Russia e Stati Uniti, antiterrorismi a confronto. E non c’è paragone

– Gli Stati Uniti stanno vincendo la guerra al terrorismo: non c’è stato alcun nuovo attentato sul suolo americano dopo quello dell’11 settembre 2001. La Russia sta perdendo la guerra al terrorismo: dopo 11 anni di operazioni militari, negli ultimi sette giorni sono stati compiuti sanguinosi attentati a Mosca, in Daghestan e in Inguscezia. Quasi dieci anni di guerra al terrorismo negli Usa non sono serviti a fermare del tutto la minaccia (sono almeno 20 i tentativi falliti di compiere attentati contro gli americani, compresa la bomba sul volo per Detroit lo scorso Natale), ma almeno hanno creato un sistema di difesa sufficiente a proteggere, sinora, le vite degli americani dai ripetuti assalti di Al Qaeda. Quasi undici anni di guerra al terrorismo in Russia, invece, non hanno reso più sicura la vita dei cittadini russi di fronte all’aggressione dell’Emirato del Caucaso.

La natura dell’aggressore, nei due casi, è molto simile. L’America è minacciata da una rete internazionale che si batte nel nome del Califfato Islamico mondiale. La Russia da un’altra rete, più locale, che vuole instaurare il Califfato in tutto il Caucaso. L’ideologia è la stessa: l’integralismo islamico sunnita di ispirazione saudita. I metodi anche: il terrorismo suicida contro civili inermi per terrorizzare la popolazione e paralizzarne l’economia.
Perché gli Stati Uniti vincono e la Russia perde. Vediamo di metterli a confronto, punto per punto.

Repressione interna – l’amministrazione Bush è stata criticata dai suoi oppositori e da alcune frange libertarie dei suoi sostenitori per la sospensione dei diritti civili, con l’introduzione del Patriot Act (che aumenta il potere dei servizi e della polizia nella caccia e la prevenzione dei terroristi), l’istituzione di un carcere extra-territoriale a Guantanamo (che, proprio perché fuori dal territorio statunitense non obbedisce alle leggi nazionali sui prigionieri), il rapimento di sospetti terroristi e l’uso della tortura (“waterboarding”) da parte dei servizi segreti in carceri straniere dove i sospetti erano stati deportati. Ma sin dall’inizio il dibattito su queste misure è stato pubblico. E questi stessi metodi sono stati un’eccezione e non la regola, applicati ad una minoranza esigua di sospetti e non a un’intera fetta di popolazione americana o straniera.

Nel 2009, il nuovo presidente Barack Obama ha eliminato gli aspetti più controversi della guerra al terrorismo, ordinando la chiusura graduale di Guantanamo  e vietando sia la tortura che i rapimenti all’estero. Il Patriot Act è stato oggetto di infiniti emendamenti e cause legali, che ne hanno modificato l’impianto. Eppure non ha mai abrogato i diritti fondamentali dei cittadini americani: la privacy nelle intercettazioni, regolamentata nel Titolo II, è più garantita che in Italia, le minoranze musulmane sono esplicitamente protette sin dal Titolo I, mentre il Titolo IV (sicurezza alle frontiere) non discrimina alcuna categoria di immigrati, né limita l’immigrazione in sé.

Gli otto anni di presidenza Putin (quasi contemporanea a quella di Bush) hanno invece cambiato il volto della Federazione Russa nel nome della lotta al terrorismo. I presidenti degli oblast (regioni) e delle repubbliche nazionali che costituiscono la Federazione, fino al 2004, erano eletti dalle assemblee regionali. Dopo il massacro di Beslan del 2004 (334 vittime, di cui 188 bambini) Putin ha posto fine al federalismo russo per controllare meglio il territorio. I presidenti regionali vengono nominati dal Cremlino e devono essere approvati dall’assemblea locale. La legge anti-terrorismo del 2006 conferisce all’autorità la possibilità di imporre uno “stato di emergenza terroristica” di 60 giorni, in qualunque parte del Paese, non appena vi siano indizi di un imminente attentato. Le misure emergenziali includono: il divieto di manifestazioni pubbliche, il controllo delle conversazioni telefoniche, il blocco del traffico automobilistico. Anche la stampa (esclusa fin da subito dal teatro di guerra ceceno) ha subito limitazioni ulteriori: vietato riprodurre immagini giudicate violente, vietato descrivere le scene degli attacchi, accesso alle informazioni da parte dei giornalisti limitato ai soli responsabili delle indagini anti-terrorismo. Dopo gli ultimi attentati, il presidente Medvedev chiede una revisione di questa normativa. Per renderla ancora più dura.

Guerra – Sia gli Usa che la Russia hanno combattuto il terrorismo non solo con i servizi segreti e con leggi ad hoc, ma anche con azioni di guerra guerreggiata. Gli Stati Uniti hanno lanciato l’Operazione Enduring Freedom, sia in Afghanistan che nel territorio di Paesi alleati, nelle Filippine meridionali, nel Sahara, in Africa Orientale. Lo sforzo americano non è unilaterale, ma è stato legittimato dalle Nazioni Unite ed è affiancato da una vasta coalizione, che comprende Gran Bretagna, Germania, Italia, Francia, Australia, Canada, Polonia, Olanda. All’Enduring Freedom, in Afghanistan si affianca la missione internazionale Isaf, costituita da tutti i Paesi della Nato e numerosi alleati non europei, dalla Georgia all’Australia passando per il pacifista (per legge) Giappone.

In nessuno dei teatri di guerra dell’Operazione Enduring Freedom la popolazione civile è stata deliberatamente considerata complice del terrorismo. Le vittime collaterali sono relativamente limitate. Nel periodo più intenso del conflitto afgano (fine 2001, inizio 2002) le vittime civili furono fra le 1000 e le 1200. In tutti gli anni successivi, fino ad oggi, le azioni dell’esercito nazionale afgano e delle missioni Enduring Freedom e Isaf hanno causato dalle 5600 alle 8300 vittime collaterali, a seconda delle stime, a fronte di 22-23.000 miliziani Talebani uccisi. Le vittime civili sono, dunque, circa un quarto di quelle militari. Le regole di ingaggio imposte dal nuovo comandante in capo della missione Isaf, il generale Stanley McChrystal, mirano a un’ulteriore riduzione delle vittime collaterali, anche a costo di rischiare più perdite fra le truppe Nato.

La Russia ha mosso guerra al terrorismo in Cecenia, una regione separatista della Federazione, dunque, ufficialmente, all’interno del proprio territorio nazionale, senza alcun bisogno di legittimazione internazionale o dell’approvazione delle Nazioni Unite. Per la Russia, il conflitto ceceno, durato ufficialmente dal 1999 al 2009, è sempre stato una “questione di ordine interno”. Nessuna missione di osservazione internazionale, né alcuna presenza regolare della stampa straniera è mai stata accettata nel teatro di guerra. All’inizio del conflitto (inverno 1999-2000) l’azione dell’aviazione e dell’artiglieria contro Grozny, la capitale cecena, fu il più intenso bombardamento a tappeto di una città dalla fine della II Guerra Mondiale. In dieci anni i russi si stima abbiano ucciso 14.000 ribelli ceceni, circa 25.000 civili ceceni (secondo Amnesty International), a cui vanno aggiunti 5000 scomparsi, 200.000 profughi. Le vittime civili (profughi e scomparsi esclusi) sono dunque quasi il doppio di quelle militari.

La popolazione locale è considerata collettivamente come un potenziale alleato dei terroristi. Nei periodi più caldi della guerriglia (2001-2004) i russi l’hanno intimidita con rastrellamenti massicci. In ogni rastrellamento, i russi bloccavano ogni via di uscita, facevano evacuare e radevano al suolo interi edifici presi a caso, spedendone gli abitanti nei campi profughi. Queste operazioni costrinsero all’esodo 150.000 Ceceni, stipati nei campi profughi dell’Ingushezia. Almeno altri 50.000 civili ceceni erano profughi pur senza essere riconosciuti tali, costretti a vagare al di fuori delle strutture di accoglienza.

Ricostruzione post-bellica –
La missione internazionale in Afghanistan ha poco da vantare sulla ricostruzione post-bellica. Il governo del presidente Karzai gode di pessima fama nel Paese, sia per la corruzione diffusa, sia per la sua discussa vittoria elettorale contro l’ex ministro degli Esteri Abdullah Abdullah, giudicata irregolare dagli osservatori internazionali. Le truppe statunitensi e Nato, comunque, rimarranno nel Paese almeno fino a tutto il 2011, quando inizieranno a passare le consegne a un esercito locale. Le strutture civili ed economiche sono ricostruite tramite squadre di lavoro civili-militari (Provincial Reconstruction Team). L’effetto di questa ricostruzione è parziale, perché il governo afgano e le truppe della coalizione controllano solo una parte del territorio, mentre vaste aree del Sud e dell’Est sono ancora in balia dei Talebani. Ovunque sia più fermo il controllo del governo e della Coalizione, comunque, si nota una prima, timida, laicizzazione dei costumi e delle leggi. Le donne iniziano a lavorare e ricoprire cariche politiche, nascono i primi programmi televisivi di tipo occidentale, il mese scorso è nato addirittura il primo complesso rock. In un paese in cui, sino al 2001, era proibito anche solo ascoltare musica, sono piccoli passi importanti.

In Russia, il Cremlino ha consegnato tutto il potere in Cecenia a Ramzan Kadyrov, figlio di un leader jihadista passato dalla parte dei russi alla fine degli anni ’90. Kadyrov è conosciuto dalle associazioni per i diritti umani come un criminale di guerra di primo ordine. La sua banda armata, Kadirovtsij, è ritenuta responsabile per il 75% dei crimini di guerra. In tempo di pace, in qualità di premier, nel 2006, ha chiesto che le copie delle pubblicazioni con le vignette di Maometto venissero bruciate, ha “vivamente consigliato” alle donne di indossare il velo, ha reintrodotto gli studi coranici nelle scuole, ha minacciato di punire i media che non danno sufficiente spazio alla predicazione dell’Islam e alla divulgazione della cultura cecena. Nella ricostruzione di Grozny, ha dato la priorità all’edificazione della più grande moschea del Caucaso.

Al wahhabismo dei ribelli contrappone il sufismo, ma l’imposizione delle tradizioni islamiche sulla società lo fa apparire molto simile ai suoi nemici. Paradossalmente, una guerra iniziata per combattere l’islamizzazione del Caucaso si sta concludendo con la nascita di un vero e proprio emirato, un mondo a parte in cui la sharia sta gradualmente sostituendo la legge russa. Kadyrov, per sua stessa ammissione, è personalmente fedele a Putin (che lo ha decorato), ma non è detto che sia altrettanto fedele alla Russia.

C’è dunque una differenza fondamentale nei due conflitti al terrorismo. Negli Stati Uniti i metodi di guerra sono decisi da un governo responsabile di fronte a un’opinione pubblica molto vigile, pronta a bacchettare il presidente, sia se non è abbastanza determinato nel combattere il nemico, sia se, nel combattere, provoca danni collaterali, vuoi contro i diritti degli americani, vuoi contro le vite dei civili afgani. Il dibattito continuo, in una società libera, stimola una lotta sempre più efficace e meno letale. Anche se è sempre vivo il rischio di una demoralizzazione dell’opinione pubblica a fronte di risultati scarsi ottenuti in periodi di tempo troppo lunghi: in Afghanistan la maggioranza inizia a volere il ritiro delle truppe, anche se la guerra contro Al Qaeda non è conclusa.

In Russia il dibattito pubblico è morto con l’inizio della guerra. Tutte le azioni del premier, poi presidente, poi ancora premier Vladimir Putin hanno ottenuto l’effetto immediato di concentrare un enorme potere nelle mani del Cremlino, mentre l’efficienza anti-terrorista non è migliorata nel corso degli anni, come dimostrano i due attentati portati a termine nel pieno centro della capitale dopo 11 anni di lotta al terrorismo. La Cecenia è stata distrutta. Ma dalle sue macerie sorgono nuovi terroristi.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

3 Responses to “Russia e Stati Uniti, antiterrorismi a confronto. E non c’è paragone”

  1. Alberto ha detto:

    Bella analisi, ma omissiva.
    L’articolo dimentica la guerra in Iraq con le relative “vittime collaterali”!
    Forse inserendo l’Iraq il rapporto civili/morti totali, sarebbe cambiato, anche mediando i dati di tutte le gueere anti terrorismo.Non discuto l’impianto dell’articolo, che mi sembra corretto, ma le cifre globali sulle vittime sono diverse.

  2. Stefano Magni ha detto:

    Interessante obiezione. Con questo criterio, però, dovrei inserire anche la guerra in Georgia per la Russia… Oggettivamente, la guerra al terrorismo (la guerra di necessità e non di scelta, come la chiama Obama) è quella in Afghanistan. La guerra in Iraq è stata sicuramente accelerata dall’11 settembre e poi si è sovrapposta alla guerra al terrorismo. Sulle statistiche: più che sulle cifre in assoluto mi concentrerei sulle proporzioni. La Cecenia è una regione con 1 milione di abitanti e i russi (più i ceceni filorussi) in dieci anni vi hanno provocato 25.000 morti, più 200.000 profughi. Due cittadini su 10 hanno subito la tragedia della guerra. L’Iraq è una nazione di 50 milioni di abitanti. Anche ammettendo che sia vera la stima più alta in assoluto, quella che parla di 100mila morti e 2 milioni di profughi (quanti di questi, poi, sono stati uccisi dalle forze della coalizione? E quanti da Al Qaeda o dalle milizie sadriste?) la proporzione è ben diversa. E ancora minore è la proporzione delle vittime afgane in rapporto alla popolazione: 8300 (stima più alta) su una popolazione di 32 milioni di abitanti.

  3. viola ha detto:

    Ottimo articolo che non distorce la realtà e che definisce nel modo giusto le posizioni degli Usa e della Russia.
    Putin che decora il jiaddista ceceno…
    Ci sono molte persone che non lo credono… solo perchè hanno il paraocchi o sono antiamericane.

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