– Da quanto si può leggere quasi ogni giorno sulla stampa, il “caso greco” è ben lontano dall’essere chiuso. E’ vero poi che prendere in prestito svariati miliardi di euro al 6 per cento anziché al 3 per cento non aiuterà certo la risoluzione della vicenda. Si dice poi che dietro la Grecia vi siano altre vittime in attesa. Il Portogallo e la Spagna, anzitutto, appena più in là l’Italia e un po’ dopo perfino la Francia. Che il rischio sia concreto o meno, resta l’evidenza della difficilissima ed incontestabile crisi greca.

La reazione dell’Europa è stata coerente con la sua immagine: lenta e largamente inconcludente. Ed in linea con l’immagine dell’Europa sono state anche le misure di politica economica proposte dai vari Paesi della zona euro, radicalmente diverse l’una dall’altra. Da una parte i Paesi che qualche commentatore ha definito “lassisti”, inclini quindi ad intervenire da subito con prestiti massicci alla Grecia (tralasciando un piccolo particolare: che questi prestiti sarebbero stati forniti in modo cospicuo, visto il suo peso economico, dalla Germania). Dall’altra parte i paesi più rigorosi (o “rigoristi” secondo alcuni commentatori), guidati appunto dalla Germania. Ed è curioso che tra gli uni e gli altri, anzi dobbiamo dire tra la Francia e la Germania, sia sorta una polemica molto peculiare, con Parigi che rimprovera Berlino di attentare alla stabilità dell’economia europea, visto che i prodotti tedeschi continuano ad invadere i mercati continentali e a compromettere la bilancia commerciale dei paesi dell’area euro. Insomma, le virtù tedesche incentiverebbero e alimenterebbero i vizi dei paesi dell’Unione.

Rebus sic stantibus, da questo dilemma non si esce. Se non affrontando il problema alle sue radici, già individuate a suo tempo dall’economista e premio Nobel dell’Economia, Milton Friedman. Come ricordato da Pierre-Antoine Delhommais su Le Monde, Friedman sosteneva che una moneta europea non avrebbe potuto funzionare senza un governo economico europeo.
Vista la gravità della situazione, non mi sembra che l’Europa si possa accontentare del compromesso raggiunto qualche giorno fa e, poi, aspettare che torni il bel tempo. Accontentiamoci, per così dire, della lezione di Friedman e, oramai, della lezione “in vivo” della Grecia, e cominciamo a costruire un governo economico europeo. E prima ancora, vista la lentezza dei processi di modifica dei trattati, dotiamoci di qualche strumento di governabilità economica europea.

Senza nessuna pretesa di esaustività, ne vedo tre che non mi paiono comportare delle eccessive difficoltà di realizzazione:
1. adottare ed imporre dei criteri unici di contabilità statale per i Paesi dell’euro-zona;
2. creare, all’interno della Commissione, una direzione di revisori contabili, incaricati di verificare ogni anno la corrispondenza tra i criteri sopra definiti e la contabilità di ciascuno degli stati membri dell’euro-zona;
3. istituire, quindi, come richiesto dalla Germania un fondo monetario europeo (magari battezzato in un altro modo, per non urtare la sensibilità di Dominique Strauss-Kahn, attuale direttore del FMI). Un FME non sarebbe uno strumento da poco, perchè di fatto comporterebbe sanzioni politico-finanziarie ed equivarebbe ad una messa sotto tutela del Paese beneficiario. Ma sarebbe una tutela europea, ovvero consentirebbe all’Europa di “pulire i panni sporchi in famiglia” e, allo stesso tempo, le eviterebbe di lanciare segnali troppo pesanti sui mercati.

L’Italia avrebbe un buono strumento e delle buone ragioni per buttare tutto il suo peso in questa battaglia. Le buone ragioni sono più che evidenti: si potrebbe trovare domani nella situazione della Grecia. Lo strumento si chiama Mario Draghi. L’Italia potrebbe mettere sul piatto delle trattative per il raggiungimento di questi obiettivi (ed altri) l’abbandono del sostegno alla sua candidatura alla Banca Centrale Europea. Non tanto per il suo passato in una banca discussa come la Goldman Sachs ma perché, in questa situazione economica difficile, sarebbe politicamente molto opportuno affidare la direzione della BCE al candidato tedesco.

Delle due l’una, allora. O aboliamo la moneta unica e ritorniamo alle monete nazionali (con i loro cortei di svalutazioni cosiddette competitive) oppure cominciamo a creare questo governo economico offrendo alla Germania, con la carica di Governatore centrale, una prima “contropartita”.