Proteggere il mercato, non le imprese: capitalismo oligarchico e primato della politica

– Una storia di ordinario turbocapitalismo globalizzato del Ventunesimo secolo. E’ quella dell’acquisizione della britannica Cadbury da parte della statunitense Kraft. Lo schema è sempre quello, logoro ma ancora efficace: il CEO di Kraft, Irene Rosenfeld, porta a casa un aumento del 41 per cento della compensation, che tocca i 26 milioni di dollari, per aver compiuto l’acquisizione di Cadbury. E’ importante sottolineare che noi non sappiamo, oggi, se questa operazione produrrà valore per gli azionisti. In passato spesso è accaduto l’opposto: sinergie inesistenti, taglio di costi fantasioso.

Ma nel breve periodo la bottom line viene di solito preservata, magari spingendo la capacità d’indebitamento dell’acquisita e realizzando dei riacquisti di azioni proprie. Poi la preda viene rivenduta con margine, ed il gioco ricomincia. Ma ci sono anche altri modi per fare cassa, dopo l’acquisizione. Nel caso Kraft, la società americana ha deciso di bloccare per tre anni gli stipendi dei dipendenti di Cadbury perché ha scoperto che il loro fondo pensione presenta oneri non individuati nella fase di due diligence che ne rendono impossibile la “ristrutturazione”, cioè lo smantellamento. Questo è un caso da manuale di malafede.

Il fondo pensione di Cadbury è vecchio di 30 anni, e i contabili di Kraft non si sarebbero accorti della criticità? Se le cose stanno in questi termini, non si capisce perché la Rosenfeld debba essere premiata, visto che ha mancato ai suoi compiti, tra i quali rientra la meticolosa verifica contabile delle società-target. Ma non c’è problema, pagheranno i dipendenti di Cadbury, secondo un collaudatissimo schema. Questa è l’evoluzione del capitalismo globale, nella sua versione ormai degenerata: è diventato un’oligarchia arrogante ed autoreferenziale. Vive immerso nei suoi conflitti d’interesse, con i suoi compensation committee, che stabiliscono la retribuzione dei top manager, in palese collusione con questi ultimi. La finanza “cattiva”, cioè quella non al servizio della produzione, fa il resto.

Qui risiede anche la radice della tendenza globale alla crescente diseguaglianza reddituale tra vertici d’impresa e dipendenti, anche quelli con funzioni di middle management, e non solo rispetto alla “base”. Le imprese diventano troppo grandi, tendono a sfruttare condizioni di “arbitraggio multiplo” (della forza lavoro, dei mercati finanziari, della regolazione) scegliendosi anche la piazza ove operare. Spesso, sui mercati dei paesi di origine, contano sulla “difesa della nazionalità” da parte di un legislatore miope e attento al solito alle ricadute di consenso di breve periodo, che inevitabilmente finisce col sacrificare la difesa del mercato a quella delle imprese incumbent. Accade anche in Italia, come efficacemente documentato da Gianni Dragoni e Giorgio Meletti nel libro “La paga dei padroni“. E’ quello che vediamo anche oggi, nell’ambito delle società quotate e del loro sottoinsieme rappresentato dalle banche, con dirigenti apicali che si aumentano gli emolumenti in media del 25 per cento a fronte di un crollo dei profitti del 41 per cento, magari dopo aver inviato una letterina “a cuore aperto” ai dipendenti, in cui promettono sangue, sudore e lacrime. Ma Nimpo: not in my pockets.

Fuori dal caso settoriale specifico, resta il problema di come rendere più trasparente e puntuale il legame tra remunerazione dei top manager e risultati aziendali, anche nella ridotta scala di un paese ad oligarchizzazione fallita, quale l’Italia. E’ un problema di rapporto tra principale ed agente, a ben vedere. Il primo sono gli azionisti, il secondo il management. Non si risolve facendo accedere i dipendenti (ed i loro rappresentanti sindacali) al consiglio di amministrazione, perché ciò finirebbe con il frenare la residua propensione all’innovazione da parte dell’impresa. Ai dipendenti dovrebbe invece andare una quota di retribuzione variabile legata a risultati “industriali”, di gestione caratteristica, cioè quelli riferiti all’ambito da essi presidiato e controllabile, escludendo quindi forme di retribuzione azionaria, che è legata a funzioni strategiche tipiche del top management, come le politiche finanziarie.

In questo senso appare estemporanea e non razionale la proposta lanciata tempo addietro dal ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, probabilmente solo per alimentare il circuito della dichiarazia italiana e spostare la discussione da riforme di struttura autentiche ed orientate alla crescita della produttività. Dovrebbe inoltre essere potenziato il ruolo di controllo dell’assemblea dei soci, che oggi è chiamata solo a ratificare le scelte del management. Quello che possiamo fare in casa nostra è solo limitare i fenomeni più eclatanti e perversi di pietrificazione dei gruppi di controllo aziendale (l’opposto di quanto fatto da questo governo, con l’alibi della crisi globale, con l’intervento sulla passivity rule e la ridefinizione delle condizioni di opa obbligatoria), favorendone il ricambio anche attraverso la progressiva ridefinizione del ruolo dello stato, che dovrebbe ad esempio diventare l’erogatore di sussidi universali ai lavoratori e non proteggere staticamente i lavori, in un infinito suk con gli imprenditori assistiti.

Non dobbiamo farci illusioni, purtroppo: è il sistema capitalistico occidentale che si trova in una fase storica di profonda involuzione, causata dal suo gigantismo e da una sterile finanziarizzazione, cioè non al servizio della produzione. Non possiamo attenderci alcun miracolo né alcuna “rivoluzione in un solo paese”, persistendo l’attuale paradigma. Ma noi italiani dovremmo almeno tentare di non rinchiuderci nel nostro angusto recinto, fatto di “italianità” asfittica, furbetti del consiglio di amministrazione, cattura regolatoria e palese disprezzo del consumatore, travestito da paternalismo “protettivo”. Anzi, spesso è proprio la turbolenza in atto sui mercati globali ad innescare una pericolosa retorica localistica che sfocia nella imbalsamazione di oligarchie fallite e delle loro rendite di posizione. Visto quello che (non) è accaduto finora, malgrado il cicaleccio retorico-riformistico da cui siamo avvolti, c’è motivo per essere pessimisti sul sistema-paese. E’ il “primato della politica”, bellezza.


Autore: Mario Seminerio

Nato nel 1965 a Milano, laureato alla Bocconi. Ha quasi vent'anni di esperienza presso istituzioni finanziarie italiane ed internazionali, dove ha ricoperto ruoli di portfolio manager ed analista macroeconomico, ed è attualmente portfolio advisor. Ha collaborato con la rivista Ideazione e con l’Istituto Bruno Leoni. Giornalista pubblicista, è stato editorialista di LiberoMercato, diretto da Oscar Giannino. Collabora o ha collaborato con Liberal Quotidiano, Il Foglio, Il Fatto Quotidiano, Il Tempo, Linkiesta.it.

2 Responses to “Proteggere il mercato, non le imprese: capitalismo oligarchico e primato della politica”

  1. DM scrive:

    Sì, ottimo pezzo. L’autore è bravo, lo è sempre stato.

  2. Parole, quella di Seminerio, che chiunque di noi apprezza nel leggere al punto di farsi venire il desiderio presuntuoso di volerle avere scritte al posto dell’Autore. Ai Lettori che non dovessero ancora averlo letto (e non certo a Seminerio che ciò ha di certo fatto con attenzione estrema) mi permetto di consigliare la lettura del “La società libera” di Friederich von Hayek.

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