Megastore, non facciamo i “fighetti”

– Che il centrodestra berlusconiano diventi il paladino di una improbabile guerra ai centri commerciali sarebbe un bel paradosso. Non il solo, forse, ma sicuramente interessante.

Il presidente di Federstrade, un’associazione di Commercianti romani, ha definito i centri commerciali – così abbiamo letto – “il male assoluto”. Fin qui nulla da dire, ognuno fa il suo mestiere e difende legittimamente i propri interessi costituiti: i commercianti come i taxisti, i farmacisti come i notai. Ciò che invece non è scontato è che il sindaco di Roma Gianni Alemanno si sia messo sulla medesima lunghezza d’onda.

Capiamoci, un conto è la politica urbanistica, che è chiamata a regolamentare in modo ordinato la distribuzione delle grandi superfici commerciali  e che quando serve deve saper dire dei no, chiunque sia a chiedere.

Ma da qui a dare un giudizio negativo dei centri commerciali sul piano sociale ed economico, la strada è lunga ed è bene non percorrerla se non si vuole rischiare, in questo caso sul serio, il “fighettismo”. Se è vero che a Roma i grandi centri commerciali sono sorti numerosi ed in pochi anni, è altrettanto vero che ciò è dipeso dal ritardo con cui si è partiti rispetto ad altre capitali europee.

Chi frequenta i centri commerciali vede una cosa molto diversa da ciò che è stato definito “male assoluto”. Le grandi superfici funzionano perché sono funzionali alle esigenze dei cittadini. Lì le famiglie, che nel fine settimana non hanno una casa in campagna in cui ritirarsi, possono trascorrere qualche ora in mezzo a tanta gente, di tutti i tipi e di tutti i ceti, senza l’incubo del parcheggio o la corvè di mezzi pubblici inadeguati, in luoghi sicuri dove i bimbi scorazzano senza pericoli e trovano magari quei giochi (non di rado con tanto di supervisione) che scarseggiano nei parchi. E poi ci sono grandi librerie e cinema, per un “consumare culturale” adeguatamente promosso e reso accessibile.

Ovvio, lo shopping è il momento centrale. Ma che male c’è nel trovare molti negozi, vicini e di tutti i tipi, in cui fare acquisti senza farsi spennare? Anche negli ultimi mesi, caratterizzati da consumi in calo e prezzi di nuovo in crescita, secondo le stime, la grande distribuzione organizzata ha permesso ad ogni famiglia di risparmiare (comprendendo farmaci e benzina) tra duecento e quattrocento euro all’anno. Non è poco. A questo aggiungiamo che nei centri commerciali – non ho dati ma sarei pronto a scommetterci – ci sono meno evasione fiscale e meno lavoro nero, giacché anche i controlli sono più semplici.

Allora chiudiamo i negozi in città, con l’effetto di desertificarle, e costringiamo tutti nelle grandi superfici? Ovviamente “est modus in rebus”, ci vuole misura in tutte le cose; ma a me pare che il mercato sia in grado di trovare un buon punto di equilibrio, e che, se e quando sarà necessario, si potrà anche intervenire, ma senza alcun furore ideologico.

Del resto, ad esempio, a chi capita di vivere o passare la più parte del suo tempo nella città di Roma il settore del commercio e della ristorazione appare tutt’altro asfittico visto il continuo nascere di nuove attività, per lo più innovative e indirizzate ad un pubblico diverso – almeno in parte- a quello dei grandi centri commerciali. C’è posto per tutti, ma lasciamo che siano i consumatori a scegliere quello che, di volta in volta, preferiscono.


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

11 Responses to “Megastore, non facciamo i “fighetti””

  1. marina scrive:

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  2. Federico Maestrelli scrive:

    Caro Onorevole, in quello che scrive c’è sicuramente del vero, giusto non demonizzare, questi moderni centri commerciali offrono sicuramente degli ottimi servizi di ottima qualità in un unico posto, senza quindi spendere tempo e soldi per spostarsi da un capo all’ altro della città in cerca di quanto desiderato.
    E’ altresì vero però che in alcune situzioni locali questi centri “prosciugano” il centro storico dalla tradizionale clientela e la dirottano in periferia..

    Se questo può andare bene per città come Roma o Firenze.. dove comunque il turismo aiuta moltissimo i commercianti del centro storico.. per cittadine come ad esempio Empoli, la creazione della nuova Ipercoop di Santa Maria ( periferia di Empoli ) ha comportato, complice anche la crisi, ad una moria delle attività commerciali delle due vie principali del centro storico.. tante saracinesche abbassate.. pochissima gente nei locali.. e una situazione di degrado crescente.

    Per non parlare del fatto che Empoli stà assistendo ormai alla morte del cosidetto “ceto medio-borghese”.. sostituito da un esercito di cassiere della Coop, magazzinieri della Coop, Garzoni della Coop.. e via dicendo.. che oltre a contribuire elettoralmente allo status quò Toscano.. uccide del tutto quel sogno americano che trova sempre un algolino nel cuore in tutti noi.. partire da una piccola attività commerciale.. per poi ingrandirsi.. espandersi ecc. ecc.

    A Empoli per un giovane.. il sogno americano è passare dal reparto Frutta al banco dei Formaggi..

    Quindi come in tutte le cose bisogna sempre trovare la giusta misura e tanto pragmatismo.. Dote presente nel DNA di ogni vero Liberale classico.

  3. filipporiccio scrive:

    @Federico Maestrelli

    I piccoli negozi non possono fare concorrenza ai centri commerciali soprattutto perché sono vessati in modo allucinante dallo stato.
    Quando si pretende che ogni negozio di 15 metri quadrati realizzi un bagno per disabili, esattamente come un centro commerciale da 15000 metri quadrati, è chiaro che il costo per il piccolo negozio sarà in proporzione 1000 volte maggiore, e quindi insostenibile.
    La grande distribuzione ha gioco molto facile a star dietro alle innumerevoli trovate burocratiche, fiscali e vessatorie che il governo berlusconiano, esattamente come i precedenti, continua ad imporre a tutti. Basta assumere un team di persone per stargli dietro. Peccato che anche la piccola impresa familiare dovrebbe assumere lo stesso “team di persone”, ma non se lo può permettere, e quindi vivacchia nella mezza illegalità (non avendo i mezzi per essere a norma) finché il padrone non va in pensione o non si stufa, e gli eredi si guardano bene dal rischiare la galera per non aver installato bene un distributore di sapone, soprattutto in assenza di una struttura societaria che diluisca le innumerevoli responsabilità civili e penali che uno si assume nell’esercizio di un’impresa.
    La distruzione della piccola impresa in Italia prosegue attraverso il delirio burocratico, ma i politici non se ne rendono conto: credono di “semplificare” quando stanno in realtà complicando in maniera allucinante, e se ne vantano. Per un paese come l’Italia basato sulla piccola impresa questo è un suicidio (oltre ad essere, in pratica, un’eliminazione della libertà di impresa, visto che si è sì “liberi” ma solo a condizione di rispettare leggi che di fatto non si può evitare di violare).
    Comunque normalmente i politici si rendono conto che per saccheggiare al meglio la ricchezza di un paese bisogna far funzionare l’economia, e che per questo occorre lasciare un po’ di libertà alle imprese, per cui speriamo che le cose possano cambiare in meglio (anche se vista l’alienazione dalla realtà di molti dei nostri non mi faccio illusioni).

  4. francesco marangi scrive:

    Sottoscrivo il commento di filipporiccio.
    E domando all’on. della Vedova: mi fa il nome di 10 deputati/senatori PDL liberali o liberisti? mi fa il nome di 1 coordinatore regionale PDL liberale o liberista? mi fa il nome di 5 coordinatori provinciali PDL liberali o liberisti?
    Temo siano assenti all’appello.
    Mi traccia la differenza tra PDL e PD che non si svolga nei temi della giustizia e delle riforme istituzionali, corrispondenti il primo all’esigenza del premier si salvare il sedere ed il secondo all’esigenza della nomenclatura di aver più mano libera nell’esercizio del potere?

  5. Marco Bonaccorsi scrive:

    Tra l’altro provi lei a venire in Toscana e aprire un centro commerciale , se si chiama Coop le fanno anche lo svincolo prima dell’apertura ( vedi ipercoop Empoli e relativo svincolo dalla fi pi li ) se chiama Benedetto della vedova o chiunque altro vedrà che incapperà in qualche normativa avversa , in più se è un piccolo esercente non chieda di avere parcheggi gratuiti o la possibilità di modifiche urbanistiche , come cambiare la destinazione d’uso di un terreno da agricolo a parcheggio , per la coop anche 2000 mq di variazione ,per lei nisba , anzi corre il serio rischio di essere etichettato come un pericoloso speculatore , quindi, da che parte sta la scelta ideologica ? perchè quello che è concesso ai grandi centri commerciali ( anche stranieri !!) non viene concesso anche ai piccoli esercenti ? eppure i piccoli esercenti numericamente portano anche più voti .

  6. filipporiccio scrive:

    @Marco Bonaccorsi

    Davvero, eppure al governo c’è la destra cattiva!
    Invece dell’arbitrio dovuto all’assenza di norme, siamo in una situazione in cui la proliferazione di norme consente ugualmente l’arbitrio, questa volta dell’applicazione o meno di tali norme. D’altra parte sanno tutti che se da domani tutti (a partire dalla pubblica amministrazione) cominciassero a rispettare tutte le norme il paese andrebbe in rovina all’istante, non potendo questo essere fatto.

  7. Massimiliano Gangi scrive:

    Assolutamente d’accordo ! Bell’intervento

  8. Marco Bonaccorsi scrive:

    @Filippo Per favore non me ne parlare ( proprio a me iscritto ad AN per 15 anni oggi elettore del PDL ed ho fondato un gruppo su fb dove chiedo le primarie nel PDL ), la selva di norme serve alla politica ( quella con la p minuscola) per avere autonomia , a discapito della legalità .

    Proprio in questi giorni L’Esselunga ha dovuto rinunciare ad aprire a Livorno
    http://lavoratoriipercoop.blogspot.com/2010/04/esselunga-vs-coop-livorno-il-rimbalzo.html

    Allora ??

  9. marina bertucci scrive:

    Per me i centri commerciali potrebbero tranquillamente chiuderli tutti.
    La mia famiglia ha in gestione un bar dentro un centro commerciale a Roma. Si lavora solo il sabato e la domenica, se non piove, visto che un centro commerciale all’aperto, quindi atipico, con tantissimi negozi chiusi ed affitti da capogiro (Via Condotti al centro è meno cara); aperti sette giorni su sette, facendo fare i salti mortali ai dipendenti per il giorno di riposo. Almeno potrebbero fare un giorno di chiusura obbligatoria per tutti, tipo il lunedì, giornata totalmente morta commercialmente.
    E’ stato un vero scempio l’apertura di tutti questi centri a discapito dei piccoli negozi su strada, che comunque sono beneficiati per essere su strada e con maggiori possibilità di vendita del centro.
    Cordialmente.

  10. Non è mia abitudine entrare in polemica. Tuttavia desidero puntualizzare alcune delle affermazioni contenute nella sua lettera. dal momento che sono direttamente chiamata in causa quale Presidente “Federstrade”, Associazione che raccoglie attualmente più di seimila adesioni di operatori commerciali per la promozione di una politica di rilancio e di potenziamento della piccola e media impresa commerciale della città.
    Nessuno di noi è contrario per principio ai centri commerciali.(Il titolo del Corriere della sera sul “male assoluto” è dovuto a estremizzazione e condensazione di efficacia giornalistica nella titolazione). Pensiamo, tuttavia, che il fenomeno dei grandi centri commerciali sia cresciuto a dismisura privo di un concreto piano di utilità sociale, contribuendo, così, a modificare, di colpo, il comportamento dei cittadini, in modo non sempre positivo.
    Non è, ad esempio, la soluzione migliore, per i bambini, correre (spesso per interi pomeriggi) al chiuso di una mega-struttura, nella luce artificiale, senza poter socializzare fra di loro, in un luogo poco adatto a stimolarne l’osservazione, l’attenzione e il senso della realtà. E’ ciò che invece offrono le strade di una città, la gente che le percorre, le vetrine dei negozi, insomma i colori della realtà che stimolano, più di ogni altra cosa, la fantasia infantile non soltanto nei termini di acquisizione e di consumo.
    Quanto alla sicurezza cittadina, è compito primario delle istituzioni assicurarla. Non si risolve certamente un problema tanto serio che affligge le grandi città del mondo chiudendosi in un interno, per quanto attraente e ricco di offerte.
    Ugualmente si può dire per l’evasione fiscale. La fedeltà fiscale è uno stretto dovere di ogni categoria di cittadini e quindi, ovviamente, di chi gestisca un esercizio commerciale grande o piccolo che sia.
    Quanto alla definizione di “fighetti” essa appare assolutamente non rispondente alla realtà di noi commercianti “di strada”. Come può essere definito “fighetto” un imprenditore che esegue, insieme ai suoi collaboratori, turni di lavoro molto lunghi in condizioni quasi sempre poco comode. Che ha acquisito con sacrificio una professionalità specifica qualificata. Che si comporta in ogni caso con pazienza e garbo consigliando l’acquirente sui prodotti più adeguati alla sua personalità.
    Senza contare la insostituibile funzione sociale del “negozio di strada” per le categorie più deboli quali gli anziani, le giovani madri mamma con i bambini piccolissimi, o le persone portatrici di handicap o di difficoltà fisiche di ogni genere.
    Ma il tema di questa risposta non sarebbe concluso se non venisse ribadita la necessità che i grandi centri commerciali, del resto insostituibili ad esempio, quando, soprattutto in provincia, siano localizzati in modo da assicurare ogni genere di acquisto agli acquisti degli abitanti dei piccoli paesi intorno, debbano rispondere ad un piano di localizzazione ordinato e funzionale anche in città, per rendere, in tal modo, un grande servizio autonomo e diversificato, non sostitutivo e concorrenziale con il commercio tradizionale che conserva (e “Federstrade” si occupa di incrementerlo) quella utilità sociale e civile che lo ha contraddistinto, nei secoli, come fattore primario della civiltà e della emancipazione dei popoli.

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