Il catto-leghismo si addice al Carroccio ‘conservatore’

– di Carmelo Palma da Il Secolo d’Italia del 7 aprile 2010 –

Agli occhi di un marziano risulterebbe difficile spiegare perché la Lega “local” abbia scelto oggi una religione “global” e ne abbia indossato disinvoltamente i paramenti. Perché una forza politica che teorizza, per così dire, la prevalenza della geografia sulla storia, dovrebbe identificarsi con una fede universalistica e quindi cattolica?

Perché il Carroccio dovrebbe sposare la causa di una Chiesa la cui evangelizzazione è oggi forte e viva innanzitutto dove l’inculturazione cristiana (in Asia, in Africa e in America Latina) non parla la lingua dei padri, ma degli “stranieri” e dove il cattolicesimo è promessa di salvezza e di emancipazione civile, ma non crisma della tradizione? Perché la Lega dovrebbe rispecchiarsi nell’identità di una Chiesa meticcia e “delocalizzata”, sempre più multietnica e perfino multiculturale e sempre più lontana dalla propria radice euro-mediterranea?

Del miliardo e centosessanta milioni di cattolici che abitano la terra, più in Messico che in Francia, più nella Filippine che in Germania, più in Brasile che in Italia, assai pochi declinano la forza dell’annuncio cristiano nei termini difensivi e culturalistici a cui la propaganda leghista l’ha costretto e praticamente nessuno, neppure nell’Occidente “assediato”, pensa che l’evangelizzazione coincida con la diffusione di uno stile di vita o di un costume sociale mutuato dall’esempio europeo. Al cattolicesimo conformistico e strapaesano (“Dio, moglie e buoi dei paesi tuoi”) non si oppone un’ideologia snobisticamente globalista, ma – se i numeri sono quelli che sono e i cattolici pure – la realtà materiale di un cattolicesimo che non ha più la faccia né il cuore per scavare e difendere le trincee identitarie della “tradizione europea”.

Allora perché alla Lega riesce questo gioco? Perché la Lega pagana, che era giunta ad inventare un’ascendenza celtica per rifiutare la filiazione romana e che cercava coerentemente nella mitologia letteraria e non nella storia un ancoraggio per l’invenzione della Padania, è giunta alla fine a sposare un cattolicesimo tradizionalistico e anti-conciliare?

Ma soprattutto, perché la Chiesa, nella sua gerarchia politica, si mostra così disponibile e benevolente con i “barbari”, che, pochi anni fa, additavano la Chiesa come “il vero nemico che le camicie verdi affogheranno nel water della storia”?

La Chiesa italiana è impegnata, da quasi un ventennio, nella scommessa ruiniana di sostituire all’unità politica del cattolici, tramontata con la Prima Repubblica, l’unità cattolica della politica: per questo lavora “al margine”, secondo le regole del sistema elettorale maggioritario e non consegna le proprie issues ad un partito, ma le affida, più prudentemente, all’intero sistema dei partiti, in concorrenza tra di loro, badando a non riconoscere ad alcuno di essi il monopolio della rappresentanza cattolica.

La Lega per propria parte si muove per occupare il centro, non geometrico, ma politico, della discussione pubblica e per imporre le proprie priorità sapendo che, in politica, i nemici dei nemici possono rivelarsi più utili degli amici, e comunque più disponibili, quando è possibile offrire loro uno scambio redditizio.

Ad una Chiesa percepita come complice della congiura mondialista che minaccia dall’interno e dall’esterno l’identità e la ricchezza del Nord, la Lega si è mostrata ostile ai limiti dell’insolenza e dell’oltraggio. Al contrario, il Carroccio ha molto da chiedere e da offrire ad una Chiesa interessata a coltivare e a legittimare politicamente la propria intransigenza dottrinaria sui temi della morale sessuale e familiare e sullo “scandalo” dell’aborto legale. Il Carroccio non predilige il cattolicesimo tradizionalistico perché vi si riconosce culturalmente, ma perché esso è politicamente compatibile e oggi addirittura funzionale al “discorso conservatore” di cui la Lega, forte del suo identitarismo territoriale, si sente, con molte ragioni, l’interprete più credibile e riconosciuto.

Sui cosiddetti valori non negoziabili la Chiesa ha l’interesse a mantenere aperta e sanguinante la ferita di quello scisma morale consumato dalla società italiana contro la dottrina morale della Chiesa. E la Lega sa bene che lo zelo cattolico, che è chiamata a dimostrare, non richiede convinzione, conversione e coerenza di esempio. Peraltro, la piattaforma morale che la Chiesa propone consente insieme un’interpretazione ideologicamente estremistica e una gestione politicamente compromissoria. A Cota e Zaia è bastata un’azione dimostrativa contro l’RU486 per incassare il plauso del partito pro-life. Poi si sono subito arresi e dichiarati, loro malgrado, prigionieri politici della legge 194. Un figurone, a costo zero. Puro teatrino della politica.

Oggi la Lega può diventare cattolica, perché (anche) cattolica può essere la “maschera” della sua identità. Ma è un’operazione ideologica. La mappa del consenso leghista fotografa sempre più la geografia economica del paese, non la sua geografia morale. La Lega cresce e si impone per ragioni che hanno ben poco a che fare con questa predicazione dagli echi reazionari, in cui popolo, comunità e “natura” sono opposti, nella loro forza morale, al “pensiero debole” di un liberalismo astrattamente convenzionalistico.

Bisognerebbe insomma ammettere che la Lega oggi può essere “cattolica” per le stesse ragioni opportunistiche per cui lungamente ha dovuto essere “cattofobica”. Fino a che la Lega è rimasta ai margini dell’arco costituzionale della Seconda Repubblica, oscillando tra alleanze opportunistiche (con Berlusconi nel 94, poi con Dini e Scalfaro fino al 96) e rotture strategiche (la predicazione secessionista della seconda metà degli anni 90), il Vaticano era, semplicemente, dall’altra parte della barricata.

Il conglomerato dei poteri italiani (banche, grandi imprese, politica, mafia, massoneria, …) che la propaganda cospiratoria di Bossi descriveva intento a sbarrare il passo all’avanzata leghista, aveva per il Carroccio una protezione, se non un’ispirazione, cattolico-romana. Dal punto di vista ideologico, lo schema cospiratorio autorizzava ogni acrobazia – dal fiancheggiamento dei lefevriani anti-conciliari, allo sdoganamento di una cultura schiettamente anti-cattolica – ma non una tregua con le gerarchie vaticane, che per Bossi rappresentavano i “veri padroni” dello Stato e quindi il “vero ostacolo” della rivoluzione leghista.

Alla Lega rifluita da un decennio nell’alveo del centro-destra di governo e ampiamente insediata nei palazzi del potere nazionale e locale non serve più una declinazione antagonistica dell’identità padana. E alla Chiesa non serve rimanere all’opposizione di una forza politica che non è più eversiva, ma padrona degli equilibri politici del paese. Al contrario, il collateralismo leghista rappresenta per la Chiesa italiana un investimento “di copertura” rispetto alle tensioni che, non solo sui temi bio-etici, rischiano di aprirsi nel PdL.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

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  2. […] La fissa dei “libertari” del Pdl? La Lega. Ah beh, allora… Dai giorni delle ultime elezioni ad oggi non perdono occasione per ribadire che la il Carroccio è statalista, socialista, comunitarista, localista e via così. Che insomma, i verdi non hanno nulla in comune con il Pdl. Quale, quello che ha candidato la sindacalista Polverini a governatrice del Lazio e alla cui vittoria anche i libertari hanno brindato? Sì, proprio quello. […]