Per non fare un partito, si rischia di farne due

– In vista della riunione della Direzione del PdL, gli organi di informazione fanno il loro mestiere.  Raccontano, in modo più o meno onesto, e comunque fisiologicamente “parziale”, le accuse, gli scontri e le durezze di un confronto vero e politicamente impegnativo.

Poi fanno i conti delle truppe a disposizione di ciascun contendente e delle conseguenze che lo scontro potrebbe avere sulle sorti del partito, del governo e della legislatura. E descrivono lo schieramento sul campo dei “congiurati” finiani e dei “lealisti” berlusconiani secondo metafore: la ribellione, il tradimento, la guerra…, che suonano sempre persuasive, anche quando non sono veritiere.

Più complicato è passare da ciò che si vede (o che si fa vedere) a ciò che non si vede (e non si può vedere). Il che non significa passare dalla “fisica” alla “metafisica” della politica, ma cercare di comprendere il cosa attraverso il perché, che è un esercizio rischioso e fallibile, ma comunque necessario.

Per un quindicennio Berlusconi è stato, nel bene come nel male, il massimo produttore e il più “venduto” prodotto della politica italiana, sopravvivendo ai fallimenti, alle contraddizioni, alle sconfitte, agli errori e agli oltraggi. Il suo modello di partito è suo, e non è neppure, in senso stretto, “di partito”. E’ indissolubilmente legato ad una leadership con una straordinaria capacità performativa sul piano dell’immaginario comune e non s0lo di quello politico. E non è un modello unicamente carismatico: è peculiarmente “berlusconiano”.

Per questo, un anno fa, avevamo salutato il congresso di fondazione del PdL come il tentativo arrischiato, ma necessario, di cambiare in corsa le gomme della macchina berlusconiana e istituzionalizzare, nella forma e secondo le regole di un partito “normale”, un carisma non trasmissibile per via dinastica o testamentaria.

Ci sembrava inevitabile e realistico, oltre che utile, per un centro-destra imprigionato in uno “schema” dal grande presente e dal pessimo futuro, tra il “tutto” berlusconiano e il “niente” post berlusconiano, tra un partito che coincide col leader e un partito che muore con esso, dilaniato dalla contesa tra i successori “designati”.

A quanto pare, un anno fa eravamo stati ottimisti.  L’operazione partito si è incagliata all’inizio, sul passaggio fondamentale, che è la comprensione del carattere costitutivo e non distruttivo della concorrenza, anche nel mercato politico e soprattutto all’interno di un partito.

Sul piano teorico, l’unico tentativo di tematizzare il problema, per evitare una deriva puramente correntizia e apolitica del confronto interno, ha portato a rispolverare la dottrina del centralismo democratico e i vecchi arnesi del comunismo leninista.

Ora sul piano pratico, la risposta alla sfida finiana rischia di essere la conta: “chi è con me e chi è contro di me”. Così per non fare un partito, si rischia di farne due. E’ un rischio che va scongiurato, ma che non si può evitare senza cambiare l’idea del “partito – non partito” che va per la maggiore dentro il PdL.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

4 Responses to “Per non fare un partito, si rischia di farne due”

  1. bill scrive:

    Leggo ora che Fini darà il via alla costituzione di una minoranza all’interno del PdL.
    Beh, è vero che il centralismo democratico di comunistica memoria è un vecchio arnese, ma tale è pure il correntismo di marca democristiana.
    Che Fini e Berlusconi non vadano d’acoordo su un tot di questioni è fuori di dubbio, anche se non sono chiari i confini della cosa.
    Che poi il PdL abbia un leader carismatico e vincente è altrettanto vero, ma è un punto di forza che magari fa vincere le elezioni e governare il paese.
    Lo dico sinceramente: che l’alleanza con la Lega nuoccia alla coesione sociale del paese, come ha detto Fini in queste ore, a me sembra un argomento alquanto debole, visto che il PdL è il primo partito al nord come al sud, e ha il triplo dei voti leghisti.
    Devo dire che pure ieri sera a Porta a Porta Ronchi mi ha dato l’impressione di arrampicarsi sugli specchi, nello spiegare che la destra non si sente rappresentata: gli ex-AN ricoprono tutti i tipi di carica, da ministro in giù, e sono tanti.
    Piuttosto, il problema è che sulle riforme ancora si naviga a vista, e qui mi pare che la responsabilità sia di tutti. Non basta, come fa Fini, dire che ancora non ci sono programmi precisi: perchè non li presenta lui, già che c’è? Questa è una critica che vale per tutta la classe politica: ci si limita ad amministrare il presente, facendo incancrenire i difetti dei nostri ordinamenti con eterne disquisizioni (doppio turno o uninominale, separazione delle carriere dei giudici o distinzione delle funzioni etc etc), e dopo 16 anni la gente si è stufata.
    A questo punto, sarebbe ora che tutti quanti, invece che fare precari voli pindarici sui massimi sistemi piuttosto che giochetti vari di posizionamento e di poltrone e strapuntini, si dessero veramente una mossa.

  2. iulbrinner scrive:

    “L’operazione partito si è incagliata all’inizio, sul passaggio fondamentale, che è la comprensione del carattere costitutivo e non distruttivo della concorrenza, anche nel mercato politico e soprattutto all’interno di un partito.”

    A me sembra, piuttosto, che il vero grande problema delle formazioni elefantiache che si sono determinate in ragione delle logiche del maggioritario – PD e PDL – è stato semplicemente il trasferimento delle divisioni politiche dal Parlamento alla segreteria politica dell’elefante di turno, con un risultato a somma quasi zero per la tenuta delle maggioranze politiche.
    Come dimostra l’attuale esuberanza di Fini, a suo tempo l’esuberanza di Bossi, quella di Bertinotti, quella di Mastella e via discorrendo.
    Il vero problema – a mio modo di vedere – è l’omogeneità delle culture politiche, che oggi assomiglia più ad un frullato multicolore che ad un progetto definito di strategia politica comune e definita.
    La concorrenza interna ad un partito significa poco o nulla quando la concorrenza significa la condivisione del suo programma in una misura non superiore al 50%.
    Quella si chiama divisione interna…non concorrenza.

  3. Mi ha fatto molto riflettere un articolo a firma di Pansa sul Riformista del 19.4.
    Credo sia giusto rilevare lo sconcerto dell’ “uomo qualunque”, l’uomo della strada al di fuori delle “segrete stanze” che non comprende e non sa cosa pensare. Credo che la Lega sia un reale pericolo per la Repubblica non per ciò che dice e per ciò che fa ma, soprattutto perché è un aggregato personalistico il cui interesse è focalizzato solo alla soddisfazione tout court, spesso illiberale, del proprio elettorato – elettorato “di pancia” quanto altri mai prima d’ora – costi quel che costi. Il pericolo sta nell’essere la Lega ristretta in un territorio politico ed amministrativo che non coincide con quello dello Stato.
    Qualunque azione di contrasto è benemerita purché condotta con sagacia, lucidità, profondità di vedute strategiche e senso forte ed acuto d’una politica fissa agli interessi del Paese e non condizionata da personalismi d’ogni risma. Nessuno escluso.
    Che la lotta sia da anni fra Tremonti e Fini, fra l’interesse d’una “Padania” che non c’é come l’isola di Peter Pan e quello dell’Italia che invece c’é almeno da quando per lei morirono “la vergine Camilla e Turno e Eurialo e Niso di ferute” e da quando Dante la pianse come “non donna di province ma bordello”, chiunque segua un poco le cose di Politopoli anche se ottuso se ne è accorto. E chiunque si è accorto che il il partito che non c’é (come l’isola di Peter Pan) è solo funzione dell’interesse personale di Berlusconi. Quello del ’94 era affascinante e coinvolgente e trascinante per il sogno che ognuno di noi aveva di una Italia più libera, più giusta sia nel produrre che nel redistribuire ricchezza, meno sfruttata dalle consorterie d’ogni genere e tipo che la soffocavano ed ancor di più la soffocano peggio di quanto un’edera possa fare anche con una poderosa conifera d’alto fusto ed antica età. Quello di oggi non intriga punto.
    Ad ogni buon conto le battaglie si fanno da dentro, come ha insegnato per decenni la Balena Bianca che di ciò è vissuta e sopravvissuta e come, di converso, in negativo, ha insegnato la sinistra di varie colorazioni prega agonica del suo endemico frazionismo. Si fanno con coerenza lucida e chiarezze di vedute e fermezza durevole di convinzioni e non agitando al vento l’opinione contraria del momento, spesso negatrice di sé e del proprio passato.
    Auguriamoci che, se dovesse mai nascere un nuovo, diverso partito esso sappia parlare soprattutto di politica nel senso più nobile ed alto e sappia recuperare alla politica quella larga fascia d’elettorato che va avvicinandosi al 40% la quale di politica non sa o non vuole sapere. Ad majora.

  4. Luca Cesana scrive:

    ma è così difficile capire che sono il Premier e i suoi lacchè che non vedono l’ora di liberarsi di Fini e dei suoi amici rompicoglioni, mentre il Presidente della Camera non è cos’ fesso dal cadere nel trappolone???

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