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Quando ha senso dire: “il lavoro agli Italiani!”

– Chi auspica che gli Italiani si facciano largo, contro gli stranieri, nel mercato del lavoro nazionale è considerato nella migliore delle ipotesi un protezionista, se non un razzista. In realtà potrebbe esprimere una posizione liberista, non puramente difensiva, ma onestamente competitiva, auspicando che gli Italiani si dimostrino all’altezza delle sfide del mercato del lavoro.

In un’economia di mercato i “posti”, dipendenti od autonomi, non legati a logiche assistenzialistiche e/o di voti di scambio, vengono distribuiti sulla base dell’incontro tra domanda ed offerta di lavoro. Solo parzialmente tale incontro si basa su logiche di massima riduzione delle pretese salariali. Fattori di maggior peso sono, ad esempio, la flessibilità e la produttività del lavoro.

Le imprese di trasporto, anche a parità di salario, tendono a preferire l’autista che se la cavicchia con i più ricorrenti problemi dei motori dei camion, piuttosto che quello costretto a ricorrere ad un meccanico anche per piccoli interventi: per tale motivo sono preferiti autisti dell’Est europeo, più abituati ad “arrangiarsi” rispetto ai nostri camionisti. Lo stesso vale per le imprese di ristrutturazione edilizia, che preferiscono assumere personale dell’Est più abituato a giostrarsi tra diversi mestieri e quindi più versatile e meno “mono-specializzato” rispetto alla maggioranza degli Italiani. La pazienza, una particolare sensibilità  per la pulizia e l’ordine, la precisione e la “resistenza emotiva” fa sì che le donne di alcuni paesi (di “etnie” anche molto diverse) siano particolarmente ricercate per i lavori di assistenza e di cura, in cui non esiste, di fatto, offerta di lavoro “italiana”. E si potrebbe continuare con gli esempi.

Un “congenito” spirito imprenditoriale unito al desiderio di riscatto ed emancipazione è la molla che spinge molti extracomunitari a mettersi in proprio, anche dove vi è un semi-deserto imprenditoriale, come è dimostrato dalla diffusione del lavoro autonomo individuale degli stranieri in alcune regioni del Sud e delle Isole.

In questo caso, come negli altri che ho elencato sopra, auspicare “il lavoro agli Italiani” deve essere inteso come un augurio che gli Italiani, spronati dal confronto con gli stranieri, ricomincino a pensare che “si può fare”, si può rischiare in proprio, si può trovare lavoro dimostrando flessibilità, pazienza, spirito di sacrificio, ecc. ecc…  Che si sveglino dal torpore-illusione del fantomatico “posto pubblico” di usciere o impiegato alla regione e al ministero e si rimbocchino le maniche.

Sarà poi il mercato a decidere chi deve restare ad occupare certi posti di lavoro, non certo un “decreto di espulsione” per milioni di stranieri. Essi in tanti casi hanno aperto la strada, hanno creato l’“humus” per la nascita di imprese. O, come nel caso delle badanti, hanno letteralmente inventato un mercato, che ha surrogato, a beneficio delle famiglie medie (non certo di quelle ricche) le carenze del welfare familiare. Non devono essere burocraticamente ostacolati, ma neppure considerati beneficiari di una rendita occupazionale, solo perché per primi hanno fatto un determinato lavoro o avviato un certo tipo di attività economica.

Gli stati americani ed asiatici sono pieni di ristoranti “italiani”  gestiti da non Italiani, neppure per origine. Si tratta nella maggior parte dei casi di lavoratori locali che hanno colto la bontà della cucina italiana e del “marchio” internazionale legato ad essa e si sono messi sul mercato. In alcune occasioni dobbiamo riconoscere che hanno saputo cogliere il vero senso della cucina italiana, in altre occasioni l’hanno stravolto, in modo per noi intollerabile. Ma magari sono proprio quei ristoranti “italiani” che hanno più successo localmente, perché estremizzano la nostra cucina venendo incontro ai gusti alimentari locali, con un pizzico di esotismo italico.

Ormai non si contano più i “sushi bar” gestiti da Italiani. Qualche settimana fa sentivo le note di canti “Gospel” sotto casa, sono sceso pensando di incontrare un’amica afroamericana che abita in zona ed è un’apprezzata cantante. Sono rimasto sorpreso quando ho visto che si trattava di un gruppo musicale composto unicamente da Italiani, che hanno ricevuto grandi applausi dal pubblico presente.

Insomma non esistono riserve “etniche”, neppure nel mercato del lavoro. Da questo punto di vista sono importanti le azioni di stimolo verso gli immigrati perché si integrino sempre di più, acquisiscano gli elementi base della lingua italiana e elevino la propria professionalità in settori di grande rilevanza socio-economica, come l’assistenza agli anziani. Questo approccio funziona, purché tali azioni di stimolo, come il “permesso a punti” o i programmi di integrazione, non si traducano in trabocchetti per cacciare via gli stranieri con stratagemmi burocratico/formalistici.


Autore: Giovanni Papperini

Giovanni Papperini. Laureato in legge, libero professionista, 57 anni, esperto di corporate immigration e relocation, vive e lavora nel quartiere “Talenti” a Roma e, come titolare dello Studio Papperini Relocation ( www.studiopapperini.com ) e Presidente del Ciiaq ( info@ciiaq.org - Comitato italiano immigrazione altamente qualificata), si occupa di attrarre talenti da ogni parte del mondo in Italia, aiutandoli a superare gli ostacoli della burocrazia e ad integrarsi nella realtà del Paese.  Ha “attratto” dall’Austria anche la moglie, con cui ha avuto due gemelli.

3 Responses to “Quando ha senso dire: “il lavoro agli Italiani!””

  1. Del scrive:

    Qui non si parla di come gli sranieri accettino lavori sottopagati abbassando il costo del lavoro. Trovo che l’articolo sia assurdo, per la corsa al lavoro gli italiani devono rimboccarsi le maniche per tener testa alla concorrenza. Si è dimenticato di un particolare, a volte gli immigrati si prendono il lavoro lavorando anche a poco. E’ a questo che sprona l’immigrazione?
    A leggere l’articolo si intuisce quasi che il lavoro in Italia, che dovrebbe essere priorità degli italiani, diventa una corsa a chi riesce ad accaparrarselo….e forse anche aaccettando di essere sottopagati!

  2. Giovanni Papperini scrive:

    Mi dispiace che Del abbia equivocato il senso delle mie parole. Intendevo esattamente il contrario, che gli stranieri non devono illudersi di mantenere per sempre un vantaggio competitivo sugli Italiani accontentandosi di salari più bassi o facendo lavori cd “etnici” , come ristoratori o cantanti di “gospel”. Prima o poi i lavori “marginali”, come lo sono alcuni che sono stati nel passato monopolio degli stranieri vengono “riassorbiti” in lavori più strutturati, e renumerati. E non esiste un monopolio eterno neppure per lavori inizialmente “esotici”. Più complesso è il discorso del lavoro come “priorità degli Italiani” , non desidero assolutamente negare che esiste una qualche forma di competizione tra Italiani e stranieri per alcuni specifici settori del lavoro, tuttavia si tratta di una percentuale assolutamente limitata rispetto alla competizione globale , che evidenzia la perdita di competitività di interi settori produttivi italiani e produce fenomeni “difensivi” non sempre positivi (alcuni tipi di “delocalizzazione” non legati ad una autentica espansione internazionale delle imprese, il mercato “duale del lavoro”, ecc).

  3. Henri scrive:

    Conviene chiamare gli stranieri: “nuovi cittadini italiani”. Molti di loro sono assai più legati all’Italia di quanto si pensi. Un esempio: Molti stranieri hanno già avviato un progetto di di famiglia in Italia. Proprio per questo occorre fare molta attenzione…Pensate a tutti gli immigrati che hanno un/a marito/moglie e figli/figlie italiani/e. La loro disoccupazione significherebbe l’indigenza per la loro famiglia composta da…italiani. Ma anche se non avessero formato una famiglia, il solo fatto di vivere qui rispettando le regole e contribuendo alla vita economica deve essere tenuto in grande considerazione.

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