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Bozza Calderoli? Altro che modello francese, Guzzetta ci spiega perchè è un sistema semi-senatoriale

– Come abbiamo fatto con Sofia Ventura, parliamo della bozza Calderoli sulla riforma costituzionale anche con Giovanni Guzzetta – costituzionalista, promotore del referendum elettorale dello scorso anno ed ora presidente della neonata Scelgo l’Italia. Non c’è niente di più attuale, se pensiamo che appena ieri Gianfranco Fini, nel suo intervento alla direzione nazionale del PdL, ha usato parole piuttosto dure in materia di riforme della Carta. Non tanto nei confronti di “piè veloce” Calderoli, che ha mostrato la sua bozza a Giorgio Napolitano prima che ai suoi alleati di coalizione, quanto nei confronti di questi ultimi: avanti con le riforme istituzionali – ha detto Fini, in sostanza – ma vorrei vedere la bozza del PdL, non solo quella della Lega.

Torniamo a Guzzetta. “Una premessa – esordisce –  è doverosa: c’è un bisogno enorme di riforme, l’Italia ne ha bisogno come l’aria. Spero quindi che chi critica la bozza Calderoli, e mi ci metto anche io, non abbia in realtà in mente di far arenare il tentativo di farle, le riforme”. Non è un riformismo ideologico, quello di Guzzetta, “ma la constatazione che operare con il sistema istituzionale attuale, ormai datato, è come voler coltivare un campo con l’uso della zappa rinunciando all’aratro. Questo vale sia per la forma istituzionale che per la legge elettorale”.

Fatta la premessa, il giudizio dell’intervistato sulla proposta Calderoli è decisamente negativo, vuoi nelle tecnicalità, vuoi rispetto alla filosofia di fondo: “Da un lato l’effetto semipresidenziale rischia di non funzionare, perché manca la decisione politica fondamentale – quella di fare del presidente eletto l’organo di propulsione dell’indirizzo politico della maggioranza”. Lo sottolineava Sofia Ventura e Giovanni Guzzetta è pienamente d’accordo: “Quando ciò non avviene, lo mostra la storia, i sistemi semipresidenziali non sono altro che una variante di quelli parlamentari. E’ successo in Portogallo o in Austria. Il presidente in quei paesi è poco più di un notaio con una legittimazione un po’ più forte di quella del presidente della Repubblica italiana”.

Nel disegno Calderoli questo rischio è concreto per due motivi. “Primo, perché il primo ministro – quand’anche abbia lo stesso colore politico del presidente della repubblica – è in condizione di competere con quello nella direzione politica del governo, aprendo la strada ad una diarchia conflittuale”. Nel caso in cui la maggioranza politica sfiducia il primo ministro, aggiungiamo noi, la diarchia diventa palese e conclamata.

Il secondo punto sollevato da Guzzetta riguarda i caratteri federali della riforma: “Sorprende constatare che nella bozza di Calderoli quello che dovrebbe essere l’organo federale per eccellenza, il Senato, di federale avrebbe poco o nulla. La sua composizione, infatti, ne fa semplicemente un altro organo politico con legittimazione elettorale diversa da quella della Camera”. Che non sia un senato federale è dimostrato da vari aspetti, che il costituzionalista ci indica con forti tratti di matita, con i quali quasi lacera i fogli della bozza di cui Libertiamo.it è in possesso: “Il senato federale in tutto il mondo rappresenta gli enti federati. Ciò consentendo a questi enti di determinare autonomamente le proprie rappresentanze, insomma delegando alcuni suoi membri a far parte del Senato federale, oppure con elezione diretta. Ma in questo caso ogni stato o regione ha un numero di rappresentanti più o meno identico”.

Negli Stati Uniti, ad esempio vi sono due senatori per Stato, indipendentemente dalle dimensioni: “Esatto, mentre il progetto Calderoli non fa nulla di tutto questo: prevede un’elezione diretta dei senatori, forse persino con un sistema proporzionale e non si preoccupa di parificare il peso delle regioni”.

L’effetto è che “si perde completamente la natura federale dell’organo. Tant’è vero che Calderoli per dare un contentino alle regioni prevede che il Senato sia integrato con delegati delle regioni che, però non hanno diritto di voto”. Ancora, continua Guzzetta, “quest’organo è semplicemente un organo politico e non un organo rappresentativo delle regioni: in nessun paese federale la seconda Camera ha il potere di far cadere il governo, come prevede Calderoli”.

Il risultato di questa architettura balzana – e giù altri tratti di matita su quel povero foglio – è dunque che “il Senato peserà moltissimo negli equilibri di governo e potrà determinare crisi entrando a gamba tesa nel rapporto tra la maggioranza politica, il primo ministro e il presidente della repubblica”. Tradotto: la Lega vuole contare almeno quanto conta oggi. E se proprio semipresidenzialismo deve essere (“è una cosa che interessa a Berlusconi” ha dichiarato laconicamente a El Paìs Umberto Bossi), che sia annacquato.

Più che di un sistema semi-presidenziale – riflette Guzzetta – bisognerebbe parlare di un sistema semi-senatoriale. Anche perché le materie in cui il Senato è determinante sono tantissime, alcune cruciali per l’indirizzo politico come il coordinamento della finanza pubblica e  i livelli essenziali delle prestazioni”.

Il nostro intervistato aggiungo una ulteriore anomalia: “In nessun sistema federale al mondo la camera federale (il Senato) ha un potere legislativo autonomo, che possa esercitare anche contro l’opposizione della camera politica. Questo invece è quello che potrebbe avvenire con il progetto Calderoli”. Insomma, l’unico modo perché questo sistema semi-senatoriale funzioni è che tutti gli organi vadano d’amore e d’accordo: “Così rischiamo di passare dalla prima repubblica della consociazione tra i partiti, con relativo potere di veto e di crisi, alla seconda repubblica della consociazione tra istituzioni”.

Ma come, la ricerca di intese tra camera bassa e senato federale non è una costante di tutti i sistemi federali? Giovanni Guzzetta, con buoni argomenti, ci convince che il problema è mal posto: “Anche nel sistema americano, dove c’è un’equivalenza di competenze, il senato rappresenta effettivamente gli stati e non lo stesso ceto politico nazionale, sebbene in un altro modo e con pesi diversi”.

Insomma, pare proprio il caso di avanzare altre bozze, oltre a quella leghista.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

4 Responses to “Bozza Calderoli? Altro che modello francese, Guzzetta ci spiega perchè è un sistema semi-senatoriale”

  1. Giordano Masini scrive:

    Ragazzi, non scherziamo! Ma davvero vogliamo far scrivere la riforma della costituzione all’estensore del “porcellum”, la peggiore legge elettorale della storia d’Italia? Ma è una cosa da prendere anche solo minimamente sul serio?

  2. Filippo Rossi scrive:

    La bozza Calderoli, ampiamente criticabile in base ai rilievi evidenziati nell’articolo, deluderebbe le aspettative della gente circa il reale peso politico del Presidente della Repubblica. Se un organo istituzionale è eletto a suffragio univerasale, come dovrebbe accadere per il Capo dello Stato secondo la bozza Calderoli, per quale motivo non dovrebbe esercitare un più incisivo ruolo politico? Se manca questo aspetto non si può affatto parlare di semi-presidenzialismo. In Francia, non a caso, il Presidente della Repubblica è il vero timoniere dell’Esecutivo, soprattutto per quanto concerne la politica estera. La bozza Calderoli, invece, rischia di fare una riforma dimezzata, come spesso accade in Italia.

  3. Luca Cesana scrive:

    assolutamente no, Giordano!

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