– Uno dei tratti caratteristici della commedia è la caricatura, anche crudele, di un personaggio o di un gruppo di personaggi afflitti da un grave vizio caratteriale, l’avarizia o la vanità o la rozzezza, o altro.
Ma allo stesso tempo, la commedia manifesta verso di loro una certa indulgenza: sono, in fondo, dei “diversi”; e una volta puniti del loro difetto, sono riammessi volentieri nel consesso sociale. E partecipano a quella festa (che di solito è un banchetto nuziale) con cui la commedia si conclude (almeno nelle sue forme teatrali più canoniche).

L’ultimo film di Ozpetek, “Mine vaganti”, è una commedia, ambientata in Puglia. Racconta di un ricco imprenditore, a capo di una vasta famiglia che convive in una grande villa; il quale si trova ad avere due figli maschi, entrambi omosessuali.
Ma attenzione: nel film di Ozpetek, i personaggi “diversi”, da perdonare e da riammettere nella società, non sono i due ragazzi gay. Viceversa, con un’ingegnosa applicazione della forma della commedia alla realtà di oggi, il “diverso” è il capofamiglia, insieme ai suoi amici, notabili di provincia.

Nel corso di una grande cena nella villa, uno dei due figli, come si dice, fa coming out: e cioè dichiara pubblicamente la propria omosessualità.
Sta forse scherzando? Il padre vorrebbe prenderla a ridere, cercando la complicità dei commensali. Ma la dichiarazione del giovane è mite, ma inflessibile. Troppo a lungo ha sacrificato la propria felicità all’onore della casata, e ora non intende ritrattare, pur consapevole che perderà il lavoro nell’impresa di famiglia e che sarà cacciato di casa. Come infatti accadrà, dopo che il padre avrà avuto una crisi di nervi, che si sarà trasformata addirittura in un attacco cardiaco.
Si tratta di un uomo sanguigno, collerico, di gran cuore, che ama svisceratamente i suoi figli, almeno fino a quando non si ritiene ferito a tradimento, con l’outing, da uno di loro. E’ anche un uomo vulnerabile, che si sente perduto di fronte alle chiacchere e alle risa, vere o presunte, dei suoi concittadini. Una caratterizzazione fine e variegata dell’attore Ennio Fantastichini.
Ma il suo maschilismo e la sua cecità (prima della cena, non si era davvero mai accorto di nulla) non sono condivisi almeno da alcuni degli altri familiari.

Per esempio, da sua madre: una nonna saggia e silenziosa, che sembra da tempo aver capito tutto, e che sa, per propria amara esperienza, che per cercare di essere felici non bisogna adeguarsi alle aspettative degli altri. Un personaggio felicemente interpretato da Ilaria Occhini.
Ma anche l’altra figlia comprende tutto al volo, e ne sorride con complicità.
E un gruppo di amici, teatralmente gay, venuti in Puglia da Roma, a trovare l’altro figlio, quello che non si è dichiarato, serve a ricordare che in altre parti d’Italia si respira una maggiore tolleranza.
In tale contesto, il padre risulta un povero fossile. E il compatimento anche affettuoso con cui viene considerato nel film si riflette proprio nell’atteggiamento del secondo figlio, che continua a non dichiarare la propria omosessualità, ma non per paura o per imbarazzo, ma perché non ha cuore di togliere al padre l’illusione che la famiglia possa contare almeno su una su una “solida colonna”, come dice lui.

“Mine vaganti” è una commedia, dove si può ridere spesso. Ma alla fine non prevale l’euforia. Non a caso uno dei due figli, che vuol fare lo scrittore, ha un carattere schivo e malinconico. E in uno scambio di battute con il suo fidanzato che gli rimprovera le sua pessimistica visione del futuro, dicendogli: “Ma insomma, siamo nel 2010!”, risponde: “E infatti, non siamo più nel 2000”.
E’ il modo in cui Ozpetek vuol dirci che i tempi non cambiano necessariamente in meglio, e che certe libertà conquistate potrebbero andare perdute.