Ma quello leghista è un voto d’opinione

– di Benedetto Della Vedova, dal Secolo d’Italia del 10 aprile 2010 –

Secondo la vulgata, la Lega avrebbe vinto per il suo radicamento territoriale, per l’attivismo dei suoi quadri, per l’efficienza dei suoi amministratori, per una presenza visibile e riconosciuta in territori che la “politica mediatica” riesce ad attraversare, ma sempre meno a conquistare. E’ proprio così?
La questione è rilevante, anche per il PdL. E’ infatti evidente che se la vittoria della coalizione è il primo degli obiettivi –  ed è stato raggiunto – il partito di maggioranza relativa non può restare indifferente alla competizione interna con i lumbard.

Il voto leghista è certamente (anche) un voto legato all’amministrazione e all’occupazione di posizioni di potere locale, non solo a livello istituzionale; altrettanto certamente è (anche) connesso alla visibilità delle migliaia di “sezioni” aperte e al movimentismo di una dirigenza giovane e militante. Ma il voto leghista resta soprattutto, a suo modo, un voto di opinione. Lo è stato fin dagli inizi, quando la Lega era una forza politica semi-clandestina, esclusa da tutte le stanze del potere, che cresceva grazie al passaparola e al malcontento del profondo Nord del Paese. Ad esempio, la percentuale di voto della Lega nelle ultime regionali in Piemonte (16,73 contro 17,06) è stata perfino inferiore a quella delle elezioni politiche del 1992, mentre in Lombardia (26,20% contro 24,33%) ed in Emilia Romagna (13,67% contro 10,11%) di poco superiore.

Il voto di opinione non è solo quello culturalmente elaborato del “ceto medio riflessivo”, amato dalle elite della sinistra. E’ anche quello istintivo, immediato e “di pancia” che segna sempre, nel bene come nel male, le svolte politiche dei paesi democratici.
Ho potuto verificare questa ipotesi sulla natura del voto leghista proprio nella terra da cui provengo, la provincia di Sondrio, la sola provincia italiana, con quella di Treviso, in cui la Lega superi il 40% dei voti. E’ una provincia in cui anche dove la Lega non ha una vera presenza organizzata o non ha dato una particolare dimostrazione di efficienza continua ad essere premiata da un consenso, che riflette qualcosa di più complesso e profondo dei suoi meriti di governo o della visibilità dei gazebo.

Più che sul radicamento territoriale, la Lega fonda il proprio successo sulle parole d’ordine, sulla propaganda e sui demeriti “romani”, su di una narrazione che, nelle aree del Nord più sensibili per ragioni socio-economiche e culturali, le consente di essere sempre e comunque “all’opposizione di Roma”, anche quando a Roma governa.

La Lega nel corso di questo ventennio è cresciuta in modo tutt’altro che lineare e incrementale: un andamento altalenante tipico dei partiti “di opinione”. Dal 1996 al 2001 sul piano nazionale ha più che dimezzato i consensi, passando dal 10,07 a 3,94%, Tra le politiche 2006 e le europee 2009 li ha invece più che raddoppiati, passando dal 4,58 al 10,22. Di tutta evidenza, le sue percentuali sono state spinte in alto e in basso non dalla performances della “macchina organizzativa” del Carroccio, ma dalla presenza o assenza di proposte politiche competitive, per intercettare le paure di un elettorato che “compra Lega”, quando non può comprare prodotti migliori, anche se molto diversi.

Il PdL è oggi alle prese con una sfida difficile e decisiva. Negare che la competizione con la Lega sia decisiva per il futuro del prtito sarebbe un errore. E la risposta alla sfida elettorale del Carroccio non può essere di tipo organizzativistico, ma politico e di comunicazione. Non penso che agli elettori si possa vendere lo stesso prodotto con una confezione diversa, facendo “concorrenza leghista” al partito di Bossi: se si agitano temi e slogan leghisti si porta acqua al mulino bossiano, non a quello del PdL. Ad esempio, gli operai impauriti dalla crisi occupazionale e passati al Carroccio possono essere riconquistati con politiche per la crescita che diano loro fiducia e la speranza concreta di un futuro migliore, non dando ragione alla Lega sulla necessità di bloccare l’immigrazione straniera, visto che da questo punto di vista il futuro che si annuncia sarà, inevitabilmente, “peggiore”.

Penso che proprio per preservare l’ancoraggio leghista alla compagine moderata occorra riequilibrare i pesi elettorali della coalizione, allargando il bacino elettorale in tutte le direzioni, anche “a sinistra”. E offrendo alle paure del Nord una risposta compatibile, ma migliore di quella leghista; ancorata con fiducia al futuro del paese, non al rimpianto dei bei tempi andati che non erano così belli e che, comunque, sono andati per sempre.


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

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