– C’è già stata nella storia d’Europa una forma di governo semipresidenziale accompagnata da un sistema elettorale proporzionale: la repubblica tedesca di Weimar. Non proprio un felice precedente. Nel modello costituzionale di cui la Germania si dotò dopo il disastro della prima guerra mondiale, il presidente del Reich – eletto dal popolo per sette anni –  rappresentava il Reich nei rapporti internazionali, aveva il comando delle forze armate, poteva sciogliere il Reichstag (la Camera Bassa) ed era dotato di un particolare potere, una specie di decretazione d’urgenza con la quale era possibile addirittura sospendere alcuni diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione, esercitabile in caso di pericolo dell’ordine e della sicurezza pubblica. Il Reichstag, eletto con un sistema proporzionale, concedeva e ritirava la fiducia al cancelliere (il primo ministro) ed al governo. La storia di Weimar è nota, un travagliato succedersi di 21 governi in 14 anni, dal 1919 al 1933, prima della presa del potere nazista e la dissoluzione delle speranze di un modello liberale costruito con l’ambizione di durare.

Per un sistema politico quattordici anni sono quel che per un transatlantico è il viaggio inaugurale, e come per la tragedia del Titanic il crollo di Weimar ha tante cause, alcune casuali, altre “climatiche”, come la grave contingenza economica, altre ancora strutturali. Una di queste era proprio la coesistenza del semipresidenzialismo e di una legge elettorale proporzionale. “Fortemente proporzionale – sottolinea la politologa Sofia Ventura – e quindi foriera di una profonda frammentazione della rappresentanza parlamentare. Quel sistema creava fortissime tensioni tra un presidente eletto ed un parlamento incapace di esprimere governi stabili”.

E’ evidente come le differenze tra l’attuale situazione italiana e quella della Germania del primo dopoguerra superino abbondantemente i punti di contatto, ma la suggestione di Weimar è molto forte: “Dovrebbe farci capire – continua Ventura – che i semipresidenzialismi possono essere tante cose, i dettagli sono fondamentali”.  Tradotto in politichese corrente, vuol dire non si può spezzettare un modello senza aver ben presente cosa un meccanismo produce dall’interazione con gli altri meccanismi. “Ad esempio – sottolinea Luca Mezzetti, docente di diritto costituzionale a Bologna – è fondamentale che la riforma costituzionale si faccia carico di rendere coerente la forma di governo con quella di stato. Vedo i rischi di uno sbilanciamento”.

Il sistema elettorale per l’elezione del parlamento italiano è ovviamente molto diverso da quello tedesco weimariano, essendo caratterizzato da una importante componente maggioritaria, il premio di maggioranza attribuito alla coalizione vincente, e da soglie di sbarramento relativamente alte per le forze non coalizzate. Eppure, come ogni sistema proporzionale incentiva la frammentazione, a partire da quella intra-coalizione, come mostra la tornata elettorale del 2006.

La frammentazione partitica farebbe venir meno il principio cardine su cui si basa il sistema francese (ancor più da quando sono stati uniformati i mandati parlamentare e presidenziale, con la sostanziale eliminazione del rischio della coabitazione):  per Ventura “il sistema di governo francese si basa sulla centralità del capo di stato, un presidente che governa e che, in quanto leader di fatto della maggioranza parlamentare, si impossessa degli ampi poteri dell’esecutivo”. Il presidente si trova a diventare il leader di una maggioranza parlamentare omogenea “grazie alla forza trainante della competizione presidenziale a doppio turno con ballottaggio, che rende necessaria la formazione, quantomeno al secondo turno, di una maggioranza assoluta”. Traducendo le parole di Ventura: è la maggioranza presidenziale il collante della maggioranza parlamentare.

Anche rispetto all’elezione del presidente della Repubblica, seguendo il ragionamento di Ventura, il doppio turno pare imprescindibile, per ridurre la forza dei partiti piccoli ed attrarli nello schema bipolare. “Proprio il doppio turno – commenta Mezzetti – permetterebbe ad esempio al centrodestra di riassorbire l’Udc o al Pd di non perdere l’aggancio con l’Idv. Ma diciamolo francamente: Berlusconi teme che l’eventuale calo di affluenza al voto per il secondo turno penalizzi soprattutto il centrodestra e possa minare la solidità dell’alleanza con la Lega”. Sul punto Sofia Ventura è molto netta: “Vogliono un turno unico per il presidente? Allora predispongano un sistema all’australiana, obbligando l’elettore ad indicare il suo ordine di preferenza dei candidati, in modo da determinare il vincitore sulla base di una maggioranza assoluta di consensi. E’ un elemento fondamentale”.

E’ bene fare attenzione a non confondere il piano delle riforme con quello dell’opportunità politica di breve periodo, quella di non scontentare la Lega Nord. Il partito di Bossi punta al colpo grosso, diciamolo con franchezza: Berlusconi insediato in un Quirinale dal sapore di Eliseo, affiancato però non da un governo “del presidente”, ma da un esecutivo condizionato da una maggioranza a trazione leghista. A parti invertite, tra centrodestra e centrosinistra, sarebbe come avere presidente della Repubblica il leader del Pd ed il governo ostaggio di Di Pietro. Se oggi il PdL accetta questo compromesso, il pasticcio sarebbe molto probabile. Ci condanneremmo per miopia politica ad uno schema in cui i partiti più grandi, capaci di esprimere i candidati alle presidenziali (una competizione maggioritaria) e a catalizzare intorno a sé le forze minori, finirebbero in parlamento ad essere fortemente condizionata da queste ultime, veri “parassiti” anti-sistemici (à la Le Pen) o centristi (à la Bayrou, leggasi Casini).