Blair è una marionetta della Cia. Polanski gratta i pruriti anti-americani degli intellettuali europei

– Anche Roman Polanski, uno dei più grandi registi cinematografici viventi, si fa affascinare dalle teorie cospirative sulla guerra al terrorismo. L’ultimo suo lavoro, “L’uomo nell’ombra” (“Ghost Writer” nell’originale) riprende tesi care ai no-global europei e le riproduce sotto forma di un thriller fantapolitico.
Il finale è a sorpresa. Ma si capisce sin da subito dove il film vuole andare a parare.

La tesi, che si scopre sin dal primo terzo della trama, è tanto semplice quanto brutale: Tony Blair (caricaturizzato nel personaggio dell’ex premier britannico Adam Lang) ha combattuto il terrorismo in Iraq e in Afghanistan al fianco degli Stati Uniti perché è stato comprato dalla Cia. E’ ciò che pensano tutti i manifestanti pacifisti inglesi che, nel corso dell’Inchiesta sull’Iraq, sventolavano i cartelli “Bliar” (acronimo di: Blair bugiardo).

Non credevano alle parole del loro ex capo di governo che, proprio di fronte a quella commissione, dichiarava di aver scelto di combattere, al fianco dell’alleato storico, contro Saddam Hussein oltre che contro il terrorismo, perché tutti i dossier a sua disposizione dimostravano la pericolosità del dittatore iracheno e la gravità della minaccia terrorista. Polanski deve essersi certamente ispirato a quel clima e ha scelto di riprodurre su grande schermo una trama già pronta: The Ghostwriter dello scrittore e giornalista (nonché ex sostenitore di Blair, poi deluso) Robert Harris.

Un film non è un pamphlet politico e deve soprattutto intrattenere e divertire. La pellicola di Polanski riesce a intrattenere molto bene, grazie a un’ambientazione tetra e stupenda (Cape Cod in inverno) e alla recitazione dei suoi attori (Ewan McGregor e un Pierce Brosnan ormai lontano da James Bond), anche se pecca di ingenuità. Ingenuità volute, motivate dall’ideologia.

Polanski e Harris, ad esempio, si fanno affascinare dalla visione salvifica di Internet, percepita come un luogo aperto in cui tutti i segreti saranno svelati: il protagonista scopre gran parte del complotto facendo una ricerchina di qualche minuto su Google. Forse è il sogno di tutti i no-global più appassionati di computer. Ma non c’è niente di più lontano dalla realtà: Internet non è uno specchio della verità, è solo un gigantesco archivio di documenti già declassificati. I segreti di Stato restano tali finché un governo non decide di pubblicarli, come ai “bei vecchi tempi”.

Su Internet, in compenso, ci si illude di trovare la rivelazione di molti misteri. Ma in realtà si trovano solo speculazioni sui segreti. Teorie, teoremi e trame di complotti immaginate da milioni di menti fantasiose che vengono riversate in rete e credute vere da tutti coloro che ci vogliono credere. Su Internet si trovano tutte le ipotesi di complotto dell’11 settembre e, allo stesso tempo, tutti gli studi che le smontano (come quelle nel sito di Paolo Attivissimo).

Sempre su Internet si trovano anche tutte le tesi sulla presunta identità segreta di Tony Blair, sulle sue presunte trame nel Club Bilderberg, assieme ai dirigenti della Cia, per dominare il mondo. E allo stesso tempo, si può anche andare sul sito dell’ufficio di Tony Blair e contattarlo, per sapere se, veramente, vuole dominare il mondo. Su Internet, insomma, si trova tutto e il contrario di tutto. Basta saper scegliere e interpretare.

Perché così tanti intellettuali scelgono la via del complotto e scartano le tesi “ufficiali”? In parte per ragioni politiche. In questo caso specifico, per un militante e un intellettuale di sinistra, Blair è un doppio problema. Perché costituisce un pericolo di identità: è un laburista, che ha portato al governo un partito progressista per dieci anni, ha battuto l’egemonia conservatrice dell’era Thatcher, ma ha combattuto una guerra lunga e dura al fianco del più odiato dei “reazionari”, George W. Bush.

Di qui nasce la tesi dell’inganno, della manipolazione e della menzogna. “Non può che essere un venduto” dicono le anime belle del partito, nati dalle marce contro gli Euromissili nei primi anni ‘80, sentendosi traditi nei loro ideali. Non immaginano nemmeno che la guerra contro il terrorismo si sta combattendo per necessità. Devono affannarsi per trovare un complotto, da qualche parte. Anche per scagionare, finché è possibile, l’uomo in cui loro stessi hanno creduto.

Più in generale, le teorie del complotto nascono dalla frustrazione. I tradizionalisti cattolici pensano alla cospirazione massonica di fronte al dilagare della laicità. Gli islamisti credono alla cospirazione ebraica di fronte al fallimento dei loro Paesi. I comunisti cercano sempre di attribuire alla Cia e a signori occulti del grande capitale il collasso del loro sistema politico.

In questo caso, “L’uomo nell’ombra” è il prodotto di una frustrazione tutta britannica: l’ex impero mondiale che deve assecondare gli interessi della sua ex colonia nordamericana. Si può trovare qualcosa di simile anche nel classico di spionaggio di Graham Greene, “Un americano tranquillo”, in cui gli yankee tramano, con metodi subdoli e sanguinosi, per spartirsi le spoglie dell’impero coloniale francese in Indocina. In entrambi i libri, i cospiratori americani rivestono i loro disegni espansionistici con alti ideali democratici.

L’americano “tranquillo” di Graham Greene predica la “terza via”: una soluzione di democrazia nazionale per le colonie che si stanno emancipando, che permetta loro di liberarsi dall’imperialismo europeo e, allo stesso tempo, di difendersi dal comunismo cinese e sovietico. Il professore (molto meno tranquillo) mentore di Lang, invece, predica l’unità delle democrazie anglosassoni per far fronte alle tirannie e al terrorismo.

Entrambe queste tesi, però, con tutto il rispetto per i complottisti, non sono mere “coperture”, ma realtà storicamente provate. Le ex colonie che si sono emancipate dall’imperialismo e si sono salvate dal comunismo, lo devono al loro sistema democratico e di mercato. Al tempo stesso, in Europa, la libertà si è salvata grazie all’unità delle democrazie anglosassoni: nella I e nella II Guerra Mondiale, così come in tutta la Guerra Fredda, le tirannie sono state sconfitte solo quando la Gran Bretagna ha accettato l’alleanza con gli Stati Uniti. Che, nel caso della Guerra Fredda, era un’alleanza in posizione subordinata, visti i nuovi rapporti di forza.

E’ tutta qui, alla fine, la causa del “prurito” anti-americano. La nostalgia per i vecchi imperi. E i pacifisti non vogliono rendersi conto che stanno ragionando come dei vecchi colonialisti.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

4 Responses to “Blair è una marionetta della Cia. Polanski gratta i pruriti anti-americani degli intellettuali europei”

  1. viola scrive:

    ottimo articolo!

  2. Pietro M. scrive:

    Livori di un maniaco sessuale?

  3. Andrea scrive:

    Beh la I guerra mondiale non fu tanto una guerra di ideologie quanto piuttosto uno scontro tra interessi di singole nazioni e classi dirigenti. Parlare di tirannia nel caso del fiorente e multiculturale impero austro-ungarico mi sembra davvero eccessivo, specie confrontandolo con l’America di quegli anni.

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  1. […] Libertiamo parteggia per una visione statal-imperialista-neoconiana, dove il capo carismatico ha sem…, evidentemente è riflesso del suo modus operandi interno. […]