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L’Italia non cresce da decenni. Serve una scossa

di Andrea Asoni e Ferdinando Monte*, pubblicato su Generazione Italia – Durante il dibattito politico si fa spesso riferimento a concetti economici come il Prodotto Interno Lordo (PIL, ovvero il reddito totale prodotto in Italia in un dato anno) e la produttività del lavoro (ovvero l’ammontare medio di reddito prodotto da ogni lavoratore in una predefinita unità di tempo). In questo articolo proporremo tre semplici grafici che raccolgono alcuni fatti essenziali che ogni lettore di Generazione Italia dovrebbe avere presenti.
Il primo elemento che vorremmo discutere riguarda il PIL e la sua crescita (dati Penn World Tables). Il grafico 1 rappresenta l’evoluzione nel tempo del PIL pro capite in Italia, USA, Corea del Sud e Irlanda. Il PIL è misurato in termini reali (corretto per l’inflazione) e in termini di parità di potere d’acquisto (un dollaro compra gli stessi prodotti nei diversi paesi). Abbiamo comparato il Bel Paese agli USA, la prima economia del pianeta, alla Corea del Sud, una delle tigri asiatiche, e all’Irlanda, miracolo di crescita economica in Europa.

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Il PIL pro capite non ha mai smesso di crescere dagli anni ’50 ad oggi: stiamo tutti diventando più ricchi (in media). Ci concentreremo però sul tasso di crescita dato dalla pendenza delle curve. Mentre la crescita degli USA è costante nel tempo, la crescita dell’Italia è diversamente distribuita. Il paese stava chiaramente crescendo a rapidi tassi durante gli anni ’50 e ’60 per poi rallentare dagli anni ’80 in poi: la curva sale rapidamente fino alla metà degli anni ’70 e poi diventa più piatta.
La Corea del Sud sembra mantenere un tasso di crescita abbastanza costante dal 1965 in poi mentre l’Irlanda ha avuto un’impennata  negli anni ’90.

Non dovrebbe stupire che i paesi poveri tendano a crescere più rapidamente di quelli ricchi. La teoria economica della “convergenza condizionale” prevede (con successo) proprio questo: a parità di istituzioni politiche ed economiche i paesi poveri tendono a raggiungere quelli ricchi. La ragione è duplice: l’accumulazione di fattori scarsi come il capitale fisico e umano è più rapida perché rende di più; l’utilizzo di tecnologie moderne è più facile perché queste non devono essere “reinventate” dal paese in via di sviluppo.
Nel secondo grafico illustriamo quindi la posizione relativa degli altri paesi rispetto agli USA. Il grafico mostra il reddito relativo, ovvero il reddito del paese che ci interessa diviso per quello degli USA. Un valore di 0.6 significa che in quell’anno il PIL pro capite era pari al 60% di quello USA. La convergenza piena si ha quando la serie raggiunge il tetto di uno. L’unico paese che sembra aver quasi raggiunto gli USA nel 2007 è l’Irlanda. L’italia e la Corea del Sud sono ancora lontane.

Il problema dell’Italia però è un altro: non solo non abbiamo ancora raggiunto gli USA, ma dagli anni ’90 in poi abbiamo iniziato a perdere terreno; il nostro tasso di crescita ha rallentato (grafico 1), ed ha rallentato molto di più del nostro target (grafico 2), contrariamente alla teoria della convergenza condizionale.

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Il terzo grafico che mostriamo riguarda la produttività del lavoro (dati OECD). Tale produttività è importante perché la crescita dei salari dipende da essa: se la produttività del lavoro non cresce, i salari non crescono. Ancora una volta l’Italia è quella che fa peggio tra i quattri paesi. Mentre negli USA e in Corea (e in parte in Irlanda, salvo un recente rallentamento) la produttività del lavoro sembra crescere ad un ritmo stabile, in Italia il suo tasso di crescita è diminuito costantemente dagli anni ’70 in poi fino a raggiungere un valore intorno a zero negli anni recenti. Non è un caso che nel nostro paese i salari non stiano crescendo.

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Questi tre grafici non mostrano un quadro incoraggiante. Per l’Italia sembra che qualcosa sia cambiato a partire dalla seconda metà degli anni ’70. Lo sviluppo economico ha iniziato a rallentare e gli italiani hanno perso molte opportunità di crescita.
In questo articolo ci siamo limitati a descrivere alcuni fatti empirici importanti. Prossimamente speriamo di fornire ai lettori di Generazione Italia più approfondite discussioni di tali problemi e alcuni spunti di riflessione per la loro soluzione.

*Andrea Asoni e Ferdinando Monte sono entrambi Ph.D. Candidates in Economics presso la University of Chicago. Il primo ha già collaborato in passato con Libertiamo.


3 Responses to “L’Italia non cresce da decenni. Serve una scossa”

  1. Giuseppe scrive:

    Sono un lavoratore metalmeccanico ed il mio stipendio è fermo da alcuni anni. Di conseguenza è diminuito anche il mio potere di acquisto. Credo che se vogliamo evitare una “Rivoluzione” occorre ridurre le tasse quanto prima e cercare di premiare i più meritevoli e non i più “lecchini”.
    Serve concretezza, quella che ha sempre caratterizzato una persona di “destra”. Ho iniziato a seguire la politica dal 1995 grazie alla scelta di Gianfranco Fini e non mi sono mai pentito !!!

    Grazie e Saluti

  2. Maurizio scrive:

    Ai lettori della “generazione italia” vi voglio segnalare il fatto che il figlio di un amico berlusconiano di ferro, dopo la laurea quinquennale in ingegneria è emigrato, un mese dopo la laurea, in Australia, con la scusa di studiare l’inglese e poi nel giro di due mesi ha trovato un posto conforme al suo titolo di studio. In italia per la bossi-fini chiudono i centri di ricerca internazionali per l’impossibilità di avere scambi con ricercatori extracomunitari(americani, svizzeri, indiani, giapponesi etc.)

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