Oggi alla Direzione del PdL Fini farà un intervento difficile, rivendicando ragioni che sono magari sbagliate, ma non “incomprensibili”. La direzione che le cose prenderanno non dipenderà, però, dalle parole di Fini, ma dalle risposte di Berlusconi, che oggi può far nascere davvero il PdL, riconoscendo al “co-fondatore” il diritto di giocare una partita onestamente minoritaria, pur nell’evidente sproporzione di uomini e mezzi, dentro il “partito berlusconiano”, oppure può archiviare, dopo meno di un anno, le ambizioni del country party del centro-destra italiano.

Certo, anche senza Fini e i finiani, rimarrebbe il party e anche grande, finché a Berlusconi reggerà una forza di consenso e di narrazione che sembra resistere alla forza di gravità politica – e chissà per quanto. Ma tornerebbe ad essere un one man party, di non lunghissima prospettiva, come ammettono allegramente gli apologeti della fine dei tempi, a cui non sembra vero di celebrare un PdL tutto interno alla parabola di Berlusconi e del berlusconismo e dunque destinato a finire con lui.

Fini arriva a questo passaggio forte di un percorso che dalla costituzionalizzazione della destra, di cui egli è stato interprete quanto Berlusconi artefice, è passato alla prefigurazione di una piattaforma politica liberale e conservatrice di taglio più europeo e quindi all’apparenza eretica ed elitistica. Nel frattempo è più solo, meno rappresentativo della classe dirigente che l’ha accompagnato dal Msi ad An fino dentro il PdL, certo più libero di fare quello che vuole e non solo quello che “deve”.

Berlusconi arriva a questo appuntamento gonfio di gloria, di vittorie, di consensi, di amici. Non è la condizione migliore per avere misura nei giudizi e lunghezza negli sguardi. Potrebbe però capire, di fronte all’insoddisfazione di Fini, che anche di questi “affronti” vive un partito, che è sempre qualcosa di più complesso e umano della scenografia di una leadership.

Oppure potrebbe giocarsi la partita all’insegna della “politica nuova” che ritiene di avere inaugurato, e che non tollera dissensi, componenti, autonomie e che si regge, come molti gli spiegano – casomai non ci credesse – sull’unità mistica tra il capo e il partito, tra il corpo e l’anima dell’organizzazione politica, tra gli elettori ed gli eletti… Una marea di scemenze, di cui il correntismo “apolitico” della Prima Repubblica e i suoi disastri giustificano l’uso propagandistico, ma non più di questo.