“In una comunità solidale è giusto chiedere ai genitori di lavorare qualche anno in più per dare ammortizzatori sociali e futuro ai loro figli”. Chi sostiene questi argomenti è Dario Franceschini in un’intervista al Corriere della Sera dello scorso 2 aprile. Le sue sono parole condivisibili. Oddio! Verrebbe da chiedere all’esponente democratico perché mai il governo Prodi ha buttato alle ortiche 7,5 miliardi in dieci anni al solo scopo di riorganizzare lo “scalone” (ricordate? Se ne parlò a lungo nella passata legislatura) in più agevoli “scalini” per alcune decine di migliaia di persone, mantenendo, tuttavia, la precedente entrata a regime dell’operazione nel 2013.

Immaginiamo che il leader della minoranza del Pd risponderebbe che ormai è acqua passata e che quella scelta del precedente governo era la conseguenza di alleanze sbagliate, le medesime che consentono, magari, di vincere le elezioni (cosa che accade sempre meno) ma non di governare il Paese. Un maligno, a questo punto, potrebbe chiedere perché mai – essendo lui segretario del Pd a quel tempo – l’opposizione contrastò la miniriforma Brunetta-Sacconi-Tremonti che poi non era tanto male e che conteneva due interventi di carattere strutturale: l’equiparazione dell’età di vecchiaia delle dipendenti della pubblica amministrazione a quella degli uomini e l’aggancio automatico, a partire dal 2015, dell’età pensionabile alle dinamiche dell’attesa di vita.

Ma con le ritorsioni e le polemiche si fa poca strada, soprattutto se si è convinti – come chi scrive – che in tema di pensioni (come su altri argomenti) la società è più matura della classe politica.

Il centro sinistra porta sulle spalle sicuramente la pesante responsabilità di aver privilegiato i soliti pensionati di anzianità nel 2007 rinviando la riforma degli ammortizzatori sociali; ma risponde a verità che, adesso, sia possibile finanziare un intervento importante a favore dei giovani attraverso una misura in tema di pensioni.

Per farla breve, un incremento graduale di soli due anni (da 60 a 62) dell’età pensionabile di vecchiaia delle lavoratrici private consentirebbe di risparmiare un miliardo di euro l’anno, sufficiente ad estendere (si veda il saggio “Flexinsecurity” di Berton, Richiardi e Sacchi, per i tipi de Il Mulino) l’indennità di disoccupazione – in misura del 60% della retribuzione media del periodo precedente l’evento e per la durata di un semestre – ai lavoratori parasubordinati in via esclusiva.   In tal modo, nel sistema retributivo, l’età di vecchiaia delle donne verrebbe ad allinearsi nel giro di qualche anno con quella di anzianità. E consentirebbe di ripristinare, nel sistema contributivo, un modello di pensionamento flessibile (in ipotesi, compreso in un range tra 62 e 67 anni). Certo, non è una misura che possa essere attuata nel contesto degli attuali problemi dell’occupazione, dove la pensione svolge soprattutto un ruolo di ammortizzatore sociale.

Ma la legislatura ha davanti a sé ancora tre anni che – si dice – dovranno essere dedicati alle riforme. Sul terreno delle pensioni, poi, non sono da ricercare soltanto dei possibili risparmi. Occorre mettere in cantiere un progetto che guardi al futuro – come ha sollecitato lo stesso ministro Tremonti in una sua recente lettera a Il Foglio – e si proponga di tutelare adeguatamente i giovani di oggi i quali, penalizzati nel lavoro e nella retribuzione, rischiano di predisporsi ad un futuro molto gramo da pensionati.