– Le ossessioni collettive non andrebbero mai assecondate. Il mio timore tuttavia è che se ne stia consumando una, proprio in questi giorni: l’ossessione per Nick Clegg.
Dell’underdog liberal-democratico che azzanna i front-runner della contesa elettorale britannica  – l’incumbent Gordon Brown e il challanger David Cameron – si sta dicendo di tutto. Che è un Obama, che è un Churchill, magari. Che è posh ma non lo dà a vedere.
E si dice poi – lo si dice da noi – che assomiglia un sacco a Gianfranco Fini.
Lo si dice, ovviamente, in virtù della curiosa assonanza temporale tra la sfida all’egemonia bipartitica lanciata nel Regno Unito dall’outsider libdem, e la competizione promossa da Fini, nel suo stesso partito, in nome di quella che un tempo si sarebbe chiamata “egemonia culturale”.

Ecco, prima che la patologia esterofila spenga ogni barlume di lucidità ci preme precisare che:
a) tra la politica britannica e quella di casa nostra non vi è la più remota affinità. E per un’infinità di ragioni, strutturali e culturali, la più triviale delle quali è che lì – in Uk – lo stipendio da parlamentare è da fame e i partiti sono finanziati da privati.
b) Fini non è in campagna elettorale mentre Clegg sì. La contesa di Fini, politologicamente parlando, può definirsi “vinta” anche se non conta vittime. Quella di Clegg, al contrario, opziona la vita propria alla altrui mors.
c) a differenza di Fini, Clegg è un terzista , sebbene il suo terzismo non graviti attorno a quello spazio della geo-referenziazione politica che chiamiamo “centro” – i Rutelli, i Casini, i Montezemolo… – ma poggi al contrario sulla limpidezza del concetto di libertà, coerentemente declinato in un manifesto programmatico che il “meno stato, più libertà civili” non si limita ad evocarli ma li fa “sentire”.

Ecco, il Clegg di cui varrebbe la pena discutere, anche rispetto ad un eventuale comparabilità con i contenuti finiani, è il suo manifesto elettorale.
Varrebbe la pena, infatti, chiedersi se la forza del britannico partito outsider non consista proprio nel rendere popolare la “libertà”– presso quegli stessi cittadini che da un paio d’anni si sentono ripetere che la causa della crisi è il libero mercato – mostrandola, la libertà, come leva della ripresa, della reazione alla crisi: del rinnovamento – addirittura – dei muri portanti della democrazia britannica (dal maggioritario a turno unico  – First Pass The Post – al proporzionale; dalla House of Lords ad una seconda camera eletta).

Clegg non cattura l’attenzione della gente inseguendo – come fanno i suoi rivali – le paure sociali (il “più spesa” dei laburisti) e le paure economiche (la “meglio spesa” dei tory), ma mostrando le potenzialità liberali, applicandole alle molteplici sfere civili in cui la politica fa la differenza: dall’economia ai diritti civili alla democrazia.
Già, perché la peculiarità del progetto libdem è proprio la persona. O meglio: la sua non astrazione in un indistinto simbolico, quanto piuttosto la sua occorrenza concreta nelle poliedriche declinazioni dell’essere civile: la persona che studia, lavora, perde il lavoro, consuma, produce, fa figli, invecchia e si ammala. In pratica, la persona reale.

Ed è quella persona che Clegg interpella quando propone un sistema di istruzione pubblica libero ma potenziato per permettere di sostenere, e premiare, i meritevoli, anche se privi di mezzi finanziari propri; quando invoca l’abolizione di quelle forme di controllo della sicurezza comune – le ID, le banche del Dna… – che passano per la mortificazione delle libertà civili; quando annuncia tagli sul lavoro pubblico e la spesa sociale ed una manovra straordinaria per aggredire il big elephant dell’economia nazionale, il debito pubblico.
Certo, Nick si rivolge ad una platea che, come succede in Inghilterra, quando si pronuncia la parola “debito” capisce: capisce che è male, capisce che qualunque sia stata la ragione che lo ha creato è stata una ragione sbagliata e, dunque, imperdonabile per chi l’ha perseguita facendone ricadere il costo sui cittadini, ovvero imponendo per via fiscale la limitazione della loro libertà.

In Italia con il debito sul groppone ci siamo nati. Non siamo abituati a curarcene più di tanto, perché la differenza tra l’essere indebitati ed il non esserlo non l’abbiamo mai sperimentata. Ma la differenza tra crescita e stagnazione, tra affermazione e declino, tra regressione e progresso, quella sì la conosciamo. Perché nelle varie forme – economiche, culturali, politiche – ne abbiamo tutti gustato il sapore.

E credo sia per questo che Fini riscontra favore analogo a quello di Clegg quando opina, ad esempio, sull’opportunità di perseguire l’obiettivo di “modernizzare l’Italia” realizzando politiche interventiste – tipo gli incentivi – che si mostrano così poco produttive di risultati e così devianti rispetto al raggiungimento della mèta; quando pone la questione del welfare, che non equivale a parlare del futuro remoto ma di quella che dovrebbe essere l’agenda della politica di oggi – ovvero la sostenibilità di un sistema centrato sulle pensioni e che nulla investe nella potenzialità contributiva degli entranti, siano essi giovani o immigrati; quando poi si interroga sull’opportunità di perimetrare lo spazio delle libertà civili ad una superficie estesa quanto il backyard di una villetta al mare, limitando così la visione politica del partito di maggioranza relativa, alla planimetria cristallizzata della non negoziabilità dei confini; e quando si chiede se, piuttosto, non sia più ragionevole, non sia più giusto vedere, nelle potenzialità espansive di quello spazio di libertà, un orizzonte di senso capace di restituire la politica alla responsabilità progettuale che le è propria.

Né Clegg né Fini sono liberali tout court. Sono entrambi tuttavia “agitatori” di libertà. Ed entrambi del concetto di libertà stanno dando, attraverso la propria personalissima missione, una rappresentazione “dinamica”.  Entrambi, infine, della politica, dei partiti hanno una concezione pro-attiva.
Le affinità però finiscono qui. Perché l’Italia non è la Gran Bretagna, perché Fini non è Clegg, perché in Italia la libertà non è che non abbia mercato. È solo che ci si cura poco di stimolarne la domanda.