– Le posizioni espresse dai neogovernatori Cota e Zaia sull’utilizzo della RU486 nelle rispettive regioni sono state in questi giorni occasione di un dibattito acceso.

Molte voci si sono alzate per confutare la scelta di obiettare all’applicazione della legge 194, sia sul piano politico sia sul quello della legittimità. In effetti l’eventuale divieto all’aborto farmacologico da parte di Cota e Zaia sarebbe in contrasto con le regole e le linee guida determinate a livello nazionale, conformemente alle disposizioni della legge 194 e conseguentemente il ministro della salute Ferruccio Fazio ha ammonito i governatori “renitenti” di Veneto e Piemonte a non intraprendere iniziative unilaterali e, alla fine, illegali.

È per certi versi il paradosso di una campagna per le regionali giocata in modo importante sulle questioni bioetiche – con tanto di pronunciamento antiabortista della CEI – a cui però non corrispondono, come già notava su queste colonne Simona Nazzaro, poteri effettivi da parte delle regioni chiamate a inaugurare la nouvelle vague biopolitica.

È opinione di chi scrive che proibire il ricorso all’interruzione della gravidanza per via farmacologica rappresenti una scelta sbagliata ed inefficiente che, guardando anche alle esperienze estere, appare difficilmente sostenibile sulla base di considerazioni legate alla salute della donna.

Eppure, indipendentemente da quello che si può pensare nel merito della presa di posizione di Cota e di Zaia, l’idea di devolvere le decisioni sul tema della biopolitica ad un livello istituzionale più basso è tutt’altro che peregrina.
Essa si presenta, in effetti, come un corollario del processo di superamento dell’assetto centralista e di realizzazione in Italia di un autentico federalismo.

In fondo nelle esperienze federali più compiute e consolidate, come in quella americana, il concetto di decisione periferica si applica anche alle questioni civili e di coscienza, dalla pena di morte, all’aborto o al matrimonio gay.

In questo senso, sarebbe più che opportuno accettare (e rilanciare) la sfida lanciata dai due governatori leghisti sulla RU486, chiedendo che alle varie regioni sia concessa autonomia decisionale sui temi eticamente sensibili, affinché si possa innescare un quadro di concorrenza normativa, e il successo – e la popolarità – di alcune scelte si possa effettivamente misurare sull’insuccesso relativo di altre.

Per questa ragione non occorre aver paura dell’emergere di un’Italia a “macchia di leopardo” dove il cattolicissimo Veneto arrivi magari a vietare l’aborto, e, al contrario, la Toscana ammetta la ricerca sulle cellule staminali embrionali e l’Emilia Romagna riconosca alle coppie omosessuali il diritto all’adozione.

Sarà la prova dei fatti a dimostrare quali sono i modelli valoriali davvero “praticabili” – quali si riveleranno più compatibili con la dignità umana ed in definitiva più funzionali a garantire il progresso morale e culturale. Al tempo stesso i cittadini avranno un’opportunità in più. Quella di poter affiancare al voto elettorale, il “voto con i piedi”, cioè lo spostamento fisico, duraturo o anche solo momentaneo, verso parti del paese in cui prevalgano orientamenti più conformi alle loro sensibilità o alle loro necessità.

Peraltro un simile assetto di decentramento decisionale sarebbe uno dei migliori antidoti a qualsiasi deriva di intolleranza ideologica, in quanto una delle implicazioni fondamentali della devoluzione e dell’organizzazione federale è l’accettazione di una limitatezza intrinseca di ogni decisione politica.

In un ordinamento federale ogni norma pubblica non hainfatti una valenza assoluta, bensì un’applicabilità limitata al territorio che la emana, e di conseguenza è posta idealmente in stato di concorrenza con possibili soluzioni diverse che emergano in altri territori.

Ammettere che su questioni così sensibili come quelle che riguardano la vita e la morte possano prevalere scelte diverse in diverse parti del nostro paese sarebbe una scelta di umiltà e di moderazione. Una scelta certo “eversiva”, rispetto ad una logica stato-centrica, che nazionalizza anche le questioni bio-politiche, ma “correttiva” per un paese come l’Italia, che troppo spesso vive di guerre di religione.