La crisi continua e si accanisce sui giovani. Questa la fotografia scattata a febbraio e resa pubblica alcuni giorni fa dall’ISTAT: la disoccupazione è salita dello 0,1%, ma il dato che più sconforta è l’aumento dello 0,8% in un mese dei giovani in cerca di occupazione, ormai a quota 28,2. Un anno fa erano il 20,8%. Complessivamente, il tasso di disoccupazione è cresciuto dell’1,2% (oggi è all’8,5%), ma per i giovani è aumentato di più di 7 punti percentuali.

Il “vero” volto della crisi non è quindi rappresentato dal lavoratore adulto in cassa integrazione, spesso protagonista delle trasmissioni televisive, ma dal ragazzo o dalla ragazza neodiplomata a cui non è stato rinnovato il contratto a tempo determinato o di collaborazione a progetto.

Occorre però non abbandonarsi a facili e fuorvianti diagnosi. La proliferazione dei contratti cosiddetti flessibili ha consentito la creazione di milioni di posti di lavoro. La disoccupazione giovanile nei primi anni Novanta si attestava attorno al 33,8%. A causa della crisi, quindi, sono stati vanificati molti degli ottimi risultati conseguiti grazie alla riforma del mercato del lavoro attuata in due tempi, con le misure del 1996 e del 2003. La crisi ha comunque distrutto meno posti di lavoro di quanti la flessibilità avesse contribuito a creare.

Ragioni di equità inducono, però, a ragionare sull’opportunità di continuare ad usare le fasce di lavoratori più giovani come una sorta di “ammortizzatore occupazionale” per i lavoratori con un contratto di lavoro a tempo indeterminato. I giovani ottengono un impiego più facilmente di quanto non accadesse dieci anni fa, ma sono anche i primi ad andarsene. In questo modo sostengono la parte più consistente dei costi sociali legati alle crisi che ciclicamente si succedono. Il sistema duale del mercato del lavoro, con il mantenimento di una schiera ultraprotetta di lavoratori e un’altra svantaggiata e normativamente “subordinata” alla prima, dà luogo, dunque, alla concentrazione degli effetti di una congiuntura negativa sui lavoratori più giovani e/o con un contratto di lavoro più recente.

L’unica risposta data dalla politica a questo problema negli ultimi anni non poteva essere più sbagliata: con il governo Prodi, l’avvicinamento tra i due distinti e separati mercati del lavoro si è tradotto in un mero aumento dei contributi previdenziali corrisposti dai cosiddetti parasubordinati. La pressione contributiva sui giovani lavoratori, con il conseguente assottigliamento del reddito disponibile e la riduzione dell’offerta di lavoro, si è inserita in un sistema di welfare che continua ad avere come baricentro il lavoratore di una grande impresa con contratto a tempo indeterminato, meglio se sposato e con prole. L’aumento della pressione contributiva è servito a finanziare il bilancio dell’INPS (le “pensioni di ieri”), ma è stato solo di danno per i giovani (che non ne hanno tratto alcuna garanzia per le “pensioni di domani”).

Oggi le forme di sostegno al reddito dei disoccupati sono ritagliate sulle caratteristiche socio-occupazionali dei beneficiari della cassa integrazione ordinaria o straordinaria, mentre la spesa sociale si concentra sulla spesa pensionistica, dove il dato più anomalo è rappresentato soprattutto dagli alti costi sostenuti per la corresponsione di pensioni di reversibilità, più che doppia rispetto al resto d’Europa.

È paradossale che il sovraccarico contributivo venga a gravare su giovani che non possono contare su un’occupazione stabile e che comunque, da “clienti del welfare”, non potrebbero beneficiarne. Il modello di welfare, che oggi tutela più le donne anziane che non hanno mai lavorato che le madri lavoratrici e che premia l’anzianità dei lavoratori delle grandi imprese anziché il dinamismo dei giovani “flessibili”, va radicalmente innovato sollevando i titolari dei contratti atipici (e gli stessi liberi professionisti agganciati alla dinamica precarizzante della crisi) dai costi di una spesa sociale che non tiene conto delle loro necessità.

L’attuale governo ha tentato di rattoppare l’usurata veste delle tutele sociali per i disoccupati consentendo, attraverso meccanismo derogatori e quindi discrezionali, un utilizzo più generalizzato della cassa integrazione e prevedendo assegni una tantum per alcune migliaia di precari in difficoltà: un timido passo, breve e precario anch’esso, verso la riforma degli ammortizzatori sociali da più parti richiesta. Ma in un contesto in cui giovani di entrambi i sessi devono misurarsi con carriere professionali e contributive flessibili e discontinue, non è realistico auspicare una riforma che estenda e universalizzi le tutele esistenti ed è più credibile consentire scelte assicurative e previdenziali  “personalizzate” e rispondenti ad un progetto professionale e di vita, attraverso un significativo alleggerimento delle contribuzioni pubbliche obbligatorie e un più coraggioso ricorso (solo in parte tentato con la previdenza complementare) a meccanismi di mercato.

La libertà di iniziativa economica di milioni di giovani, come lavoratori autonomi o subordinati, è ormai inscindibile dal loro diritto di scegliere, responsabilmente, il “proprio” sistema di assicurazione sociale. Se le assicurazioni devono rimanere obbligatorie, il peso delle varie voci (quanta sanità, quanto welfare familiare, quanta previdenza, quanta tutela anti-infortunistica…) non può che essere scelto da chi deve esserne garantito. La ripartizione dei costi di una riforma di questo tipo sarebbe un importante banco di prova del livello di equità intergenerazionale cui oggi può giungere, nelle sue scelte di fondo, la politica italiana e quindi una buona misura della sua efficienza.