Il quoziente familiare? Ripensiamoci

– dal Secolo d’Italia del 14 aprile 2010 –

La “famiglia tradizionale” era fondata su di una divisione del lavoro, che affidava alle donne il compito di sovraintendere all’organizzazione domestica e al lavoro di cura. Con la riforma del diritto di famiglia, che ha stabilito la parità giuridica dei coniugi, è venuto meno il presupposto normativo che consentiva la subordinazione funzionale delle donne e giustificava la disparità di genere. Una disparità – si badi – tanto interna quanto esterna alla famiglia e rappresentata in modo eloquente dalla minore partecipazione femminile al mercato del lavoro.

Malgrado i cambiamenti e una reale emancipazione femminile, che emerge da tassi di scolarizzazione superiore e universitaria non solo migliori di quelli maschili, ma più vicini alle medie europee, il “modello tradizionale” continua ad ispirare le risposte della politica alle sfide che oggi impegnano la famiglia, non solo dal punto di vista etico-culturale, ma anche da quello economico-sociale.

In Italia, coperte da una retorica familiare moralistica, le politiche pro family sono rimaste al palo. E quando, in termini di prospettiva, si indica una direzione di marcia, in genere si auspicano forme di premio fiscale al “non lavoro” femminile, come la progressiva introduzione di una “tassazione per parti” del reddito dei coniugi, attraverso lo splitting o il quoziente familiare.

Il fatto che le famiglie siano una sorta di ammortizzatore sociale “naturale”, su cui si scarica una spesa sociale strutturalmente sbilanciata a favore della previdenza, spinge giustamente a soccorrere i bilanci familiari, chiamati a surrogare il “welfare che non c’è”. E’ invece assai meno sostenibile che correre in soccorso alle famiglie significhi retribuire fiscalmente il lavoro domestico e la rinuncia ad occupazioni extradomestiche. Il non lavoro, più o meno obbligato, delle donne è uno dei problemi di un cattivo modello di welfare. Non può diventarne la soluzione, anche perché la carenza di servizi non comporta solo un basso tasso di fertilità, ma anche ricadute importanti sul mercato del lavoro, disincentivando l’offerta e in generale la mobilità del lavoro femminile.

L’esigenza di riscrivere interi capitoli della spesa sociale non risponde solo a ragioni di equità, ma anche di efficienza, per perseguire il duplice obiettivo di accrescere la partecipazione femminile al mercato del lavoro e di ridurre i disincentivi alla maternità, impliciti in una spesa sociale sostanzialmente discriminatoria.

Eurostat conferma che il tasso di occupazione femminile italiano (46,1 per cento) è il fanalino di coda del continente (attestato ad una media del 58,7). Un’indagine condotta sui dati del 2006 conferma che il tasso di inattività femminile italiano – numero di donne inattive sul mercato del lavoro tra i 15 e i 64 anni – è di circa un terzo superiore a quello medio dell’Ue (49,2 contro 37,1 per cento) e di oltre la metà superiore tra i 25 e i 54 anni (35,7 contro 23,6 per cento), anche in ragione di una maggiore dipendenza femminile dalle responsabilità familiari e dall’organizzazione domestica (Eurostat 2008).

Il quoziente familiare, anziché restituire equità ed efficienza alla spesa sociale, rischia di determinare iniquità ed inefficienza fiscale, di comportare un ulteriore disincentivo al lavoro femminile e di accrescere nel medio-lungo periodo lo squilibrio del sistema previdenziale, in un paese in cui la spesa per la reversibilità pensionistica è doppia rispetto a quella media Ue.

Il favor familiae e l’impianto solidaristico della nostra Costituzione ovviamente autorizzano che l’imposizione non sia totalmente neutrale. Ma il favor familiae non può tradursi in un damnum mulieris e in una sorta di esilio dal mercato del lavoro per le donne che provvedono, in luogo del welfare pubblico, alle funzioni di assistenza. Un’indagine sui fattori determinanti dell’inattività femminile ha inoltre rilevato che, tra i 25 e i 45 anni, il tasso di inattività delle donne che vivono in coppia è di quasi cinque volte superiore a quello delle single: quasi il 29 per cento contro poco più del 6 (Isfol 2007). La famiglia non sembra essere un buon “affare” per le donne e questa tendenza va arginata, non favorita.

Anche nella logica familiare, le riforme fiscali devono incentivare il lavoro e la produzione di reddito e non spingere nella direzione opposta. Oggi le donne italiane lavorano poco (o per meglio dire in poche) e fanno pochi figli. Se con la tassazione su base familiare si giungesse al risultato di incentivare fiscalmente il “non lavoro” per favorire la maternità, non si compenserebbe uno squilibrio, ma se ne introdurrebbe uno ulteriore. Questo comprometterebbe le possibilità di crescita del paese, soprattutto al sud, dove le donne occupate sono oggi circa tre su dieci, poco più della metà che nel nord.

Peraltro occorre onestamente riconoscere che, tra le famiglie con figli o altre incombenze familiari, quelle maggiormente svantaggiate dal basso livello di spesa sociale pro family sono, a parità di reddito, quelle in cui entrambi i coniugi lavorano e in cui è quindi più forte la necessità di ricorrere all’acquisto di prestazioni sul mercato privato.

Anche per questa ragione occorre immaginare soluzioni pro family che non consolidino e premino fiscalmente modelli familiari mono-reddito. E soprattutto occorrono riforme che incentivino una più equa ripartizione del lavoro domestico tra uomini e donne.

Le donne italiane dedicano al lavoro familiare 5 ore e 20 minuti ogni giorno (Istat 2008), più di tutte le altre donne europee. Al contrario, in Italia gli uomini dedicano alle stesse attività meno tempo che in tutti gli altri paesi europei, appena 1 ora e 35 minuti e tre uomini su dieci non fanno letteralmente nulla (meno di dieci minuti al giorno). Il quoziente familiare o lo splitting servirebbe a pagare questo lusso maschile e questa servitù femminile a spese dei contribuenti single o delle famiglie “irregolari”: coppie di fatto etero o omosessuali che, secondo una lettura “tradizionale”, non dovrebbero godere di questi benefici.

Per rispondere alle necessità delle famiglie occorre piuttosto pensare alla graduale integrazione delle provvidenze pubbliche pro family attraverso un sistema di buoni-spesa, affidati alla gestione delle famiglie e commisurati alla loro capacità reddituale, per l’acquisito delle prestazioni sul mercato privato. Una spesa sociale così “disintermediata” (e liberata dall’illusione di potere accrescere il numero e la qualità delle prestazioni erogate direttamente dal sistema pubblico), accrescerebbe comunque la quantità del welfare familiare e ne migliorerebbe la qualità, la flessibilità e l’efficienza.

Su lato fiscale, per aiutare la famiglia si può pensare ad una differenziazione di genere dell’imposizione (A. Ichino-Alesina) a vantaggio delle lavoratrici donne o, in modo più “gender neutral”, ad una riduzione dell’aliquota d’imposta sulle ore aggiuntive lavorate dal secondo percettore di reddito della famiglia (Saint Paul), indipendentemente dal fatto che questi sia maschio o femmina. Bisogna comunque alleggerire i carichi fiscali sul reddito da lavoro, non riconoscere un “reddito fiscale” al coniuge inoccupato.

Sul lato welfaristico, si deve pensare ad un logico, ma faticoso riassestamento dei pesi della spesa sociale. Fino a che la spesa per gli asili nido sul Pil sarà dieci volte inferiore a quella dei paesi più virtuosi (Ocse 2007), le “politiche per la famiglia” saranno solo chiacchiere.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

13 Responses to “Il quoziente familiare? Ripensiamoci”

  1. mm scrive:

    davvero ottime e condivisibili osservazioni!

  2. Dante scrive:

    Non condivido l’analisi. Il quoziente familiare dovrebbe essere una redistribuzione del reddito totale di entrambi i coniugi: se io guadagno 1000 e mia moglie 400, poter dichiarare 700 entrambi potrebbe essere una grande agevolazione, oltre che un sistema di equità fiscale. Se poi nelle riduzioni facciamo entrare anche il numero dei figli, il sistema diviene ancor più equanime. I costi della famiglia, infatti, si moltiplicano a causa della presenza di figli, sia in termini monetari che in termini di tempo. Poter usufruire di sconti fiscali libererebbe notevoli energie. Se poi si riuscisse a sviluppare anche un sistema di servizi efficace e diffuso, sarebbe l’ideale.

  3. iulbrinner scrive:

    Potrebbe darsi che ci siano anche donne che – contrariamente ad uno stereotipo emancipato, politicamente indotto – preferiscano fare le madri e pensare alla famiglia in modo tradizionale.
    Oppure tutte le donne devono tendere ai medesimi obiettivi?

  4. Gabriella Borsatti, Milano scrive:

    Perfetto. Avevo espresso la stessa idea in una lettera che fu pubblicata dal Giornale l’11 febbraio, con una aggiunta: il quoziente familiare è una riedizione surrettizia del “cumulo dei redditi”, che fu abolito negli anni 70 perchè incostituzionale.

  5. Mauro Vaiani scrive:

    Sono d’accordo che il quoziente familiare non deve essere dato in una ottica ristretta (e un tantino ottusa), però qualcosa si deve fare. Anche per incentivare le persone a vivere insieme e a fare figli, che sono due attività importanti. Sapete bene quanto costa meno al welfare una persona che non invecchia da sola. Sapete anche quanto sia importante un certo recupero di natalità in parecchi territori italiani. Quindi avanti con il dibattito. Che ne dite di una detrazione di mille euro al mese per ciascun familiare a carico, figlio, convivente o anziano? Siccome mille euro a persona sono praticamente il minimo per una vita decente, ritengo giusto chiedere che non si paghino tasse sui soldi che servono per vivere. Fra l’altro, sapete quanto nero emergerebbe, se ci fosse una notax area di mille euro mensili testa?

  6. Mario Seminerio scrive:

    @Dante: quello che lei propone è un drastico abbattimento della progressività dell’imposta attraverso il sistema dello split (ci può anche stare, ognuno ha i propri orientamenti fiscali), ma l’effetto collaterale sarebbe un crollo dell’offerta di lavoro (dal versante femminile, visto che in genere sono le donne ad avere reddito medio inferiore a quello dell’uomo, per arcinoti motivi), che rallenterebbe ulteriormente la crescita dell’economia italiana, per come è misurata tradizionalmente (cioè nel resto del mondo);

    @iulbrinner: ci saranno certamente donne che pensano a fare le madri, ci mancherebbe. Proprio per questo riteniamo che sia da sostenere la proposta “gender neutral” di Saint Paul.

  7. Carmelo Palma scrive:

    @Mauro: tu proponi una sorta di fiscalizzazione del premio assicurativo per la vecchiaia … Se uno si sposa e da vecchio non è solo, alla collettività costa meno (vero). Ma la scelta del matrimonio o della paternità/maternità incentivata non definisce il livello livello di responsabilità del coniuge … e meno ancora quello dei figli (te lo dico per esperienza: quando ero consigliere comunale a Torino ho visto che il principale problema burocratico dell’assessorato all’assistenza era recuperare presso i familiari degli anziani ospitati nei ricoveri una parte del costo delle rette di degenza).
    La scelta della deduzione o della detrazione a me pare (mi piacerebbe sentire su questo Mario) meno “buona” dell’incentivo fiscale al lavoro e comunque complementare. Il beneficio deve essere congegnato come un incentivo al tasso di attività di entrambi i coniugi, non come una mera compartecipazione alla spesa della famiglia. Il fatto che le donne non lavorino non è solo un problema della società italiana (anche in termini previdenziali), ma di ogni famiglia italiana (in termini di minor reddito e di diversificazione del rischio).

  8. Dante scrive:

    Non ho capito l’equazione: redistribuzione dei redditi = donna che reputa conveniente starsene a casa.
    Attualmente la legislazione italiana prevede addirittura la donna “a carico”, con tanto di assegno familiare annesso ed una serie di agevolazioni da modello ISEE (ma sapete che è più facile ottenere un posto in un nido per una famiglia monoreddito, piuttosto che con la donna che lavora?). Invece, con la redistribuzione dei redditi, la donna che lavora abbasserebbe l’aliquota del marito e si creerebbe quella “società di fatto” che effettivamente dovrebbe essere la famiglia.

  9. genovese scrive:

    fa un po impressione sentir dire che “bisogna dare il quoziente familiare per incettivare le persone a vivere insieme “..come se Lo stato si dovesse precocupare di un fatto del genere E’ davvero laico e liberale e radicale tutto cio’ ? O è una tendenz a paternalistica di stampo etico-cattolico ?

  10. A mio modesto avviso il concetto da cui dovremmo partire è “conciliazione”, non nel senso fiscale ma nel senso di possibilità concreta per le donne madri ( ma oggi anche per molti uomini) di accedere a strumenti di flessibilità ( part time, tele lavoro) coi quali meglio coniugare la vita privata con quella lavorativa.
    La maggioranza delle donne alla scelta tra una vita da madre casalinga e madre ( assente ) lavoratrice preferirebbe di gran lunga una soluzione intermedia in grado di coniugare la cura dei figli con una vita sociale extra familiare soddisfacente.
    Oggi, anche se qualche passo è stato fatto, siamo molto indietro specie nel settore privato dove l’accesso agli strumenti quali quelli accennati sopra è economicamente svantaggioso per i datori di lavoro, e discriminate per il lavoratore.
    Ci siamo mai chiesti il motivo per cui la professione dell’insegnamento è quella a cui la maggior parte delle donne madri aspira? 22h/settimanali “on site” con 3 mesi di “ferie” estive.
    E’ sul versante quindi degli “aiuti fiscali alla conciliazione” che dovremmo ricercare le soluzioni senza necessariamente dividerci tra pro e contro politiche fiscali di aiuto alla famiglia.
    Date alle donne, ma anche a sempre più uomini, la possibilità di essere brave madri E brave lavoratrici e vedrete che il tasso di occupazione femminile salità, come quello di natività, la spesa per il welfare calerà ( si potrà essere flessibili anche per cura genitori anziani oltre che per figli).
    PS: nessuna discriminazione di stato civile deve poi sussistere nell’accesso a strumenti di flessibilità quali part time ed altro

  11. Franco scrive:

    Da tutte gli interventi precedenti mi pare manchi il problema dell’educazione dei figli. Una donna che si dedichi all’educazione dei figli non può essere considerata improduttiva, a meno che non si pensi, come purtroppo si pensa, con i risultati che vediamo sui nostri figli, che l’educazione non è più compito della famiglia, ma solo della scuola. Io per contro ho sempre pensato che compito della scuola (magari liberalizzata) sia quello di istruire, e che ad educare debba pensare la famiglia. Mi sento quindi ampiamente favorevole al quoziente familiare, che secondo me introduce un elemento di equità fiscale. Entrare poi nei sistemi con cui si assegnano posti negli asili nidi, o in qualsiasi altro servizio sociale, è qualcosa che mi da semplicemente l’orticaria e quindi evito di commentare.

  12. Roberto scrive:

    come qualcuno ha provato a dire,anche io continuo a vedere visioni di quello che dovrebbe essere uno stato che mi sembrano di tipo etico paternalistico religioso.E’ vero che purtroppo la nostra costituzione in molte parti lo é,cosi’ come in molte parti é il contrario di una costituzione liberale,pero’ mi pare che se si vuole avere uno Stato davvero liberale,che guarda all’interesse collettivo partendo dall’individuo,non si puo’ continuare con questo tipo di politiche.Io credo che lo Stato dovrebbe essere neutrale sulle scelte degli individui sul fare o non fare figli,se sposarsi o non sposarsi,se convivere o non convivere….il compito principale dello Stato é regolare la civile convivenza tra le persone,offrendo loro servizi che il privato non fornisce perche’ non ne ha convenienza o perche’ sono beni pubblici.Non deve doversi occupare di tutto o dare miliardi e miliardi di contributi pubblici per ogni cosa,come accade ora.A fronte di questo stato leggero,ci vuole un sistema di welfare ti tipo generalizzato per quanto riguarda la copertura dei rischi di disoccupazione e per le persone piu’ deboli,con sistemi che pero’ non disincentivino la ricerca di lavoro.Da punto di vista fiscale,sono contrarissimo sia a quozienti familiari,sia a discriminazioni sia positive che negative di genere.La tassazione dovrebbe essere di tipo individuale,cosi’ come le prestazioni del welfare.Lasciamo ai cittadini la libertà di scegliere come vogliono vivere,senza ne incentivi ne disincentivi.L’unico intervento che forse vedo dover fare uno Stato liberale é quello legato alle esternalità negative di tipo ambientale,quelle si forse indispensabili,ma che devono essere costruite con molta attenzione e in maniera corretta,altrimenti potrebbero anche creare dei danni o distorcere troppo il mercato.

  13. Roberto scrive:

    Interventi di tipo fiscale ce ne sono da fare,ma non quello del quoziente familiare:semplificazione,rimodulazione dei carichi fiscali tra lavoro,rendita e consumo per rendere piu’ neutrale il fisco e meno sbilanciato sul lavoro (innalzamento della fiscalità sulla rendita).Recupero dell’evasione da destinare completamente a riduzione fiscali generalizzate e non a nuova spesa.Riduzione del rapporto tra spesa primaria e PIL ai livelli minimi che si erano raggiunti negli ultimi 15 anni (se non sbaglio nell’anno 2000,anche al netto degli introiti UMTS considerati come una minor spesa in conto capitale).Dal 2001 al 2005 si é sprecata l’occasione derivante dall’abbassamento dei tassi di interesse,facendo aumentare di nuovo la spesa pubblica primaria in rapporto al PIL.Invece,da un governo di centro destra mi sarei aspettato proprio il contrario,cosa che non é riuscita nonostante i tentativi di porre anche dei tetti di crescita annua,tipo quella del 2%,falliti.Per il 2009 abbiamo avuto per fortuna una minor spesa per interessi ma con l’aumento prossimo dei tassi,avremo un aumento del loro costo,occorre agire al piu’ presto sulla riduzione della spesa pubblica di almeno un punto di PIL all’anno,per arrivare al pareggio di bilancio il prima possibile.

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