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“Il profeta” di Jacques Audiard: carcere e voyeurismo

– Adriano Sofri, in una nota che prendeva spunto dal film di Jacques Audiard, “Il profeta” (appena presentato al festival di Cannes, dove aveva vinto il Gran Premio della Giuria) scriveva che il cinema, è vero, può contribuire a rendere più trasparente il mondo del carcere, a mostrarlo agli occhi del pubblico. Ma corre il rischio di alimentare un voyeurismo del carcere, e cioè, se non ho inteso male, una osservazione compiaciuta dei suoi aspetti più degradati e crudeli.
La considerazione di Sofri è cinematograficamente pertinente se pensiamo che esiste un filone di sottoprodotti – il cosiddetto filone “carcerario” – concentrato sui carceri femminili, ma non solo – che fa spettacolo del sadismo e degli stupri.
Non è certamente il caso del “Profeta” di Audiard.
E tuttavia, si può dire che il film sia privo di voyeurismo? La registrazione continua, estremamente attenta, della vita del protagonista – un ragazzo arabo, immigrato in Francia, finito in carcere per un reato minore -; dei suoi gesti, delle variazioni delle espressioni del viso, del modo di parlare, degli atteggiamenti del corpo – questa osservazione così intensa da essere quasi amorosa, non è forse voyeuristica?
Credo di sì, ma credo anche che non fosse questo il voyeurismo – appunto amoroso e non sadico – che temeva Sofri.

“Il profeta” è un film gremito di avvenimenti. E dunque, anche se ha la durata eccezionale di due ore e mezzo, è, per forza di cose, una cronaca asciutta; dove la violenza c’è, è anche particolarmente efferata, non è certo sottaciuta, ma, come tutte le azioni che compongono la vicenda, non è enfatizzata o insistita. Comunque, non è resa spettacolare.
Il ragazzo protagonista, che si trova in carcere solo, senza amici all’interno, che non ha familiari che lo riforniscano di soldi o di indumenti, comprende presto che per la propria tutela personale non può contare sul personale del carcere, che il film mostra spesso corrotto dalla criminalità; e accetta la protezione di un boss del clan dei còrsi.
Ma non è una protezione a buon mercato: per conto dei còrsi, dovrà uccidere un altro detenuto arabo (e non può esimersi, ne va della sua pelle). In compenso, riceve soldi, cibo e permessi di libera uscita.

Dicevo: “Il profeta” è un film gremito di fatti: di intrighi, di imboscate, con cui si fronteggiano le componenti etniche della popolazione carceraria: còrsi e arabi , in particolare, ma entra nella vicenda anche un Rom. Ma i fatti, in questo caso, sono tutti in funzione della vicenda, anche interiore, del protagonista, che resta sempre al centro del quadro.
Dopo aver ucciso il prigioniero arabo, malgrado i vantaggi che ne ricava, egli si trova in questa incresciosa situazione: è disprezzato dai còrsi, che lo trattano come un servo alle loro dipendenze; ed è considerato dagli arabi un traditore dei propri fratelli.

Ma il ragazzo, che è ignorante, quasi analfabeta, però molto sveglio, saprà rovesciare a proprio vantaggio tale situazione: avendo compreso che in carcere vince il più furbo e il più spietato, provocherà una strage del clan dei còrsi, si sottrarrà alla soggezione al loro boss, e diventerà lui stesso il boss degli arabi.
Insomma: entrato in carcere come piccolo delinquente, ne uscirà come un criminale laureato; senza che né i giudici, né le guardie, né gli assistenti sociali, ne abbiano, a quanto pare, il minimo sospetto.
Riassunto così, il percorso del protagonista potrà risultare tristemente verosimile, ma anche un po’ spiccio e risaputo.

Ma nel film, quel percorso è attentamente graduato, non è lineare, si inceppa non soltanto negli ostacoli esterni, ma anche nei conflitti interiori del ragazzo, nei suoi sensi di colpa.
Insomma: “Il profeta” è un film pieno di sottigliezze, relative alla descrizione dell’ambiente del carcere, ma ancora di più, alla psicologia del protagonista.

Consideriamo, ad esempio, uno dei momenti finali del film.
Siamo nel cortile del carcere, quel cortile di cemento che abbiamo già visto sotto il sole autunnale, oppure coperto dalla neve, o poveramente addobbato per le feste di Natale.
Il ragazzo è già diventato il boss degli arabi. Mentre il suo maestro, il boss dei còrsi, è ormai un vecchio solo, caduto in disgrazia.
Il còrso vorrebbe parlargli, probabilmente per chiedere un favore, un aiuto.
Ma il ragazzo, schierato con gli arabi sul muro opposto del cortile, finge di non intendere il suo cenno di richiamo.
Allora è il còrso che, umilmente, gli si avvicina. Ma il ragazzo lo fa fermare e buttare a terra da uno dei suoi uomini.

Ecco, in quel momento, negli occhi del ragazzo c’è appena un principio di pianto. Forse è pietà per il suo maestro? O, in un momento di lucidità, è pietà per se stesso, trasformato a forza, da quel maestro, in un assassino?
Ma si sa, i duri non devono piangere. E quel leggerissimo velo di lacrime è dissimulato e riassorbito dal gesto noncurante con cui il ragazzo si porta alla bocca la sigaretta.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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