– La Lega corre avanti e indietro – adesso abbiamo anche i “celtici devoti” (e opportunisti) – e si prende i voti, non troppi, in verità, anche se abbastanza per crescere in potere e in cariche. È soprattutto il Popolo della Libertà che, a causa della sua identità indefinita e alquanto sbiadita, le concede libero accesso al suo territorio di caccia che, sarà il caso di sottolinearlo, non è mai stato maggioritario nel paese. 

La forza della Lega dipende da tre fattori. Il primo è sicuramente la sua leadership: indiscussa. Bossi è amato, riverito, diventato persino saggio e dotatosi di qualche brandello di sense of humour, come quando ha fatto i complimenti a Berlusconi per avere resistito di fronte ad una Lega “scatenata”.

Il secondo punto di forza è la sua capacità, non da oggi, di plasmare l’agenda politica. Nessuno può credere che Berlusconi sappia che cosa è il federalismo né che possa mai diventare una sua priorità. Non sa neanche che intercorre un’enorme differenza fra l’elezione diretta del Primo Ministro (attuata esclusivamente in Israele e rapidamente abbandonata) e il presidenzialismo. Su entrambi i punti, la Lega non si cura di esprimere la sua posizione che, però, logicamente, dovrebbe essere presidenzialista. Del federalismo, la Lega ha saputo fare un feticcio che, nella sua struttura, rimane incompreso dal suo  elettorato, ma viene valutato come un modo per tenersi le tasse in casa, laddove vengono pagate e, magari, per affamare Roma ladrona. Il federalismo è uno straordinario strumento di propaganda politica, destinato a durare.

Il terzo elemento di forza della Lega è che Berlusconi è la versione “ricca” (da nouveau riche) del leghismo lombardo. Su tutte le tematiche leghiste, a cominciare da Roma ladrona, dalla burocrazia costosa, oziosa e inefficiente e dall’antipolitica, Berlusconi è il “più stretto compagno d’armi del Senatur Bossi”. E di lì non si muove. Nelle regioni del Nord, i due elettorati sono assolutamente contigui tanto che l’unica vera rottura fra Bossi e Berlusconi avvenne non casualmente nel 1994 quando il capo della Lega percepì che il Presidente del Consiglio voleva erodere il suo elettorato e catturare i suoi molti parlamentari. La caduta del governo Berlusconi fu accompagnata dalla fuoriuscita, prova provata dei giustificati timori di Bossi, di un terzo dei senatori e dei deputati leghisti. Fuori usciti e fuori rimasti, poiché Bossi, giustamente, non li volle più e perché i voti ottenuti da quei parlamentari erano essenzialmente di proprietà non loro, non delle loro persone né, tanto meno, delle loro poco conosciute (e allora probabilmente inesistenti) capacità politiche, ma degli elettori leghisti.

La Lega è un partito, ovvero un’organizzazione di uomini, molti, e donne, poche, che cercano e ottengono voti per vincere cariche, attorno a pochi chiari principi politici. Quegli uomini e quelle donne sono radicati nel territorio e dal territorio conosciuti, selezionati, premiati. Parte non piccola delle candidature, soprattutto nazionali, del PdL sono reclutate da Berlusconi, quasi mai con riferimento alla loro rappresentanza territoriale, origine sociale, biografia politica. Poi, i prescelti vengono anche paracadutati, ma, selezionati e dipendenti dal capo, non hanno quasi nessun incentivo a fare attività sul loro territorio. Al massimo, continueranno la loro attività professionale, a prescindere e a scapito della attività politica. Tanto poi, se del caso, verranno riselezionati da Berlusconi stesso.

La Lega è un partito del territorio, guidato da un leader populista nato, cresciuto e impostosi sul territorio. Il Popolo della Libertà è un partito nella misura in cui lo vuole il suo leader, ma è radicato soltanto, da un lato, grazie agli ex di Alleanza Nazionale, dall’altro, grazie ai politici, soprattutto ex-democristiani e qualche socialista, della Prima Repubblica. Per di più, il PdL è un partito che non potrà strutturarsi fintantochè il suo leader sarà Berlusconi il cui, per quanto molto appannato, potere carismatico non consente, non tollera, non vuole nessuna istituzionalizzazione.

Il Popolo della Libertà ha limiti oggettivi alla sua espansione, già raggiunti ed è in leggero ripiegamento. La Lega si espande, per contagio e per imitazione. È allegramente arrivata in Toscana e nelle Marche. Trova chi raccoglie le firme per presentare le liste, individua chi è disposto a candidarsi, raccoglie voti. D’altronde, a funzionare non è soltanto la protesta che, comunque, continua ad avere ampi spazi. La Lega è anche apprezzato partito di governo, in moltissime località, non soltanto del Lombardo-Veneto, nonché a livello nazionale. È un partito a piena legittimità che attrae i delusi, non tanto dalla politica, ma soprattutto dagli altri partiti. È un partito che offre identità territoriale la quale, in assenza di una potente cultura civica nazionale, è l’unica vera identità sociale (e politica, “appartenenza alla polis”) degli italiani.

Quella della Lega non è un’espansione inarrestabile e neppure irresistibile. In parte, è legata alla figura del suo leader, ma meno di quanto il Popolo della Libertà sia  legato a Berlusconi. La Lega  è, oggi e domani, molto di più di quello che saranno mai i “cen-tristi” anti-bipolarismo, ovvero un numericamente indispensabile alleato di qualsiasi partito a vocazione maggioritaria. In questa fase, non  vedo né le politiche né i politici in grado di contrastare la Lega, tanto meno Berlusconi. Ma neppure credo che sia impossibile farlo intorno ad un’idea di politica, di governo, di Europa del tutto chiaramente, pacatamente e serenamente alternativa a quella di Bossi e di Borghezio.