– Il PdL è una “cosa” (absit inuiria verbis) di cui ha senso parlare se lo si pensa e lo si costruisce per quando Berlusconi, Fini e Bossi – il Senatur, non la “trota” – saranno fuori dalla politica, ma dentro la storia del Paese, a godersi una meritata pensione.

Se invece è solo la sede del confronto tra le leadership del centro-destra italiano, il partito pro tempore delle leadership pro tempore, allora è del tutto inutile parlarne e preoccuparsene. Finirà come è iniziato: inseguendo le intuizioni geniali e le idiosincrasie banali di uno –  Veltroni – che aveva l’aria di fare la storia, ma che è finito imprigionato dalla cronaca di una diatriba nata nella FGCI degli anni ’70. Anzi, finirà pure peggio e comunque prima.

Un PdL uguale e contrario al PD, e ancora più appeso alle vicende e all’anagrafe dei suoi leader, non sarà mai la sezione italiana del PPE  o, comunque,  di quella famiglia politica “allargata” chiamata a reinventare un liberalismo popolare europeo, fuori dai canoni dell’anti-progressismo e del progressismo, in una logica “per” e non più “contro”, per sempre seppellita dal crollo del muro di Berlino. Un PdL così – così come è oggi, intendiamo – sarà al massimo un’ennesima  ed effimera dimostrazione che la storia politica italiana è un insieme di eccezioni alla regola, perché la regola non c’è.

Della giornata di ieri, della riunione dell’Ufficio politico del PdL, della sintesi di una posizione che non è stata formalizzata ma che il premier ha riassunto dinanzi ai giornalisti, non sappiamo davvero che dire. Quel che è successo significa qualcosa, ma non abbiamo capito cosa. Sulle questioni aperte nel tempo lungo della storia italiana o su quello breve della congiuntura concreta la riunione di ieri, sofferta, ma curiale non ha comunque detto niente. Sarà più chiara la riunione della Direzione di giovedì prossimo? Forse. Speriamo.