– Renato Brunetta ha condotto la sua sacrosanta battaglia mettendo a punto, strada facendo, la strategia.

Se all’inizio il ministro faceva leva soprattutto sugli aspetti più comunicativi del problema (‘licenziare i fannulloni’, costringere i dirigenti a fare il loro mestiere e quant’altro), col trascorrere del tempo ha preso il sopravvento il profilo concreto (normativo vero e proprio) della riforma.

Quanti credevano che il ministro si sarebbe limitato ad enunciare dei buoni propositi e basta, ha dovuto ricredersi. Ben presto, dopo l’operazione trasparenza, sono arrivate corpose iniziative legislative che hanno rimesso con i piedi per terra l’ordinamento giuridico del pubblico impiego, che ormai era scappato di mano in un contesto di falsa riforma che assicurava ai dipendenti il “meglio del meglio” del regime pubblico e di quello privato: l’inamovibilità e buoni livelli di stipendio e inquadramento professionale.

Il ministro ha potuto andare avanti, praticamente indisturbato, non solo per il favore che incontrano le sue proposte nell’opinione pubblica, ma anche e soprattutto per la velocità con cui ha agito, prendendo di sorpresa avversari lenti a muoversi e che non si aspettano di imbattersi in interlocutori coraggiosi pronti a fare quello che dicono.

I leader sindacali, d’abitudine, agiscono in modo contrario (non fanno mai quello che annunciano) e si aspettano che tutti si comportino al pari di loro. Brunetta invece è stato di parola. Ma con le sue iniziative – specie da quando si è reso conto che non cambierà mai nulla se non si spezza lo strapotere sindacale e non si rivede la costituzione materiale improntata sul consociativismo – il ministro ha svelato il vero volto di una larga parte del sindacalismo nella pubblica amministrazione che, una volta gettata la maschera della dichiarata disponibilità al cambiamento, consiste in un’effettiva e disperata difesa dello status quo.

Non che i problemi esistano solo nel settore pubblico. Lì si presentano nella loro espressione esagerata fino al paradosso. Ormai, nello svolgimento dell’attività sindacale è praticamente scomparsa ogni forma di volontariato (sopravvive al massimo in qualche lega sperduta di pensionati). Centinaia di migliaia di persone (dirigenti, funzionari e attivisti) esercitano la loro professione totalmente a carico dei datori di lavoro (ovviamente, nel caso dei pubblici dipendenti, a carico di noi tutti). Il lavoro sindacale si svolge durante il normale orario o si avvale di permessi retribuiti. Ciò vale per le assemblee (10 ore all’anno), per le riunioni degli organi dirigenti (8 ore al mese) senza limiti di numero e di incarichi, per lo svolgimento dei compiti delle rappresentanze aziendali (oltre ai limiti di legge si contrattano in azienda appositi monte-ore).

Se poi il dipendente “fa carriera” nella sua organizzazione e ne diventa un dirigente a tempo pieno, può usufruire di altri due istituti: il distacco e l’aspettativa sindacale.

Nel primo caso (si tratta di una prerogativa tipica del pubblico impiego ma non estranea alle grandi imprese private) il dipendente continua ad essere pagato dell’Amministrazione (percepisce persino i premi di produttività) ma lavora per il sindacato. Sono ben 3.007 i “distaccati” (uno ogni 1.164 travet) per un onere annuo (inclusivo di Irap ed oneri sociali) pari ad oltre 116 milioni di euro. Ad essi vanno aggiunte 420mila ore di permessi retribuiti per un costo – il dato non è recente – di 9,2 milioni di euro.

Nel secondo caso (generalmente diffuso nel mondo privato), per il dipendente in aspettativa il sindacato non versa la contribuzione sociale, che è considerata figurativa e quindi a carico di noi tutti. I sindacalisti sono i soli ad aver conservato tale condizione privilegiata, che una volta era riservata anche ai componenti delle assemblee elettive.

Fin qui, dunque, i costi. Si tenga conto che questi “diritti” devono essere moltiplicati per il numero di sindacati considerati rappresentativi, perché firmatari dei contratti collettivi. Si spiega, così, il proliferare di sigle sindacali nei settori del pubblico impiego e dei servizi: conquistare un “posto a tavola” (dove si stipulano i contratti) significa poi aver accesso al “tesoretto” della nullafacenza (per dirla con Pietro Ichino) a favore dei loro attivisti.