– Sul dossier delle riforme elettorali e istituzionali non esiste alcun leader politico “in servizio” che non abbia cambiato ripetutamente idea, adattando di volta in volta la posizione alle esigenze del proprio partito e facendo comprensibilmente prevalere le ragioni della congiuntura su quelle della prospettiva.
Da questo punto di vista, c’è poco da stupirsi che la partita delle riforme resti ancorata oggi all’interesse del giocatore (relativamente) più forte, cioè del Carroccio e che il ridisegno del quadro istituzionale, del sistema di governo e delle legge elettorale si scontri con i veti preventivi della Lega.

Anche in questo è però necessario mantenere una misura, una relazione coerente tra le ambizioni del processo riformatore e le proposte formulate, tra l’interesse politico generale e quello particolare e non del tutto rinunciabile delle singole forze politiche.

In linea di principio le riforme istituzionali servono a costruire condizioni di stabilità istituzionale e di concorrenza politica efficienti, in grado di legare, in modo virtuoso, il mercato del consenso e le esigenze del governo. In linea di fatto si rischia di usare le riforme per stabilizzare ed “eternizzare” questo quadro politico e questi rapporti di forza, neppure tra due partiti, ma tra due leader – Berlusconi e Bossi.

Ci sarà nei prossimi mesi molto da discutere (si spera in modo comprensibile e non curiale) sulla “modellistica” istituzionale e sulle conseguenze politiche che ciascun modello comporta. Sarà però difficile discutere in modo utile se la discussione dovrà scontare in anticipo i veti leghisti. Quello che è successo ieri con le dichiarazioni di Fini è stato esemplare. Il presidente della Camera, nell’ambito del convegno “La Quinta Repubblica: un modello per l’Italia?” organizzato dalla Fondazione Fare Futuro ha sostenuto che l’adozione del semipresidenzialismo francese dovrebbe comportare una riforma maggioritaria della legge elettorale nazionale. E lo ha fatto nell’ambito di un discorso molto ipoetico e tutt’altro che “sparato” a favore di questa riforma molto profonda del quadro istituzionale italiano. Eppure il fuoco di sbarramento si è immediatamente alzato e le interpretazioni della rottura e della “volontà di rottura” di Fini e dei finiani si sono subito sprecate. Si può ritenere preferibile un altro modello, ma non si può chiamare “francese” un modello che preveda una forte “presidenzializzazione” del sistema istituzionale e un quadro politico e parlamentare proporzionalisticamente slabbrato, che fa prevalere la competizione interna tra i partiti alleati a quella esterna tra i partiti concorrenti.

Perché il treno delle riforme possa viaggiare va rimesso sui binari del buon senso. Le decisioni, se si giungerà ad un esito positivo, sconteranno realisticamente i rapporti di forza interni alla coalizione. Ma commissariare anche la discussione non è sbagliato, è ridicolo.