Con il Tea Party, rispunta l’ipotesi del Third Party

– Tra gli incubi oramai ricorrenti nei sonni dei notabili repubblicani figura, a buon diritto, la nascita di un nuovo soggetto politico ed elettorale destinato, qualora questa previsione si avverasse, a sconvolgere la consolidata geografia bipartitica americana ed a confinare lo schieramento conservatore all’opposizione, forse per decenni.
Ebbene, mai come di questi tempi lo scenario appare probabile, visto il fragoroso ingresso del movimento Tea Party sulla ribalta mediatica e nelle piazze di centinaia di città.

Le conseguenze dinamiterebbero il tentativo del GOP di cavalcare lo scontento dell’uomo medio statunitense nei confronti delle “riforme” obamiane per riconquistare una posizione di forza già nelle prossime midterm elections in calendario per la prima settimana di novembre. Sono in ballo, oltre al rinnovo integrale della Camera dei Rappresentanti e di un terzo del Senato, anche 38 poltrone di Governatore, da sempre assai ambite e di strategica importanza. Tutte le analisi degli opinionisti e dei principali istituti di sondaggi danno per certa l’affermazione dei repubblicani nel voto per la Camera e per gli Stati ed una consistente erosione della maggioranza democratica in Senato dell’ordine di 4 o 6 membri.

Inutile dire che sarebbe un colpo assai duro per la Presidenza, non come quello inferto da Newt Gingrich a Bill Clinton nel 1994, ma per certi versi altrettanto dirompente, viste le aspettative che hanno accompagnato l’arrivo dell’Senatore dell’Illinois alla Casa Bianca. Il mega salvataggio degli istituti creditizi coinvolti dalla bolla subprimes, dell’industria automobilistica sull’orlo del fallimento e, buona ultima, la modifica del sistema sanitario hanno, infatti, scontentato una consistente fetta di popolazione che ha percepito l’incombere dell’inusitato salasso fiscale in arrivo per pagare i costi di queste operazioni. Le quali, peraltro, erano già state avviate nella fase finale del secondo mandato di G.Bush Jr, una delle amministrazioni più interventiste della storia, se consideriamo anche il massiccio sovvenzionamento dei farmers e le ingentissime spese belliche susseguenti all’11 settembre.

Di qui la sostanziale ostilità del movimento verso l’establishment repubblicano, ma non nei confronti della base elettorale che è, sostanzialmente, la stessa. Semmai è ravvisabile una voluta accentuazione degli aspetti economico-fiscali a discapito dei temi sociali, collante della coalizione conservatrice. Ma le issues etiche continuano ad avere il loro peso, vista, a mo’ di esempio, l’accoglienza trionfale tributata a Sarah Palin in diversi raduni in giro per il paese, non ultima la Convenzione nazionale tenutasi qualche settimana orsono a Nashville, nel Tennessee.

La novità è la convivenza con altre anime più possibiliste come i libertari agnostici in materia o i laicissimi oggettivisti tra gli iniziatori della battaglia con i loro cartelli “Ayn Rand was right” (Ayn Rand aveva ragione). Molti dei manifestanti ravvisano il carattere quasi profetico di un romanzo come “La Rivolta di Atlante”, opera della scrittrice russo-americana, che immaginava una società sull’orlo del declino in preda ad un collettivismo inefficiente quanto inesorabile e quasi totalmente dimentica dello spirito che l’aveva resa grande in passato. Non è un caso che l’opera sia il libro di maggior successo negli States dopo la Bibbia costituendo quasi una summa del culto individualistico americano.

Questo crogiolo di istanze, raccoltosi sotto l’insegna della gloriosa rivolta fiscale del Boston Tea Party che diede avvio alla rivoluzione del 1776, potrebbe contare sul consenso potenziale di un buon 15 per cento dell’elettorato. Ma, a differenza, di precedenti ondate “populiste” (altro termine disinvoltamente adoperato da tanta pubblicistica liberal europea e non solo) come quella di fine ‘800 o la recente meteora del Reform Party di Ross Perot, il Tea Party potrebbe davvero ambire a sostituirsi ad uno dei due partiti dominanti se non, addirittura, a farsi iniziatore di un mutamento strutturale che un precursore come Ron Paul non esita a definire “la seconda rivoluzione americana”. I prossimi mesi si incaricheranno di confermare o smentire questa possibilità.


Autore: Salvatore Antonaci

39 anni, salentino con aspirazioni cosmopolite. Una laurea in Lettere e Filosofia, molti interessi, scrive e si dedica, di tanto in tanto, a lavoretti (molto) precari. Già militante e dirigente radicale, collabora con il Movimento Libertario e con altre organizzazioni di area liberale come Libertiamo e Confcontribuenti. Sempre animato dallo stesso spirito curioso, laico e dialettico.

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