima fase della prima repubblica. Ma le correnti sono degenerate perchè i partiti che le ospitavano sono degenerati. Invece, se un partito è sano, lo saranno anche le correnti. E’ importante che le correnti non degenerino, ma proibirle formalmente nello statuto è un rimedio peggiore del male. Significa che nel partito c’è un leader e i dirigenti/militanti/iscritti hanno la possibilità di applaudire il leader o andarsene. In nessun partito europeo funziona così.

  19. iulbrinner scrive:

    Veramente in tutta la prima repubblica i governi duravano, in media, una cinquantina di giorni.
    Se si deve tornare a questo, allora siamo davvero a cavallo….

  20. Andrea Ruini scrive:

    Solo per la precisione, nella prima repubblica i governi duravano un anno in media, e i motivi dell’instabilità risiedevano nel loro carattere di coalizione (DC più i tre partiti laici nel centrismo, DC più socialisti, socialdemocratici e repubblicani nel centrosinistra). Comunque la si veda, ho fatto anche l’esempio dell’UMP, diviso in numerose correnti, senza che questo abbia provocato instabilità di governo. In tutti i partiti europei c’è una articolazione interna, che li arricchisce, non li impoverisce.
    Sul tema è interessante l’articolo di Salvatore Sechi sul sito http://www.ffwebmagazine.it, dal titolo “PDL: smettiamola con la caccia alle streghe”.

  21. salvatore sechi scrive:

    Caro Ruini, grazie per la egnalazione del mio pezzo sul “Secolo d’Italia”. Mi permetto di rimandarti all’analisi più ampia che ho fatto nell’articolo pubblicato oggi, sempre sul Secolo,, “Ma anche Lenin ammetteva che le minoranze ecc.”.
    Buon lavoo e a prfesto
    salvatore sechi

  22. Francesco scrive:

    Che in un partito come il PdL qualche singolo esponente possa sporadicamente dissentire su decisioni relative a punti non compresi nel programma di governo, e per questo non già sottoscritti, è del tutto naturale. Quando tuttavia la cosa avviene sempre da parte dello stesso esponente, e per di più in maniera pressocchè sistematica, i casi sono due: o vi è una pura volontà di molestia legata a necessità psicologiche personali, oppure il soggetto in questione si trova a militare (per qualche oscuro motivo) nel partito sbagliato, poichè a quel punto è plausibile che i motivi di divergenza si collochino in realtà molto a monte, coinvolgendo i principii fondanti del partito stesso. In entrambi i casi la soluzione più opportuna e naturale sarebbe l’uscita (rapida!) del soggetto dal partito. Ora, nella fattispecie finiana, ricorderei che ci troviamo di fronte a un postfascista che deve tutta la propria presentabilità a Silvio Berlusconi (in primis), ed essenzialmente a quello che dice di non essere più, in una definizione, dunque, formalmente negativa, che la dice lunga sullo spessore politico del personaggio. Da questo punto di vista, comunque, c’è una cosa che Fini non è oggi e non è stato mai: un Liberale. Dichiarazioni circa la non abilità di un gay a fare il maestro, o dell’opportunità che un politico non diserti pubblicamente referendum per non assumere comportamenti “diseducativi” verso il popolo, ne sono prova convincente.

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