Breve cronaca dell’affaire ciambellette, tra religione, rapporti internazionali e prezzi calmierati

– Nei giorni precedenti la Pasqua ebraica (Pesach) si è aperta all’interno della Comunità ebraica romana una forte discussione sul tema delle ciambellette kasher le pesach, ovvero conformi secondo le regole pasquali.

Per capire come siano andate le cose è necessario ripercorrere alcune tappe. Per fare le ciambellette è naturalmente necessario l’uso della farina. Il problema sorto è che l’uso della farina nella settimana pasquale implica un’ottima conoscenza delle complicate regole culinarie religiose, al fine di preparare il prodotto senza che questo lieviti. Infatti nell’antico testamento è scritto che nei giorni di Pesach è vietato mangiare cose lievitate.

Il problema sorge quando un rabbino di Roma, esterno alla Comunità ebraica di Roma, decide di interpellare il Rabbino Capo di Israele Rav Shlomo Amar per chiedergli delucidazioni sul tema della farina.E nonostante una lunga e accorata relazione del rabbino Di Segni, accompagnata da una telefonata tra le due autorità religiose, da Israele è arrivato una netta chiusura: e così, pur non avendo il rabbino capo un ruolo gerarchicamente sovraordinato alle diverse comunità ebraiche (come accade tra il Papa ed il resto della Chiesa cattolica), il giudizio di Rav Amar ha comunque indotto il Beth Din romano, l’assemblea di tutti i rabini, ad un’amara decisione.

La Comunità ebraica di Roma – che fino a qualche settimana prima era una delle poche al mondo a consentire la vendita della farina ai privati – si è quindi trovata a dover prelevare dal mercato migliaia di kilogrammi di farina, per impedire che le persone cadessero in errore, preparando le ciambellette nelle proprie abitazioni. Insomma, l’utilizzo della farina poteva essere avallato esclusivamente sotto il controllo del rabbinato di Roma. Le proteste di una parte minoritaria, ma significativa, della Comunità sono giunte puntuali: il divieto di realizzare in casa propria alcuni dei dolci pasquali più tipici della tradizione giudaico-romanesca, in primis le famose ciambellette, è parso a molti una forzatura difficile da digerire.

Ma ad uno scontro con Israele proprio non si poteva arrivare: di qui la decisione della Comunità di convocare un’assemblea pubblica per spiegare le proprie ragioni e l’avvio della produzione di ciambellette “a regola” da rivendere a prezzi calmierati (14 euro al kg). Per salvare i dettami religiosi, ci ha rimesso una tradizione (e non solo). Ma tant’è: dopo il dibattito pubblico e con l’inizio di Pesach il dibattito si è spento ed ogni famiglia, riunita attorno al tavolo pasquale, si è lasciata alle spalle il polverone alzato qualche giorno prima dalla farina.

Ma se ne riparlerà il prossimo anno…


Autore: Vito Kahlun

Responsabile delle Politiche Giovanili del Partito Repubblicano Italiano, consultore della comunità ebraica di Roma, opinionista de "La Voce Repubblicana" e vicepresidente della Onlus Ben Yehuda

One Response to “Breve cronaca dell’affaire ciambellette, tra religione, rapporti internazionali e prezzi calmierati”

  1. Vito Kahlun ha detto:

    In realtà il prezzo al KG era 5€, 14€ al kg era il prezzo di una nota pasticceria kasher.

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