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In Irlanda del Nord attentati e violenze, ma la pace non è finita

– Per l’Irlanda del Nord, lunedì 12 aprile 2010 doveva essere una giornata storica: quella del passaggio dei poteri di polizia (esclusi i servizi segreti) e giustizia da Londra a Belfast.

Molto è cambiato dagli anni degli attentati. Nel 2005 la Provisional Ira ha deposto le armi. La città di Londonderry è tornata a chiamarsi Derry City anche nei documenti ufficiali. Nelle sue strade, come in quelle di Belfast, i murales sono una meta turistica e raccontano la simbologia di una guerriglia passata. Belfast è adesso una città vitale, all’avanguardia per quanto riguarda l’istruzione universitaria e la cultura. Più di una coppia su cinque è mista cattolico-protestante, il segno più tangibile che i nord-irlandesi non vogliono più odiarsi.

Sussistendo ormai le condizioni per una convivenza civile tra fazioni che, un tempo, si detestavano, la devolution (fortemente cercata dalle forze politiche locali) è venuta da sé. E simbolicamente il ministero della giustizia dell’Irlanda del Nord è andato a David Ford, leader di una formazione politica liberale minoritaria (l’Alliance Party) che però ha sempre sostenuto, anche negli anni più bui, la necessità della coesione e della costruzione di una comunità non solo politica, ma anche umana e sociale.

Pochi minuti dopo il passaggio ufficiale dei poteri è esplosa un’autobomba a Holywood, cittadina a est di Belfast, a grande maggioranza di protestanti, sede di una base del Mi5 britannico (Palace Barracks) e di un “Memorial Garden”, cioè un luogo di ricordo delle vittime militari.

Un luogo carico di una simbologia forte, che richiama direttamente i Troubles, cioè gli anni degli scontri tra i repubblicani e le (allora famigerate e non equidistanti) forze dell’ordine britanniche di stanza in Irlanda del Nord.
E il giorno dopo, il 13 aprile, sessanta case del centro di Newtonhamilton sono state evacuate in seguito a un allarme bomba rivelatosi reale.

Nessuno si è fatto male, ma la pace che fine ha fatto? All’inizio del mese la polizia scoprì e disinnescò un’altra bomba collocata in un’auto, a Crossmaglen presso il confine con la Repubblica d’Irlanda.
A febbraio a Newry (quarta città nord-irlandese) un’autobomba esplose senza fare vittime perché la polizia, preavvertita dieci minuti prima, aveva fatto in tempo a evacuare la zona.
Alcuni piccoli attentati fallirono alla fine del 2009 per problemi tecnici.
E più di un anno fa furono uccisi tre militari in due diversi attentati a distanza di qualche giorno.

Protagonisti dell’escalation sono Real Ira (che ha rivendicato la bomba del 12 aprile), Continuity Ira (che ha rivendicato quella del 13) e altri piccoli gruppi di irriducibili della lotta armata.
A Derry c’erano state delle avvisaglie durante la commemorazione della rivolta di Pasqua del 1916, quando un rappresentante del Oglaigh na hEireann, gruppo staccatosi dalla C-Ira, coperto da un passamontagna ha minacciato che nel 2010 i loro fatti varranno più di mille parole.
E sempre a Pasqua è scattata una protesta di 48 ore nel carcere di Maghaberry da parte di 28 detenuti di R-Ira e C-Ira contro le rigide misure a cui sono sottoposti sia loro, sia i familiari in visita.

Un’escalation che non ci si aspettava, resa ancora più pericolosa dal fatto che le azioni sembrano essere condotte sempre “meglio”. Come se R-Ira e C-Ira avessero arruolato personale tecnico, più esperto nel confezionare ordigni. E’ in questa direzione che si starebbe concentrando la polizia, stando al “Belfast Telegraph”.

I gruppi, in concorrenza tra loro, sembrano avere innescato la via della propaganda armata, al fine di galvanizzare la comunità cattolico-nazionalista mentre il governo transcomunitario di cui fa parte anche il Sinn Fein (l’ex braccio politico della P-Ira) non riesce a far approvare nemmeno una legge sulla lingua gaelica da tre anni.

Nel contempo, secondo fonti anonime citate sempre dal “Belfast Telegraph”, e in linea con la tradizione dell’Ira, i gruppi offrono servizi di assistenza alla comunità di riferimento, che, più di quella protestante, soffre endemicamente di disoccupazione e mancanza di case. Una sorta di Stato nello Stato, proprio come agì la P-Ira negli anni ’70 quando però la necessità di protezione in alcuni quartieri di Derry e Belfast era oggettiva. I cattolici non avevano lo stesso accesso al mondo del lavoro dei protestanti, erano politicamente discriminati perché le grandi imprese nord-irlandesi avevano a disposizione un pacchetto di voti aggiuntivo alle elezioni, e questi voti venivano esercitati dai rappresentanti legali delle aziende, tutti protestanti. La vecchia polizia locale, la Ruc, si è dimostrata usare quasi sempre due pesi e due misure durante i Troubles. Insomma, la vita dei non-protestanti, non-lealisti in Irlanda del Nord è sempre stata piuttosto difficile, come ormai ammettono tutti.

La “protezione” si sta concretizzando in fatti di sangue non politici: solo a Derry negli ultimi mesi si registrano il ferimento di uno stupratore da parte di Oglaigh na h’Eireann, l’assassinio di un trafficante di droga da parte di R-Ira, l’aggressione di un commerciante che vende “sballo legale” (cioè sostanze che replicano gli effetti della droga) da parte di un gruppo “repubblicano contro la droga”.

Ma il popolo nazionalista si fa galvanizzare? Molti elementi fanno dire di no.
Il “repubblicano medio” nord-irlandese oggi vuole solo lavorare, crescere i figli in una terra pacifica e invecchiare serenamente. E’ probabile che l’integrazione europea giochi un forte ruolo in questo cambio di consapevolezza, insieme al fatto che il governo di Londra ha dimostrato di saper correggere i suoi errori, ad esempio smantellando la Ruc e sostituendola con una forza di polizia più super partes, e più in generale riconoscendo la peculiarità delle contee nord-irlandesi, la cui comunanza con la tradizione del resto dell’isola è indiscutibile.

Nel contempo la P-Ira, attraverso il Sinn Fein, è entrata stabilmente nelle istituzioni. Martin McGuinness, ex capo militare della P-Ira di Derry, è addirittura il vicepremier del governo locale, alla cui testa c’è un uomo del Democratic Unionist Party, un tempo il movimento più ferocemente (in senso letterale) antinazionalista e anticattolico.

La politica da una parte, la società dall’altra hanno insomma compreso che la convivenza conviene più del riesame storico dei confini e del ricordo di secoli di guerre, confische, atteggiamenti da potenza coloniale e sanguinose ribellioni. Perfino i murales più violenti sono stati sostituiti attraverso stanziamenti pubblici (più di tre milioni di sterline a cui se ne aggiungeranno altri 5), con immagini storiche e perfino sportive.

Chi ha nostalgia di quelle che c’erano prima, ne parla comunque, non a torto, dal punto di vista della memoria, non dell’attualità. Il fatto che ci siano 96 richieste in sospeso da parte di comitati di quartiere per sostituire immagini che ricordano i tempi della  guerriglia urbana – che allora servivano ad animare lo spirito e a marcare il territorio – la dice lunga su quanto appeal possano avere i gruppi paramilitari nell’Irlanda del Nord di oggi. Nonostante gli attentati di questi giorni.


Autore: Massimiliano Melley

Nato a Milano nel 1975, si è laureato in Scienze Politiche a Milano e ha conseguito un master in Spettacolo Impresa Società alla Bicocca (facoltà di Sociologia). Ha scritto di politica lombarda ed estera su "L'Opinione" e attualmente collabora con il quotidiano online "Milano Today".

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