– C’è una domanda che ci sentiamo ripetere spesso da mesi, con insistenza crescente negli ultimi giorni: ma Libertiamo è diventata “finiana”?

Da parte mia, provo a rispondere. Ma prima mi si permetta di riavvolgere il nastro e di dirvi perché è nata la nostra associazione. La pagina del “Chi siamo”, a firma di Benedetto Della Vedova, lo chiarisce in modo sufficientemente chiaro: abbiamo pensato Libertiamo come la polarità liberale e libertaria di un grande partito di centrodestra. Vale a dire, di una grande formazione politica pienamente integrata nel panorama delle forze moderate e liberali dell’Occidente democratico, uno di quei partiti plurali dotati di trasparenti meccanismi di partecipazione e di competizione interna di idee diverse, tenute insieme da leader e identità inclusive.

Nel caso dei partiti di centrodestra, questa identità inclusiva è a nostro parere data da un certo modo di interpretare il rapporto tra cittadino e stato (con un favor per il primo), dalla capacità di trovare una sintesi tra diritti, responsabilità e libertà, o tra innovazione sociale e conservazione delle “istituzioni” materiali ed immateriali di un Paese. A pelle, non abbiamo mai amato le argomentazioni di chi evocava o tentava scelte naif del genere “i liberali con i liberali”. Ne vediamo i limiti politici e la natura settaria: la sfida che ci piace non è quella di darci ragione da soli, compiacendoci magari di quanto hanno torto gli altri, ma di contribuire con le nostre idee e le nostre proposte di policy all’agenda di governo di un grande partito maggioritario. E per questo abbiamo scommesso sul Popolo della Libertà.

Fatta la premessa, ora rispondiamo alla domanda iniziale. Lavorando sui nostri temi, abbiamo ‘incrociato’ Gianfranco Fini e la sua galassia culturale. Abbiamo condiviso le sue nette prese di posizione sui grandi temi dell’immigrazione e della cittadinanza, dei diritti civili e dei temi etici, del welfare e del mercato del lavoro. Tutto ciò non fa di Fini uno squisito liberale – non lo convinceremo certo sull’antiproibizionismo, per dirne una – ma di sicuro la sua ‘conversione’ (leggasi Giuliano Ferrara sull’edizione odierna de Il Foglio) lo rende l’aspirante leader del partito in cui vorremmo militare, un grande partito repubblicano. E non è poco, anzi è maledettamente tanto.

Ci piacerebbe che questo partito fosse il PdL. Continuiamo a sperare che lo possa essere, sebbene la realtà mostri troppo spesso un frustrante regresso del mainstream del partito su posizioni reazionarie e confessionali. Dall’elogio tremontiano del posto fisso alla banalizzazione del dibattito sui grandi temi etici, in una supposta contrapposizione tra ‘partito della vita’ (loro) e ‘partito della morte’ (noi), passando per la sostanziale cessione alla Lega Nord del dossier sulle politiche dell’integrazione. “Loro cavalcano la paura della gente, noi dovremmo combatterla con politiche di sicurezza e di welfare”, ha sintetizzato Della Vedova. E a me pare la migliore sintesi possibile di cosa dovrebbe fare – sul dossier del secolo, la questione migratoria – un grande partito repubblicano.

Quella Lega, nata con l’obiettivo di liberare il Nord dall’eccesso di statalismo ed assistenzialismo, oggi ha completamente derubricato dalla sua agenda la questione meridionale, preferendo dedicarsi a temi evidentemente più proficui dal punto di vista elettorale. Ma le condizioni sociali ed economiche del Sud restano la principale emergenza del Paese. Ed un grande partito repubblicano non può pensare di cavarsela con la Banca del Sud o con un federalismo annacquato.

La crisi economica e finanziaria ha lasciato nuda l’Italia, scoprendone tutte le sue debolezze sistemiche. Un grande partito repubblicano non può risolvere il problema negando il declino, ma affrontandolo a viso aperto, mostrandolo ai suoi elettori e convincendoli della necessità di scelte dolorose.

A due anni dalle elezioni parlamentari del 2008, resta inattuato il cuore del programma elettorale. Lo ricordava ieri sul Sole 24 Ore il senatore Giuseppe Valditara: la cedolare secca sugli affitti, la riduzione del carico fiscale, una robusta riduzione della spesa pubblica, l’abolizione delle province. Un grande partito repubblicano non può eludere il suo stesso programma, affidando al suo leader carismatico il compito di rilanciare costantemente una rivoluzione che non parte mai.

Sulle riforme istituzionali, un grande partito repubblicano non costruisce un nuovo modello di forma di governo sulla base dei desiderata di Umberto Bossi, ma dialogando con tutte le forze politiche e immaginando gli effetti delle riforme non sul prossimo triennio, ma su trent’anni.

Ecco, noi lavoriamo affinché il PdL diventi e faccia tutto questo. E lo facciamo con chi ci crede.