Berlusconi e il ‘discorso d’amore’. Non è solo una questione di stile

– Il 15 dicembre dello scorso anno, per uno di quei casi che casi non sono, alle ore venti sia il TG 1 sia il TG 5 aprono con lo stesso titolo grafico: “l’amore vince sull’odio”. E’, ovviamente, la frase detta da Silvio Berlusconi, all’ospedale San Raffaele di Milano, a proposito dell’aggressione subita da Tartaglia due giorni prima.

A dire il vero la frase, che nello stesso giorno campeggia in un banner del sito ufficiale del PDL, è più lunga, eccola: “Grazie di cuore ai tantissimi che mi hanno mandato messaggi di vicinanza e di affetto. Ripeto a tutti di stare sereni e sicuri. L’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio”.

Questa frase, sorta di canone del sermone chiesastico, da subito crea una sorta di straniamento mediatico. Sembra un concetto d’altri tempi, sembra un manifesto elettorale degli anni cinquanta, sembra una formula biblica, sembra ironica senza volerlo essere, sembra un motto longanesiano ma dai contenuti inversi rispetto a quelli di quei tempi, sembra un riferimento a paradigmi classici della cultura citata quale ad esempio “Omnia vincit amor, et nos cedamus amori” da le Bucoliche di Virgilio. In poche parole ottiene il suo effetto: spariglia, prende in contropiede l’opposizione, fa sorridere gli amici e fa incazzare i nemici. Si comprende da subito che la frase, formalmente retorica e conservativa, nell’ottica della comunicazione politica contemporanea è rivoluzionaria.

Questa frase diventerà lo slogan elettorale del PDL. A marzo “L’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio” sarà anche il titolo di un libro che raccoglie una parte dei messaggi di sostegno pervenuti a Forzasilvio.it (tra i quali l’ ormai famoso: “Grande Silvio. Non ti abbattono nemmeno con la Kryptonite”) nei giorni immediatamente seguenti l’ aggressione subita. Il libro “ si propone come la cartina al tornasole dell’elettorato moderato”.

Il premier sceglie una frase – consigliato o meno, non importa – che appare levigatamente semplice, ma che in realtà assume, nella comunicazione politica, una complessità assoluta. E’ una frase problematica. E’ una frase che manifesta l’intenzione di impostare la campagna politica su quella che potremmo definire una “ sostituzione Tema/Argomento”. E cosa significa?

In ogni testo della comunicazione (un discorso, una frase, un film, un racconto, un articolo, una facciata di un palazzo) noi possiamo, e dobbiamo, sempre distinguere due livelli di significato: l’argomento e il tema. L’argomento è chiaramente visibile e percepibile nel testo, il tema no; il tema è la struttura profonda del significato, la ragione stessa del significato, è ciò che permette l’identificazione inconscia al significato. Facciamo un esempio: l’argomento dell’ Odissea è un viaggio avventuroso, e a tappe, che compiono una serie di eroi capitanati da Ulisse, il quale alla fine del racconto compirà la sua tragica vendetta. Il tema è altro, il tema è la ricerca del sé; ogni tappa del viaggio è una soglia di esperienza verso la consapevolezza.

Altro esempio più facile, don Camillo e Peppone: gli argomenti sono quelli che tutti conosciamo (il comunista e il prete nelle loro inconciliabili differenze e nei loro infiniti reciproci dispetti) il tema, invece, è l’amicizia, anzi, l’indissolubilità dell’amicizia, quindi l’amore. L’argomento è un elemento esteriore ( della superficie del testo), il tema è un elemento interiore (dell’Uomo) riscontrabile e presente in tutti gli uomini ed implicato nella profondità del testo. In poche parole, nella psicologia umana esiste un repertorio limitato di temi fondanti ( radici tematiche ) che poi nei testi sarà messo in forma di argomento, ossia, un predicato del tema.

La politica, come ogni forma testuale, è incentrata su forme di scansione tema/argomento. Se si fa una campagna politica incentrata, come argomento, sui diritti degli immigrati, si sta cercando di chiamare a raccolta tutti coloro che si “ identificano” nel tema dell’ inclusione (identitaria) e che sua volta rimanda al tema della sicurezza del sé (non devo proteggermi, non ho paura di essere trasformato e/o trasformarmi, non temo di disgregare il mio Io e la mia identità). Se viceversa si fa una campagna incentrata sull’allontanamento degli immigrati si sta cercando di chiamare a raccolta tutti coloro che si identificano nel tema dell’ esclusione (identitaria) che a sua volta rimanda al tema dell’insicurezza del sé ( devo proteggermi, ho il timore di essere trasformato e/o trasformarmi, temo di disgregare il mio Io e la mia identità).

Immigrazione, tasse, lavoro, ordine pubblico, sanità, scuola, infanzia: in una campagna elettorale gli argomenti vengono scelti per “attivare” temi inconsci. Vari argomenti, quando perdono di pregnanza, vengono sostituiti con altri argomenti che possano svolgere le stesse funzioni tematiche; in poche parole lo stesso tema può essere formalizzato da una moltitudine di argomenti diveri. Esattamente come in pubblicità o in qualsiasi altra formula di comunicazione persuasiva.

Ora: cosa ha fatto Berlusconi tirando fuori, come format elettorale quello dell’Amore (che vince sull’odio)? Ha sostituito un argomento (immigrazione, tasse, lavoro ecc.) con un tema (amore).
L’ Amore è un tema che è la radice di molti possibili argomenti, di infiniti argomenti. La cosa interessante è che la sostituzione della funzione narrativa dell’argomento (elemento razionale) con quella di un tema (elemento inconscio) solitamente è tipica della comunicazione politica nelle situazioni di rovesciamento ideologico, di rivoluzione o di gestione forzata (cristianesimo, rivoluzione francese, stalinismo ecc. ecc.). Una grande massa uniformata si muove all’unisono se si identifica in temi pulsionali, comuni a tutti, che siano in grado di trascendere gli argomenti.

Berlusconi – che, beninteso, non è né un rivoluzionario, né un dittatore – mettendo in campo l’Amore compie una complessa operazione semantica. Fonde significato e significante, va dritto al sé degli elettori, ma azzera gli argomenti della politica, o quantomeno se ne smarca. Questa è la grande forza comunicazionale di Berlusconi, sostituire gli argomenti con i temi.
Poi rimane un problema. Imbullonare un tema, in politica, è sempre pericoloso. Gli argomenti sono molti, intercambiabili e spesso equivalenti. I temi no. Se si “fraintende” il tema di un discorso non ci si identifica più nel tema del discorso, si perderà di vista il discorso, ci si allontanerà dal discorso.

Durante la Santa Messa del Crisma nella Basilica Vaticana, il Papa ha pronunciato queste parole: “Cristo non vince mediante la spada, ma per mezzo della Croce. Vince superando l’odio. Vince mediante la forza del suo amore più grande”. Se fossi un consulente di Berlusconi gli darei questo consiglio: a usar certi temi c’è il rischio di perdersi i laici.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

9 Responses to “Berlusconi e il ‘discorso d’amore’. Non è solo una questione di stile”

  1. Giannandrea Dagnino ha detto:

    Berlusconi è un animale politico, secondo solo a Bossi, almeno in questo momento: agisce per istinto, il suo paradigma è – giustamente, peraltro! – la semplicità e non ce lo vedo a tavolino ad imbastire “una complessa operazione semantica”, risultato, a mio giudizio, accessorio e involontario

  2. bel testo caro linguiti, ma “alla fine che vvoi dì?” che dobbiamo incoraggiare il pensionamento del vecchio capo e incoronare Fini prima che prorio il cosidetto cofondatore mandi in malora il PDL a forza di indebolirlo col sabotaggio sistematico?

  3. Marianna Mascioletti ha detto:

    @ Giannandrea Dagnino: sono d’accordo con quello che scrive, credo che a Berlusconi certe cose vengano naturali. D’altra parte mi sembra che anche nell’articolo si esalti quella che l’autore chiama “la sua forza comunicazionale”: credo che, con quest’espressione, volesse appunto contrapporre la forte istintività di Berlusconi nel compiere queste “operazioni semantiche” alla minor forza delle operazioni studiate a tavolino.

    @ Tommaso De Gregorio: mi indica dove nell’articolo ha visto la parola “Fini”? L’ho riletto un paio di volte, tra ieri e oggi, e non mi pare di averla vista.
    Capisco che i cosiddetti “finiani”, secondo alcuni, sono secondi solo ai Klingon per pericolosità e comunismo, ma vedere la parola “Fini” anche dove non c’è non mi pare esattamente un segno rassicurante di lucidità.

  4. Andrea ha detto:

    Mi soffermo solo sull’ultima frase, del rischio di perdersi i laici. A me è suonata ironica. Voglio dire, ormai ha già fatto parecchio per perdere il voto dei laici, e anzichè perderlo sembra che riesca a trasformare i laici in ferventi cattolici (vedere quanti di area ex socialista laica sono diventati inaspettati difensori della fede).

    @ Marianna
    E’ vero, Fini non c’è scritto. Ma ammettiamo che se vogliamo avere una politica più seria nel Pdl è quanto meno auspicabile che certe posizioni del Fini degli ultimi due anni siano prese in forte considerazione? Anche sul campo della comunicazione, che forse farà perdere voti, ma farà guadagnare qualcosa al paese. Altrimenti parliamo di amore contro l’odio comunista e si vince tranquilli per i prossimi 15 anni. E che ci guadagna il paese?

  5. bill ha detto:

    Io vorrei sapere chi sono i laici..
    Resta poi il fatto che mentre da una parte per mesi e mesi si è dottamente, costituzionalmente e con grande profondità intellettuale parlato di pedofilia, escort, stragi di mafia e amenità del genere, col corollario di un duomo in miniatura tirato in faccia al premier, forse sarebbe stato un pò difficile, dal punto di vista comunuicativo, parlare di immigrazione, tasse e lavoro. Specie se poi, quando magari ci si prova, si viene accusati dal fuoco amico di fare propaganda. Il che, sotto elezioni e visto il pulpito, è stato alquanto sconfortante.

  6. Andrea ha detto:

    @ bill
    I laici, credo, sono tutte quelle persone che vorrebbero fare le scelte che attengono se stessi e le proprie cose senza che queste siano sottomesse a decisioni venute dall’alto secondo logiche che seguono marcatamente ideali (religiosi, ma anche politici) che non condividono.

  7. Liberale ha detto:

    Quoto l’intervento di Tommaso De Gregorio. Quanto al laicismo secondo il Vangelo di Andrea, cito :”sono tutte quelle persone che vorrebbero fare le scelte che attengono se stessi e le proprie cose senza che queste siano sottomesse a decisioni venute dall’alto secondo logiche che seguono marcatamente ideali (religiosi, ma anche politici) che non condividono” mi sembra di leggere la storia politica degli ultimi 20 anni del non citato neo campione delle battaglie liberali, con buona pace dei creduloni “laici”.

  8. bill ha detto:

    @ Andrea : io mi considero laico, e aggiungo liberale. E infatti, anch’io voglio fare liberamente le scelte che mi riguardano. Conscio, però, che la mia libertà finisce dove comincia quella dell’altro. Per cui, certo laicismo sui temi etici, in cui qualcuno si è recentemente specializzato, che guarda caso non tiene in alcun conto i soggetti più deboli, si potrebbe anche chiamare fancazzismo.
    E ti assicuro: pensarla così non richiede l’essere credente, nè abbacinato da qualche ideologia fessa.

  9. a MARIANNA: per quanto riguarda la mia lucidità stai sparando sulla croce rossa: io ho svoltato i 50 anni. Tu però si vede che, all’opposto, di anni ne hai troppo pochi: è l’eterno problema della democrazia tutti capiscono, tutti decidono. Trovo che lo schematismo manicheo su laicità, laicismo e teocrazie varie sia uno dei bla bla più deprimenti del ventennio berlusconiano

Trackbacks/Pingbacks