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L’Italia al palo nella libertà d’impresa

– L’altra faccia del “mal di concorrenza” che affligge il Paese è il grave gap di libertà economica che regolarmente viene registrato nelle classifiche internazionali. L’ultima è contenuta nella ricerca curata dall’Istituto Bruno Leoni e resa nota l’8 aprile. Per l’Italia si tratta di un dato eclatante.

Risultiamo infatti al 27 posto per quella che viene definita “libertà di intrapresa” tra i 25 paesi dell’Unione europea. Rispetto ad un punteggio massimo di 100, l’Italia consegue un misero 35, 16 punti al di sotto della Romania e 23 punti al di sotto della Bulgaria. L’economia italiana è pertanto meno libera di quella dei paesi dell’ex blocco comunista ed è distanziata di 40 posizioni dall’Irlanda, prima in classifica con 74 punti, seguita dalla Danimarca e dal Regno Unito.

Tale pesante gap di libertà di intrapresa ha gravi effetti sulla crescita: tra il 2000 e il 2009 siamo cresciuti sempre di un punto in meno rispetto alla media della U.E. a 27, noi + 0,6 gli altri + 1,6. Fatto 100 il P.I.L. italiano all’inizio del 2000, l’Italia ha chiuso il 2009 con un P.I.L. a 106, l’Europa a 117.

Ma vale la pena allungare lo sguardo ai fattori principali che fungono da fardelli per la libertà economica. Il più pesante è quello della “regolazione”, cioè l’inflazione normativa e il numero enorme di adempimenti burocratici richiesti alle imprese. Il punteggio assegnato per questo fattore al nostro Paese è un misero 18 su 100. Anche il sistema fiscale ci trascina verso il basso nella graduatoria, con un punteggio di 31, così come il  grado di ospitalità per le imprese, che raggiunge uno score di 37. L’unico fattore che contribuisce a tenere meno basso il punteggio di sintesi è il mercato del lavoro, che consegue uno score di 48.

Siamo pertanto il Paese meno libero d’Europa, pur essendo guidato da una classe politica in cui quasi tutti si dicono liberali, e con un Presidente del Consiglio che, da sempre, promette la “rivoluzione liberale”. Ad incidere non poco in questo senso è la pressione fiscale: l’aliquota marginale sul reddito di impresa è del 33 per cento, contro una media europea del 23,5. Per gli individui l’aliquota massima è del 43 per cento, a fronte del 35,7 per cento medio nella Unione europea.

In sintesi, dalla ricerca emerge quella che dovrebbe essere l’agenda per il Governo e per il Parlamento da qui ai prossimi anni, ma purtroppo sembra che secondo la classe politica le priorità siano ben altre.


Autore: Luigi Tivelli

Consigliere parlamentare della Camera dei deputati, docente ed esperto di amministrazione pubblica ed autore di numerose pubblicazioni e libri in materia amministrativa, giuridica, economica e politologica. E’ editorialista del Messaggero e del Mattino.

5 Responses to “L’Italia al palo nella libertà d’impresa”

  1. Sarebbe difficile essere in disaccordo con il Consigliere Tivelli e non solo per la precisione dei dati e la clarità della Sua esposizione.
    Della parola “liberale” troppi empiono di vento il proprio fiato per emetterla quasi fosse un mantra che tutto cura e risolve come il tocco dei Re francesi. Per questo mi sento di essere assai pessimista sul risultato finale di un percorso che viene sostanzialmente “gestito” da chi – violando precise promesse fatte all’elettorato – difende a spada tratta -ad esempio – quel contenitore di spesa inutile che pesa sul bilancio pubblico una finanziaria l’anno o giù di lì che è l’istituto Provincia. O che non ha il coraggio civile e morale di annichilare le superfetazioni corporative che ci soffocano.
    In vigenza di una Costituzione figlia di tempi morti e logiche compromissorie (ormai relitto, allumacatura d’una guerra sciagurata e del conflitto civile che ne è sortito) e della struttura dello stato che ne consegue e della sostanziale inviolabilità dei centri di costo che ne derivano, figli di una spartizione compromissoria fra visioni e prassi che nulla di liberale hanno avuto, sia le marxiste che le cattoliche – e questo senza minimamente far di conto delle devianze e dei degradi – appare impossibile alcuna azione che incida sulla realtà e, quindi, anche sul doing business in Italia.
    Non bastano tre anni di legislatura la cui coda, per altro, sarà tutta viziata dalla scadenza di mandato sia delle Camere che della Presidenza della Repubblica a fare di un inferno, non dico un paradiso ma neppure un purgatorietto.
    Nel buio, certo, parole limpide e nette e senza alcuna sbavatura come quelle dell’Autore sono un non trascurabile momento di lucidità ed è d’uopo essergliene grati.

  2. piero ha detto:

    — “Risultiamo infatti al 27 posto per quella che viene definita
    — “libertà di intrapresa” tra i 25 paesi dell’Unione europea.”

    27esimi tra 25? Com’è possibile? Forse, dopo aver toccato il fondo, abbiamo iniziato a scavare?

  3. filipporiccio ha detto:

    La burocrazia è il male peggiore dell’Italia, e da piccolo lavoratore autonomo posso dirvi che è peggio delle tasse (e io le pago tutte).
    La situazione va continuamente peggiorando anche ora. Con i vari DURC, CIP, INTRASTAT, PEC, DPS, EAS eccetera; la trasformazione di scadenze annuali in mensili; nonché un’infernale telematizzazione di tutte le procedure, che ha trasformato l’invio di un modulo di tre righe in una lotta di giorni contro siti web e software (e io sono un informatico). Il governo Berlusconi, esattamente come quello Prodi, non ha fatto che peggiorare la situazione, perché il problema è che il legislatore legifera senza sapere minimamente di che cosa sta parlando, e poi ci si trova a dover perdere giornate su giornate per far funzionare cose che in teoria servirebbero a “semplificare”, invece di lavorare. Vi assicuro che la situazione è tragica, per le piccole imprese se si va avanti così restano pochi anni.

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