Alleati leali? Sul territorio non tanto

di Sofia Ventura, da Il Secolo d’Italia del 3 aprile 2010 –

La Lega Nord avanza in modo massiccio al Nord e grazie anche alla generosità del Pdl conquista due delle tre maggiori regioni settentrionali, Veneto e Piemonte. Di fronte a ciò il gruppo dirigente del Popolo della libertà sembra far finta di nulla, pago della sua vittoria su una sinistra ai minimi storici e pressoché indifferente agli alti livelli di astensione che lo hanno privato di una fetta molto consistente di voti, ma che hanno toccato la Lega in misura minima.

Le prime analisi del voto in Piemonte e nel Veneto mostrano un’elevata capacità della Lega di ampliare il proprio bacino di voti a fronte di una consistente erosione del consenso pidiellino, plausibilmente in parte evaporato con l’astensione, in parte confluito verso il partito alleato. In Veneto il “sorpasso”, dato per probabile già prima delle elezioni, ha assunto dimensioni impreviste. In queste elezioni la Lega passa dal 14,65% delle regionali del 2005 al 35,15%, mentre il Pdl scende al 24,74%, dopo aver raccolto il 30,79% (AN più Forza Italia) cinque anni fa. In Piemonte il quadro non è molto diverso, anche se qui la forza della Lega è più contenuta. Il partito di Bossi ha quasi raddoppiato la propria percentuale rispetto alle regionali del 2005, passando dall’8,46% al 16,73%. Il Pdl oggi è al 25,04% contro il 31,91% del 2005. Anche in Lombardia, nonostante i tre mandati di Roberto Formigoni, oggi riconfermato, il partito di Berlusconi ha subito una severa flessione a favore della Lega. Rispetto al 2005,  il primo ha perduto circa tre punti percentuali, mentre la seconda ne ha guadagnati più di dieci.

Alcuni anni fa Ilvo Diamanti (Mappe dell’Italia Politica, Il Mulino) distingueva tra la zona “azzurra” del Nord e quella del Sud. La prima, caratterizzata da “contesti metropolitani della nuova economia e dei servizi, sistemi locali in cerca di affermazione e riconoscimento (…), province la cui economia è fondata sul commercio e sul turismo”, è interessata a mantenere i livelli di sviluppo e di benessere acquisiti e avanza domande federaliste e liberiste. La seconda, legata ad “un modello economico ancora dipendente dallo Stato, caratterizzato da un mercato del lavoro con alti tassi di disoccupazione e da un peso rilevante della pubblica amministrazione” e con bassi indicatori di qualità della vita, esprime invece una forte preoccupazione per la disoccupazione e tende a domandare più protezione pubblica.  Il rischio che oggi il Popolo delle libertà corre è quello di essere sempre meno in grado rappresentare i suoi potenziali elettori delle regioni settentrionali. Confinandosi al Sud contribuirebbe a rafforzare la tendenza verso una rappresentanza politica sempre più territorializzata, con la Lega al Nord e la sinistra al Centro, che ridurrebbe la politica italiana ad una contrattazione tra rivendicazioni territoriali, con la perdita di una prospettiva nazionale e della possibilità di immaginare un progetto di sviluppo per tutto il paese e politiche efficaci e innovative per sottrarre il meridione al circolo vizioso del sottosviluppo e di un assistenzialismo improduttivo.

I risultati di questa tornata elettorale evidenziano anche che l’alleato leghista è un alleato “difficile”, che si è “costruito” un proprio elettorato in buona parte identificato con il territorio, idealizzato come bastione contro i “pericoli” provenienti dall’esterno, siano essi quelli dell’immigrazione, della globalizzazione economica o della “rapacità” di Roma e del Sud. Questo elettorato si sposta con difficoltà.  Di questo si è accorto il ministro Brunetta che, in corsa per la carica di sindaco a Venezia,  è stato sconfitto a causa  della defezione di molti elettori leghisti, che nella città lagunare hanno dato il loro sostegno al candidato leghista alla regione Zaia,  ma non alla sua candidatura. Ciò che è accaduto a Venezia si è riprodotto a Portogruaro. Navigando sul sito del ministero degli interni tra i comuni veneti che hanno rinnovato il loro consiglio e il loro primo cittadino, si scopre poi che in diversi casi la Lega si è presentata da sola e in altri il suo elettorato si è comportato come a Venezia e a Portogruaro, mentre non risulta che sia accaduto il contrario. Vi è, dunque, una resistenza di parte dell’elettorato leghista a sostenere il “campione”del partito alleato.

Se gli obiettivi che si perseguono sono di breve periodo, se ciò che conta è solo governare oggi e garantirsi il sostegno del partner di governo, anche al prezzo di delegargli decisioni cruciali in importanti settori di politica pubblica, queste ultime considerazioni, unite alle precedenti valutazioni del voto, possono non apparire così gravi. Se, invece, si abbraccia una visione di medio e lungo periodo, allora diventa difficile ignorare il fatto che la Lega ha un proprio progetto, riassumibile nello slogan “padroni a casa nostra”, con un respiro territoriale e non nazionale e che ha fino ad oggi fornito ai suoi elettori una narrazione fortemente identitaria e tendenzialmente esclusiva. Diventa difficile ignorare  che il partito di Bossi persegue le proprie alleanze in funzione di quel progetto e per questo il Pdl può andare bene oggi ma non necessariamente domani  e fino a che rimane alleato può anche, a piacere, essere “cannibalizzato”.

Il Pdl si trova di fronte ad un bivio. Può decidere di trincerarsi nel presente e ignorare i costi che ciò può comportare – per la destra e per il paese – in un futuro non troppo lontano. Oppure, può intraprendere una leale e aperta competizione con la Lega per riconquistare i voti del Nord. Non inseguendola sul suo stesso terreno, ma proponendo un progetto e una narrazione diversi. Un progetto e una narrazione “nazionali”,  che coniughino gli imperativi di uno Stato più leggero e al tempo stesso più efficace, in grado di “liberare” le forze delle regioni settentrionali e di responsabilizzare la classe politica meridionale, con gli imperativi di apertura, solidarietà e integrazione. La scelta è tra il farsi interprete di una riscossa del paese in una prospettiva liberale e repubblicana e acconciarsi a vivacchiare in attesa di un imprevedibile futuro. La scelta non è di poco conto.


Autore: Sofia Ventura

Nata a Casalecchio di Reno nel 1964, Professore associato presso l’Università di Bologna, dove insegna Scienza Politica e Sistemi Federali Comparati. Studiosa dei sistemi politici in chiave comparata, ha dedicato la sua più recente attività di ricerca ai temi del federalismo, delle istituzioni politiche della V Repubblica francese, della leadership e della comunicazione politica.

7 Responses to “Alleati leali? Sul territorio non tanto”

  1. bill scrive:

    Il problema è: di chi sono i voti passati dal PdL alla lega? E la risposta è piuttosto semplice: in larga parte di elettori che una volta votavano AN. Perchè? Perchè se il Cofondatore fa discorsi ambigui, perchè tali sono, sull’immigrazione (dove basterebbe essere seri e comportarsi di conseguenza, invece che fare sparate inutili); se si parte dicendo che la questione meridionale è prioritaria (dopo secoli che alle chiacchiere non è seguito alcun fatto), si lascia in libera uscita tutto l’elettorato del nord. Che non è fatta da lande desolate abitate da analfabeti razzisti (fateli dare da Vendola & C. questi giudizi ridicoli), ma da gente che forse è un pò stufa di lavorare tartassata dalle tasse per tenere in piedi una baracca come questo stato ridicolo e la sua pasciuta quanto inutile burocrazia.
    Ecco, cominciamo a metterla a dieta, la repubblica..
    PS: oggi Libero pubblica gli stipendi dei membri del CSM. Poi dice che uno non va a votare..

  2. Roby scrive:

    Beh che dire: gli elettori del nord aspettano con ansia che il PDL faccia concorrenza seria alla Lega Nord sul tema dei tagli alla spesa pubblica centrale, del federalismo COMPETITIVO , dell’autonomismo, della revisione degli studi di settore e dell’abbassamento della pressione fiscale….auguri, perchè finora la percezione netta è che tutti questi temi stiano più a cuore alla Lega Nord che non al PDL, nonostante tutto, e che la forza riformatrice della coalizione sia la Lega Nord ben più che il PDL, specie se a trazione finiana.

  3. Roby scrive:

    Alle elezioni comunali di Lecco gli elettori del PDL hanno fatto mancare i loro voti al candidato sindaco per il cdx, Roberto Castelli.
    Non capisco perchè su questo sito si continui a spiegare ciò che è avvenuto a Venezia come un tradimento speciale da parte degli elettori leghisti, tacendo però di quanto è avvenuto a Lecco: forse che le elezioni comunali seguono logiche diverse da quelle regionali?

  4. roberto scrive:

    Per bill e Roby: durante la campagna elettorale il tema immigrazione non è stato toccato se non sporadicamente . Il fatto è che la Lega sa essere più presente sul terittorio, più disposta ad ascoltare i cittadini. Basta prendersela con Fini il quale è stato in silenzio durante la campagna elettorale e i governatori da lui indicati sono riusciti a vincere brillantemente.

  5. bill scrive:

    Non diciamo cose a vanvera. Fini, fino all’ultimo giorno, ha continuato a punzecchiare. Le interviste sulla maggiore prolificità degli immigrati (semplifico), così come sul fare discorsi propagandistici sul presidenzialismo non li ha fatti babbo natale.
    Tutte posizioni opinabili quanto legittime, ma la tempistica di queste uscite non è casuale, e quindi la si snetta di fare i finti tonti.
    Aggiungo che le elezioni, senza l’impegno di Berlusconi, avrebbero potuto avere un finale ben diverso. Chiedere alla Polverini, please. Film già visto anche in elezioni passate.

  6. Gianni scrive:

    x roberto
    Complimenti per la faccia tosta. Ma non so quanto aiutino Fini commenti come i tuoi. Comunque secondo me parte di questa polemica è campata in aria. L’elettorato del PdL si mobilita maggiormente per le politiche quando c’è il pericolo del ritorno di una sinistra tassa e spendi. L’elettorato della Lega invece è più fidelizzato e tende a partecipare con uguale intensità anche alle amministrative. Da questo può derivare una parziale illusione ottica di un voto che si sposta dal PdL alla Lega. In ogni caso sono convinto che l’attivismo di Fini nella politica interna del partito non abbia giovato. Probabilmente il risultato è spiegabile con un mix dei due fattori.

  7. Franz scrive:

    COMMENTO ELIMINATO POICHE’ NON AGGIUNGEVA ALCUN ELEMENTO ALLA DISCUSSIONE.

Trackbacks/Pingbacks