A Milano la Lega preme e detta l’agenda, il PdL tiene ma teme l’”effetto Brunetta”

– La campagna elettorale delle recenti regionali è stata caratterizzata, a Milano, anche dalle frizioni tra Lega e PdL. La Lega in particolare sta alzando il prezzo in vista delle comunali del 2011. La questione che ha aperto è duplice: se la Moratti abbia governato bene e se sia giusto ricandidarla.
Vediamo quindi come i risultati delle regionali influiranno sulle scelte future.

Innegabilmente a Milano la Lega raccoglie un crescendo di consensi. Nel 2006, alle precedenti elezioni comunali, il partito di Bossi aveva conquistato la fiducia di poco meno di 23mila elettori milanesi (609.935 erano stati i voti validi alle liste), eleggendo due consiglieri comunali. Alle elezioni provinciali del 2009, con 521.497 voti validi alle liste, il partito di Bossi ha ottenuto 65.630 voti. Alle regionali di qualche giorno fa, con 513.408 voti validi alle liste, i consensi sono stati 74.403.
Passiamo al trend del PdL. Alle comunali del 2006, Forza Italia, An e Lista Moratti insieme avevano ottenuto 280.149 voti. Il PdL ha poi ottenuto 185.865 voti alle provinciali del 2009 e 184.896 voti alle regionali del 2010, contenendo l’emorragia che alcuni avevano previsto a causa di due fattori: la corruzione, con gli arresti di Prosperini e Pennisi, e la superficialità nella gestione della presentazione delle liste.

Anche se è irripetibile il successo di Formentini nel 1993, con la Lega ad un 40,9% corrispondente a 308.562 voti (e una partecipazione altissima, al 78%), il Carroccio sente che la gente di Milano gli dà sempre più fiducia. E allora il leader locale Matteo Salvini si sta preparando a una serrata trattativa col PdL in modo da ottenere, l’anno prossimo, assessorati importanti e un giro di vite su due temi cardine: la sicurezza e la difesa del territorio.

Sulla difesa del territorio la Lega Nord ha insistito molto, negli ultimi mesi, attorno al nodo dell’inquinamento e del nuovo piano di sviluppo urbano, che prevedeva un’espansione edilizia molto significativa. Il partito di Bossi si è mostrato favorevole (fino allo scontro con la Moratti) al blocco totale del traffico in certe domeniche dell’anno e alla difesa di determinati spazi urbani come l’ex ippodromo. Da questo punto di vista, è possibile che i milanesi abbiano apprezzato l’impegno.

Sulla sicurezza, la recente rivolta di via Padova ha imposto alla Moratti la necessità di dimostrare il pugno di ferro con l’ordinanza sugli orari e le locazioni. Da un lato, si restringono gli orari d’apertura degli esercizi commerciali, soprattutto quelli che per ragioni di mercato necessitano di un’apertura serale: i centri massaggi (chiusura alle 20), i phone center (alle 22), i bar e i ristoranti (alle 24) e le discoteche (alle 3). Dall’altro lato si impone ai locatori di depositare in Comune una copia del contratto e agli amministratori degli stabili di denunciare i clandestini.
L’ordinanza ha fatto discutere per due motivi: il primo, paradossale, è che riguarda solo il quartiere di via Padova, mentre i problemi oggetto dell’ordinanza sono ormai endemici. Il secondo motivo è che gli orari di chiusura puniscono tutti, gli onesti e i disonesti, rendendo via Padova nelle ore serali una strada “desertificata”. Si pensa così, eliminando la possibilità di incontrarsi, di renderla una strada dove “non succede niente”. L’esperienza dei prossimi mesi dirà se chi ha redatto l’ordinanza ha avuto ragione. Quello che però non è chiaro a chi ha premuto per questi provvedimenti (e la Lega è in prima linea) è che la sicurezza non è fatta di soli divieti. Accanto ad essi vanno invece riconosciute delle opportunità: si tratta dell’opportunità di incontrarsi, e non solo di scontrarsi. E le vie vuote non sono necessariamente più sicure.

Le soluzioni leghiste, non solo in materia di sicurezza, pongono dei problemi a medio e lungo termine che sarebbe sbagliato dimenticare. Ad esempio la Lega propone, per l’accesso agli asili nido e alle case popolari, una politica favorevole a chi risiede a Milano da molto tempo.
L’appeal dell’idea di privilegiare i residenti storici in queste graduatorie è evidente e ha consentito alla Lega di radicarsi nei quartieri del ceto medio e popolare, indifferentemente tra i cittadini d’origine settentrionale e meridionale. Tuttavia ci si dimentica di una particolare vocazione di questa città. Milano attrae ancora da tutta Italia decine di migliaia di studenti e trasfertisti, che, anche quando scelgono di stabilirsi in Città, rimangono in gran parte non residenti, anche per le caratteristiche del mercato delle locazioni che, nei fatti, costringe una quota elevatissima di costoro ad affittare in “nero”. Si tratta persone che, fin da giovani, vivono a Milano, ma non potranno godere, perché non residenti, dei preannunciati benefici sull’accesso agli asili nido per i figli o sull’accesso alle case popolari. Con queste misure pro-residenti si escluderanno decine di migliaia di persone giovani, volitive, tenaci, tra cui molti talenti, che hanno avuto la sola “colpa” di non poter accedere a un mercato delle locazioni regolare e quindi di non aver potuto prendere la residenza nei primi anni di permanenza a Milano.

La vocazione globale di Milano come città che attrae talenti avrebbe bisogno di una politica del tutto diversa. Se anche si volesse selezionare in maniera più rigida l’immigrazione soprattutto extracomunitaria in Città, il criterio di selezione non potrebbe diventare puramente quantitativo e punitivo.

C’è di più: sulla sicurezza la Lega Nord si gioca gran parte della sua credibilità. Eppure sembra che gli interventi, non solo quelli della giunta Moratti, ma anche quelli richiesti da Salvini, si limitino a quei casi eclatanti di cui parlano i mass media: sembra insomma che a dettare l’agenda degli interventi sia più che altro il clamore di ciò che fa notizia, non la realtà dei fatti.
Non si spiega altrimenti perché gli unici due quartieri “bersaglio” delle politiche sulla sicurezza siano stati via Paolo Sarpi (la Chinatown) e, ora, via Padova. I luoghi, cioè, delle rivolte del 2007 e del 2010.
Là si trattava di punire i grossisti, che hanno la necessità di caricare e scaricare i camion: ed ecco che via Sarpi è diventata isola pedonale. Qui di punire gli immigrati che stanno in giro tutta la sera: ed ecco che scattano le chiusure anticipate dei locali.

E tutte le altre zone a fortissima concentrazione d’immigrati? Come se non esistessero, fino alla prossima rivolta?
E si spera che, nella logica machiavellica di alcuni, il “non intervento” non sia funzionale ad alzare ulteriormente le tensioni sociali, che portano voti, ma non benessere, e che servono ai “partiti della sicurezza” e non alla sicurezza dei cittadini.

Nella partita per il sindaco, un dato preoccupa il centrodestra. Se le tre liste (PdL, Lega e Destra) hanno ottenuto insieme il 51% dei consensi cittadini, Formigoni si è fermato al 49,04%: una percentuale da ballottaggio. Nel 2006 la Moratti era stata eletta subito col 51,9%, alle provinciali del 2009 Podestà si era fermato al 47,7% al primo turno ma, al secondo, Penati aveva prevalso col 50,2%.
La situazione è in bilico, ed è resa più incandescente dai venti veneziani: nel capoluogo veneto gli elettori hanno evidentemente snobbato la candidatura di Brunetta. E se succedesse anche con la Moratti, l’anno prossimo?


Autore: Massimiliano Melley

Nato a Milano nel 1975, si è laureato in Scienze Politiche a Milano e ha conseguito un master in Spettacolo Impresa Società alla Bicocca (facoltà di Sociologia). Ha scritto di politica lombarda ed estera su "L'Opinione" e attualmente collabora con il quotidiano online "Milano Today".

3 Responses to “A Milano la Lega preme e detta l’agenda, il PdL tiene ma teme l’”effetto Brunetta””

  1. Interessante domanda, quella conclusiva sulla Moratti. Con lei candidata, la città di Milano torna contendibile. Il PdL ha bisogno di una candidatura diversa, contro il centrosinistra e contro la Lega che sarà tentata di remare contro…

  2. Davvero interessante domanda, quella conclusiva.
    La Lega non è interessata altro che al suo obiettivo di impadronirsi del nord Italia e farne una entità a sé stante. Ha compreso benissimo che il Berlusconi assoggettato ad ogni venticello giudiziario è molto più gestibile della sinistra ex comunista e se ne serve, come il cavallo di Troia servì al’astuto Odisseo, per penetrare le difese costituzionali altrimenti non penetrabili (vedi referendum sulle modifiche costituzionali della precedente legislatura 2001/2006).
    Alla Lega serve come il pane ancorarsi totalmente al territorio (rifiuto di eliminare le province) governando il consenso in termini stabilizzati come solo lo può realizzare il controllo politico-amministrativo locale, avendo in ciò ben meditato la lezione delle amministrazioni rosse dell’Italia centrale. Per questo non poteva ammettere un Brunetta – esuberantre Brunetta – a mangiarsi la scena a Venezia, vetrina del mondo. Per questo vuole a tutti i costi anche la Milano piazza finanziaria fondamentale e snodo degli equilibri anche industriali italiani nella quale (Fondazioni bancarie in testa) sono sempre di più importanti i membri dei CdA designati dagli enti locali. Anche in questo la Lega ha ben meditato la lezione che da sinistra viene col Monte dei Paschi di Siena.
    La risposta non può e non deve essere né l’appiattimento tremebondo di Berlusconi né il velleitarismo di Fini né, tantomeno, la democristianeria di Casini. La risposta può darla solo una lucida coscienza liberale che sia in grado di suscitare all’interno del PDL prima e poi nel Paese la improrogabile necessità di proposta cogente a tutti i livelli ed a spettro ampio di sana e corretta amministrazione locale. Questa andrà correlata e coniugata con una azione a tutto campo a livello generale che porti al superamento pieno e senza sconti della Costituzione figlia ed interprete del CNL e perciò di una stagione morta, prodromo ciò ad una totale revisione della forma stato e con essa dei centri di costo e con essa ad una qualificazione della spesa pubblica in termini di resa e proiettività e portanza nonché in termini di razionalizzazione quantitativa ed esattiva.
    Penso, senza illudermi, che ciò sia solo un bel sogno di un pomeriggio post pasquale e che, purtroppo, la Lega (i cui aumenti sono solo apparenti e dovuti all’aumento dell’area del non voto) raggiungerà il suo obiettivo prima di quanto non si pensi.
    Con buona pace di tutti. (Vorrei che i leghisti dicessero in chiaro chi sopporterà – a quadro amministrativo immutato – i costi del loro “federalismo” che qualcuno stima a molti miliardi di euro e che, così come è congegnato, serve solo a dare alle “loro” amministrazioni più disponibilità di spesa e, conseguentemente, maggiore stabilizzazione e radicazione). Con buona pace, appunto, di tutti.

  3. paolo ha detto:

    è proprio vero pare che la Lega Nord si possa permettere di dettare legge in lombardia e il Consiglio regionale del 18 quando si è discusso del programma se ne avuta la conferma: http://francescoprina.blogspot.com/2010/05/lega-nord-detta-agenda-formigoni-e.html

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