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Il suicidio “raccontato” di Roberta Tatafiore, post-femminista liberale

– E’ uscito in questi giorni, per i tipi di Rizzoli, “La Parola Fine” della giornalista e sociologa Roberta Tatafiore. Si tratta di un diario-memoriale delle drammatiche settimane che hanno preceduto la  decisione dell’autrice di togliersi la vita, nell’aprile scorso.

Non è certo un libro facile da leggere, soprattutto per chi ha avuto il piacere di conoscere questa donna irriverente e lontana dalle appartenenze più scontate del mondo culturale ed intellettuale italiano. È tuttavia una testimonianza intensa e significativa di un gesto personale e, pur tuttavia, inevitabilmente politico.

Roberta è morta come è sempre vissuta.  Da donna libera e da sostenitrice del diritto a disporre liberamente della propria esistenza, un diritto affermato, sino alle conseguenze più estreme, nella scelta finanche del giorno e dell’ora della propria morte.

“A chi appartiene la vita? Alla società? A Dio? A noi stessi?” si chiede la Tatafiore nel suo testo, ma è solo una domanda retorica. Lei ha già la sua risposta: “Credo che la vita appartenga ad ogni individuo, libero di affidarla a chi vuole in base a ciò che la coscienza gli suggerisce”.

L’itinerario politico e personale di Roberta Tatafiore è stato, senz’altro, originale e degno di nota. Dall’impegno nella sinistra culturale e nel gruppo originario del “Manifesto”, agli anni spesi nell’area radicale, fino ad una collocazione, per molti versi “eretica”, nell’ambito del centro-destra.

Nel 2000, insieme con Marco Taradash e Giovanni Negri, fu tra le fondatrici di “Polo Laico”, un effimero movimento laico-liberale nella Casa della Libertà, per poi collaborare con tutti i principali quotidiani “conservatori”, da Libero al Giornale, dall’Indipendente” al “Secolo d’Italia” e al “Foglio”.

Lontana da inibizioni perbeniste, ha fatto dei temi scomodi il suo territorio naturale, affermandosi tra l’altro come studiosa di riferimento sulle dinamiche legate alla prostituzione, alla pornografia ed in generale al sesso commerciale.

Roberta è stata inoltre – anzi forse innanzitutto – una femminista, anche se negli ultimi anni sentiva particolarmente stretta tale etichetta. Del resto lo è stata, com’era nelle sue corde, in modo indipendente e non allineato. Anche qui verrebbe da dire “eretico”.

Gli inizi, alla fine degli anni ’70, nella rivista “Noi Donne” e nell’Unione Donne Italiane, cuori pulsanti del femminismo social-comunista che allora andava per la maggiore. Poi una progressiva presa di distanza da quel femminismo che incoraggiava nelle donne un atteggiamento vittimista più che una ricerca dell’indipendenza.

Volàno di questo riposizionamento è stato probabilmente l’impegno sul tema della prostituzione, vista da lei – in contrasto con il mainstream del “movimento” – non già come forma di sfruttamento sessista bensì, in definitiva, come scelta libero-professionale della donna.

Non le piaceva, del resto, l’iconografia femminista della donna “naturaliter buona” e si appassionava semmai ad eroine come la Uma Thurman di Kill Bill e in generale all’idea di una donna “che se la cava da sé”. In questo senso non temeva di parlare di donne che fanno cose “sconvenienti” rispetto all’immagine stereotipata del gentil sesso, come scegliere di guadagnare attraverso il sesso, oppure prendere in affitto un gigolo. Considerava noiosa una certa retorica anti-stupri ed invitava semmai le “giovanotte forti” a proporsi anche loro per sorvegliare il territorio, anziché attendersi la protezione solo dagli uomini.

Chiara e netta era, inevitabilmente, la critica a quello che resta del femminismo che – come ha avuto modo di scrivere nella prefazione al libro di Wendy McElroy “Le gambe della libertà” –  “si presenta progressista e protezionista, moralista e carrierista, in altre parole come un ‘femminismo di stato’ che sopravvive soltanto perché foraggiato dalle istituzioni nazionali ed internazionali”.

Uno spirito intimamente anarchico come il suo non poteva, del resto, sentirsi a suo agio nella cultura politicamente corretta, burocratizzante e statizzante delle “pari opportunità”.

Lontana da tempo dai recinti culturali della sinistra ideologica, Roberta Tatafiore ha intrapreso, negli anni, un percorso di ricerca tutto suo che l’ha portata verso approdi intellettuali di non facile categorizzazione, ma in buona sostanza liberali.

E’ stata una voce libera e fuori dal coro e per questa ragione ci piace molto ricordarla ad un anno dalla scomparsa.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

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