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La parità etnica e di genere non si impone, purtroppo, per legge

– Ho la netta sensazione che l’imposizione di regole in tema di parità di genere e la “proibizione” della discriminazione basata sull’origine etnica portino a risultati opposti, se si eccede nel formalismo giuridico-sociale. Chiunque si dichiari favorevole alla meritocrazia non ha (o dovrebbe avere)  remore nel valutare una persona per quello che è , indipendentemente dal sesso o dalle tendenze sessuali, dal colore della pelle o dalla etnia di origine. La situazione diventa più complessa quando però si passa dai rapporti personali, all’interno della coppia o all’interno delle aziende, ai rapporti all’interno della società nel suo complesso. E’ possibile che il comportamento sociale sia spesso legittimamente ispirato da un “pregiudizio” individuale. Anche chi non teorizza la discriminazione, può finire per discriminare, anche inconsapevolmente, persone di cui istintivamente non si fida e non è sempre possibile rimediare a queste dinamiche con una norma di diritto positivo. Chi dovrebbe auspicabilmente cambiare idea non è detto che facilmente la cambi, tanto meno se sotto la pressione di leggi considerate ingiuste.

L’ideale per un liberista è, ad esempio, un mondo senza frontiere per i capitali ma anche per gli individui. Un mercato del lavoro libero e globale sarebbe teoricamente più efficiente di uno inter-nazionale. Tuttavia è chiaro che non esistono i presupposti perché questo modello sia attuabile senza rivolte popolari di natura identitaria. Perciò confondere una spinta ideale, che propone di considerare gli individui per quello che sono in realtà, al di là del colore della pelle o dell’origine etnica, con l’auspicio di far entrare dai confini nazionali quanti desiderano entrarvi senza limiti di sorta è un grave salto nel vuoto del futuro, che come risultato immediato alimenta il razzismo, la xenofobia e sentimenti “cattivi”. Lo stesso dicasi per le “quote rosa” imposte per legge in tutti gli ambiti. Personalmente ritengo che il numero delle donne in ruoli di responsabilità, nel pubblico come nel privato, sia in Italia troppo basso rispetto alla reale capacità delle donne e alle esigenze del paese. Tuttavia temo che l’imposizione di quote rosa obbligatorie per legge sia deleterio, perché consoliderebbero e non smantellerebbero pregiudizi pesanti, anche se ingiustificati, contro le donne in generale.

Se il solito “ribelle” Massimo Fini si è esposto con l’articolo su “Il Fatto”,  “Donne, guaio senza soluzione” significa che molti uomini la pensano come lui, anche se non osano scriverlo. Nel caso degli immigrati il passaggio in meno di 21 anni da poche centinaia di migliaia di presenze ufficiali di stranieri in Italia a quasi 5 milioni, con tutti i problemi che ha comportato la rapida trasformazione della stessa immagine del paese in senso multi-etnico e multi-religioso, non è certo di aiuto per tutti coloro che sono assolutamente favorevoli all’accoglienza e all’integrazione. La velocità dei processi ha esasperato situazioni che avrebbero avuto bisogno di tempi più lunghi, di elaborazioni più profonde e di una maggiore decantazione, a tutti i livelli, dalla scuola ai rapporti di lavoro. Poi non ci dobbiamo meravigliare se molti nostri ragazzi si dichiarano, per istinto direi, “razzisti” o “xenobi” e se tanti operai della Fiom votano Lega Nord.

Naturalmente così come per le “quote rosa” è senz’altro degna l’opinione di chi parla di “male necessario” per superare le discriminazioni di fatto, se non di diritto, delle donne così per l’immigrazione è da considerare l’opinione di chi propone di consolidare una cultura che non guardi solo con scandalo e con paura “all’invasione straniera”, ma ne comprenda le ragioni storiche e sociali. Le ragioni – intendo –   per cui “noi” abbiamo bisogno di “loro”, e non solo loro di noi. D’altra parte la realtà delle cose ha di per sé una sua forza. La diffusione dei concetti di “multiculturalismo” (come apertura alla diversità culturale e non come legittimazione del separatismo civile delle comunità etnico-religiose) e di “diversity management” è stata trainata dal fatto che l’Italia è diventata una società multietnica. Altrimenti nessun ente pubblico o privato avrebbe mosso un dito per inventare e pagare programmi di integrazione per poche decine di migliaia di stranieri.


Autore: Giovanni Papperini

Giovanni Papperini. Laureato in legge, libero professionista, 57 anni, esperto di corporate immigration e relocation, vive e lavora nel quartiere “Talenti” a Roma e, come titolare dello Studio Papperini Relocation ( www.studiopapperini.com ) e Presidente del Ciiaq ( info@ciiaq.org - Comitato italiano immigrazione altamente qualificata), si occupa di attrarre talenti da ogni parte del mondo in Italia, aiutandoli a superare gli ostacoli della burocrazia e ad integrarsi nella realtà del Paese.  Ha “attratto” dall’Austria anche la moglie, con cui ha avuto due gemelli.

22 Responses to “La parità etnica e di genere non si impone, purtroppo, per legge”

  1. iulbrinner scrive:

    Ho letto con interesse un articolo che, nel suo insieme, mi sembra ispirato dal buon senso e scritto con intelligenza.
    Riscontro, peraltro, un elemento profondo (non particolarmente esplicito) di contraddizione laddove si associano, quasi come fossero interagenti e reciprocamente necessari, i concetti di “parità” e di “valorizzazione delle differenze” (penso, ad esempio, al diversity management).
    Credo non sfuggirà, anche al dr. Papperini, che così come il tanto invocato multiculturalismo, quanto l’esuberante promozione delle politiche di genere finalizzate al raggiungimento di una parità sessuale misurata su indicatori statistici, corrisponde – in ultima analisi – ad un progetto di omologazione sociale pura e semplice, con buona pace delle differenze stesse.
    Forse, allora, sarebbe anche il caso di rimarcare che un autentico liberalismo politico ed un efficace liberismo economico non poggiano le propria fondamenta e non mirano a realizzare una società di “eguali” indistinti ed intercambiabili ad libitum; e non solo con riferimento al “formalismo giuridico-sociale”.
    A me sembra anche una questione più sostanziale.

  2. Giovanni Papperini scrive:

    L’apparente contraddizione tra il liberismo in campo economico (globalizzazione, liberalizzazioni, WTO, ecc) e la conservazione della propria identità di gruppo e nazionale è una delle sfide maggiori che ci attendono per i prossimi decenni e non assolutamente da sottovalutare, ma neppure da demonizzare. I nostri “competitors” cinesi ed indiani, che in quanto a millenni di civiltà e di nazionalismo congenito nel popolo non hanno niente da sfigurare di fronte agli Europei, si sono resi conto forse prima di noi che questa è la vera sfida. Non certo il grezzo “dumping sociale” o la pura e semplice repressione politico-religiosa, ormai indifendibili a livello internazionale e messi sotto scacco dai moderni mezzi di comunicazione come internet. No, la sfida vera consiste nell’essere internazionalmente competitivi, senza perdere “l’anima identitaria”. E’ un processo lungo, complesso e non privo di rischi. Ma, come se fosse un “ordine” non scritto , un segnale attraversa ormai da anni le immense lande cinesi ed indiane: accantonare le manifestazioni più appariscenti e anti-moderne dell’indentità nazionale per aprirsi al mondo e favorire l’arrivo di capitale umano e tecnologico dall’estero. L’India ormai da anni è diventata una meta ambita dai migliaia e migliaia di “globetrotters” intellettuali e d’affari. A parte i gravissimi attacchi alla minoranza cristiana, gli estremisti della destra indù hanno rinunciato ad immedesimarsi nella retorica della “superiorità degli invasori ariani”, disconoscendo l’esistenza stessa di una presunta invasione ariana e considerando le caste come qualcosa di congenito all’India e non una sorta di difesa della razza ariana. La Cina non è solo un immenso cantiere, ma si appresta ad accogliere milioni di visitatori per l’Expo di Schangai di quest’anno con azioni di preparazione al “multiculturalismo” e al “diversity management” di massa. Insomma proprio noi Europei, uomini e donne, che siamo stati capaci nei millenni di accogliere ed amalgamare le civiltà più disparate dobbiamo trovarci impreparati di fronte a questa sfida planetaria?

  3. iulbrinner scrive:

    @Giovanni Papperini, che scrive “….Insomma proprio noi Europei, uomini e donne, che siamo stati capaci nei millenni di accogliere ed amalgamare le civiltà più disparate dobbiamo trovarci impreparati di fronte a questa sfida planetaria?”

    Per quanto mi riguarda, non credo che tutto ciò che si riassume nel termine “progresso” debba misurarsi, monoliticamente, sull’ampliamento delle capacità competitive nel proscenio unico del mercato.
    Anzi, ritengo che sarebbe un grave e drammatico errore mitizzare il mercato come elemento unificatore (globalismo) delle diversità umane, sotto il segno unilaterale della produzione e del consumo.
    Ritengo che esista anche altro da questo – come lei sicuramente comprende – ed è a quello che mi riferivo.
    Segnalo, al riguardo, un articolo apparso ieri sul “Corriere” o sul “Sole” (non ricordo bene) che reintroduce nel linguaggio asettico della modernizzazione l’antinomia “felicità/infelicità” quale angolazione visuale alternativa per comprendere molti aspetti sociali del presente.

  4. sergio HaDaR tezza scrive:

    Purtroppo non si può imporre niente per legge nella patria delle leggi e leggine, che ne ha decine di migliaia più degli USA, e dove le leggi non vengono fatte osservare, spesso sono inutili, sorpassate o impraticabili. Ma anche quando sono essenziali (come i divieti di sosta o di fermata) non vengono fatte rispettare senza possibilità di scamparla se s’infrangono, come invece accade nei paesi liberi sul serio, dove non imperano lassismo e menefreghismo, che sono incompatibili con la libertà.

  5. articolo buono ma un po’ paraculo.

  6. Giovanni Papperini scrive:

    La globalizzazione è una situazione di fatto, il liberismo è un”attitudine” e un ideale “strumentale” per il raggiungimento di fini di benessere materiale minimo necessario per vivere dignitosamente, il WTO è un mero strumento tecnico, non sono confrontatibili ai valori profondi evocati da iulbrinner .Per questo motivo non vedo una reale contraddizione tra accettazione del dato di fatto della globalizzazione e gli strumenti del capitalismo avanzato e i valori profondi dell’umanità. Si tratta di due piani diversi. Provo a spiegarmi con un esempio “profano” . Molti anni fa, da parecchie settimane stavo aiutando una cittadina statunitense a predisporre una complessa domanda di visto per lavoro autonomo. Una mattina sono venuto a conoscenza che era possibile, solo per pochi giorni, convertire il permesso da turismo in permesso per lavoro autonomo. Le ho “ordinato” di venire lo stesso giorno in questura ed a fine mattinata ho regolarizzato la sua posizione. Tutto il lavoro preparatorio del visto è saltato perché improvvisamente si era aperta una prospettiva più rapida e sicura. Cosi’, a mio parere , occorre pensare ed agire in economia. Usare , teorizzare, perfezionare gli strumenti ritenuti più idonei per creare a conservare la ricchezza materiale. Scaricandoli senza rimpianti se all’orizzonte si appalesano strumenti più efficaci e con minori “effetti collaterali” negativi.
    Più che sui valori strumentali del liberismo in economia mi piacerebbe confrontarmi con i lettori su una questione più legata ai valori profondi : l’attualizzazione dei valori e dei simboli di tali valori e tradizioni. Mi spiego meglio. Ritengo che, anche al di là di sfide o non sfide planetarie, per la sopravvivenza stessa dei nostri valori fondamentali e delle nostre simbologie esse vadano “attualizzate”. Alcuni esempi:
    Lingua italiana: l’uso di internet, blog, forum, sms, twitter, ecc rende sempre più urgente porre mano alla riforma in senso di semplificazione infinitiva della lingua italiana, per renderla più comprensibile universalmente ed, in ultima analisi,salvarla dalla omologazione anglofona.
    Divise militari: la stilizzazione e la funzionalità delle divise e dell’equipaggiamento militare ritengo sia in grado di conservare lo spirito di corpi gloriosi. E questo senza rischiare di mettere i soldati in pericolo in azioni di guerra che necessitano di mimetizzazione assoluta , con l’inutile sfoggio troppo manifesto di simboli , che potrebbero essere ben riconoscibili ma nello stesso tempo ben stilizzati.
    Moda e costume: ritengo che coniugare lo stile italiano con la tecnologia italiana sia la salvezza per il nostro tessile e per la nostra Alta Moda.: esempio, vestiti di moda ma con materiali autopulenti e a variazione climatica più perfezionata del classico giubbotto con l’imbottitura che si può inserire o togliere a seconda della stagione..
    Alimenti, mai sentito parlare di “liofilizzazione”? Ha permesso, oltre ad altre tecniche moderne di compressione dello spazio e di riduzione del peso nei trasporti, il successo planetario dei prodotti alimentari giapponesi, coreani , indiani, ecc.

  7. iulbrinner scrive:

    @Giovanni Papperini, che scrive “….non vedo una reale contraddizione tra accettazione del dato di fatto della globalizzazione e gli strumenti del capitalismo avanzato e i valori profondi dell’umanità.”

    Neanche io, in effetti, vedo questa come la contraddizione che intendevo segnalare,
    La vedo, semmai, nella giustificazione di tipo economicista della promozione del valore della “parità” (culturale, sessuale etc.) o, per meglio dire, dell’uguaglianza astratta – frutto di un’imposizione politica e giuridica – che si rende, a mio modo di vedere, intimamente incompatibile con il riconoscimento e la valorizzazione delle differenze umane; sia con riferimento alla “conservazione” delle identità culturali, sia con riferimento alla “conservazione” delle identità sessuali e, conseguentemente, dei valori profondi che a queste forme identitarie si ricollegano, direttamente e indirettamente.
    Evidentemente abbiamo punti di vista profondamente diversi sull’argomento in quanto – se è vero come è vero che il capitale umano trova nella diversificazione e nella dilatazione delle competenze un importante volano di sviluppo economico – è altrettanto vero, a me sembra, che è il “capitale simbolico” della cultura e dell’ethos profondo ad esserne parallelamente minato; e lo è in modo tanto forte ed invasivo da produrre quei fenomeni di rigetto che, di volta in volta, vengono stigmatizzati come xenofobia, maschilismo, discriminazione etc….pur essendo, in realtà, uno sforzo difensivo contro la minaccia dell’anomia culturale.
    Né, francamente, mi sembra che vadano nella direzione di una “conservazione” dell’ethos culturale gli interventi “attualizzanti” da lei indicati (rifondazione linguistica, divise militari, moda o liofilizzazione degli alimenti) i quali, al contrario, mi sembrano semplici adattamenti esterni ad un processo globalizzante che, come ho già scritto, si risolve essenzialmente in una dinamica di omologazione sociale.
    Omologazione che, per dirla con il vecchio Hegel, sarebbe la classica notte dove le vacche sono tutte grigie allo stesso modo.

  8. elenasofia scrive:

    Secondo me, la tendenza alla globalizzazione è stata il motore della storia, è antica quanto l’uomo (anche se non si manifestava in forme così vistose e in modo così accelerato come ora) ed è determinata dalla ricerca di modi sempre migliori di vivere.

    Il commercio con terre lontane per l’acquisizione di prodotti irreperibili nella propria zona, è sempre esistito.

    In genere, le nazioni o gli stati dominanti hanno imposto il loro standard di vita ai popoli sottomessi oppure gli stessi popoli sottosviluppati hanno cercato di raggiungere gli standard di vita dei popoli più evoluti.

    I Romani, tanto per fare un esempio, hanno globalizzato l’Europa e il bacino del Mediterraneo: dappertutto gli stessi templi e anfiteatri, la stessa lingua, ecc.

    Tutto quanto viene citato da Papperini, lingua, alimentazione, vestiario, non si stabilisce per legge, né può essere programmato a tavolino, ma muta nel tempo a seconda delle condizioni economiche, culturali, ecc. che si determinano di volta in volta e che noi non possiamo prevedere.

    Nessuna Accademia della Crusca potrà indirizzare la lingua italiana, che si sta sviluppando secondo le esigenze della comunicazione breve (email, SMS, ecc.) Abbiamo visto che fine hanno fatto in Francia le proibizioni dell’uso di termini inglesi!
    La lingua italiana, del resto, non è altro che un latino sgrammaticato.

    E poi mi sembra che i cambiamenti che avvengono non ci siano imposti, ma siamo noi che li determiniamo.
    Tutto questo comporta una perdita di valori?

    Non credo, anzi, nel nostro tempo si sono affermati principi preziosi, come quello dell’uguaglianza e della libertà!

    E qui si ritorna al titolo di questo articolo: l’uguaglianza va intesa come parità nella dignità di cittadini, parità nei diritti e nei doveri, non come omologazione e astratta intercambiabilità: le persone non sono macchine, ciascuna è diversa da un’altra, con le sue peculiari capacità, le sue attitudini e le sue caratteristiche.

    Perciò trovo poco convincenti e illiberali le quote rosa o etniche, come imposte negli Stati Uniti: quando ci rivolgiamo a un medico o a un avvocato cerchiamo un bravo professionista, che ci aiuti in problemi per noi vitali, non stiamo facendo esercizio di correttezza politica! D’altro canto, vanno combattuti tutti quei pregiudizi che di fatto rendono molto difficile l’accesso delle donne e dei colored a certe professioni.

    Le donne sono capaci quanto gli uomini? Mettiamole alla prova, il responso ce lo daranno i risultati conseguiti (io, per esempio, ho lasciato un medico uomo asino, e mi sono rivolta a un medico donna molto brava ….)
    Se le donne svolgono attività maschili, crollano i valori tradizionali della maternità, della custodia del focolare domestico, ecc?

    Sì, è una questione per ora irrisolta.

    Ma il benessere in cui viviamo è stato raggiunto anche grazie all’ ingresso delle donne nel mondo del lavoro e alla limitazione delle nascite.

  9. Giovanni Papperini scrive:

    Condivido senz’altro il senso dell’eguaglianza uomo-donna indicato da elenasofia.
    Il “Vate” D’Annunzio aderì al movimento Futurista, che aveva in odio un certo tipo di “femminismo”. Tuttavia fu D’Annunzio, tra l’altro, ad imporre il genere femminile ad un’icona del Futurismo, l’automobile, che prima della lettera di D’Annunzio al primo Giovanni Agnelli nei documenti futuristi veniva indicata come “un automobile” e non “un’automobile”. Contribuì inoltre con il suo inconfondibile stile a redigere la “Carta del Carnaro” nella quale si ratificava l’eguaglianza dei sessi nella possibilità di contribuire alla gestione della “res publica”.
    Ora tutto si può scrivere su D’Annunzio, ma che non avesse ben chiaro le differenze tra uomo e donna , fisiche, psicologiche e culturali, non credo proprio.

  10. iulbrinner scrive:

    @Giovanni papperini, che scrive “Condivido senz’altro il senso dell’eguaglianza uomo-donna indicato da elenasofia.”

    Lo avevo ben capito ed anche anticipato – me ne darà atto – quando ho scritto che “abbiamo punti di vista profondamente diversi sull’argomento”.
    Mi limiterei ad osservare che, dal punto di vista personale, non valuto “il benessere in cui viviamo anche grazie all’ingresso delle donne nel mondo del lavoro e alla limitazione delle nascite” – ossia il benessere sostanzialmente materiale – come predominante e decisivo; ritengo esista anche un “benessere morale”, che riguarda ciascuno di noi in modi altrettanto marcati ed importanti, sul quale gli aspetti da eccepire sarebbero davvero molti.
    Ma, in ultima istanza, mi sembra si tratti dell’abituale differenza tra chi – nel mito del progresso egualitario – ha una gran voglia di vedere la parte piena del bicchiere e chi, al contrario, fa più caso alla parte vuota di quello stesso bicchiere.
    Diversità di valori di riferimento incolmabili.

  11. elenasofia scrive:

    Giovanni Papperini ha scritto:
    6 aprile 2010 alle 19:12

    “Ora tutto si può scrivere su D’Annunzio, ma che non avesse ben chiaro le differenze tra uomo e donna , fisiche, psicologiche e culturali, non credo proprio.”

    E qui cominciano i problemi … mentre le differenze fisiche sono indiscutibili, non si può dire altrettanto di quelle psicologiche, da quando sono venuti meno i condizionamenti culturali.

    Mi spiego meglio: quello che era ritenuto un modo di essere connaturato al genere femminile (per esempio, gli svenimenti, l’emotività a fior di pelle, la volubilità, ecc.) in realtà era la conseguenza di una certa educazione, che imponeva quel tipo di modello comportamentale.

    Perfino la voce era “atteggiata”: sottile, acuta …

    Adesso le donne hanno una voce più grave, dalle tonalità più basse, perché sono più decise e più sicure, e lo sono, perché la loro educazione è cambiata, è uguale a quella dei maschi.

    Del resto gli antichi erano consapevoli che non tutte le donne erano così fragili , nella letteratura non mancano esempi di donne forti, addirittura di guerriere, che pure conservavano tutto il loro fascino femminile.

    Lo stesso discorso vale per gli uomini: non tutti sono rudi e granitici, molti hanno sensibilità tese, timidezze, incertezze, eppure sono uomini nel pieno senso della parola.

    Allora, quale è la differenza psicologica e intellettiva fra l’uomo e la donna?
    E’ molto difficile definirla.

    Intanto, è bene dare a ciascuno l’opportunità di esprimere al meglio se stesso.

    L’uguaglianza dei diritti deve portare alla affermazione delle differenze!!!!

  12. elenasofia scrive:

    iulbrinner ha scritto:
    6 aprile 2010 alle 21:58

    “Mi limiterei ad osservare che, dal punto di vista personale, non valuto “il benessere in cui viviamo anche grazie all’ingresso delle donne nel mondo del lavoro e alla limitazione delle nascite” – ossia il benessere sostanzialmente materiale – come predominante e decisivo; ritengo esista anche un “benessere morale”, che riguarda ciascuno di noi in modi altrettanto marcati ed importanti, sul quale gli aspetti da eccepire sarebbero davvero molti.”

    Mi aspettavo un’obiezione di questo genere: io intendo “benessere” nella sua accezione più ampia: infatti grazie al miglioramento delle condizioni economiche, la diffusione della cultura e della conoscenza riguarda strati sempre più ampi della popolazione.

  13. Giovanni Papperini scrive:

    I ragionamenti di elenasofia mi sembrano molto acuti ed interessanti, tuttavia l’equazione tra limitazione delle nascite e benessere sia materiale che spirituale mi sembra un’affermazione troppo netta ed in contraddizione anche con la realtà di fatto. All’inizio degli anni ’80 mi trovavo in Messico, leggevo sui giornali locali toni compassionevolo/beffardi per un presunto venir meno della virilità italica collegata con la riduzione delle nascite. Poi ho visto una scena di una “famigliola” messicana, marito e moglie davanti e una quindicina di figli caricati dietro un camion scoperto come fossero bestiame, ed ho pensato tra di me, ma dove pensano di arrivare così! Ebbene, l’uomo più ricco del mondo attualmente è un messicano.

  14. iulbrinner scrive:

    @elenasofia, che scrive “… mentre le differenze fisiche sono indiscutibili, non si può dire altrettanto di quelle psicologiche, da quando sono venuti meno i condizionamenti culturali”.

    Credo che questo sia il fondamentale abbaglio con il quale si osserva la realtà sociale post-femminista (ossia, imbevuta di femminismo).
    Non è stato il venir meno dei condizionamenti culturali ad avere consentito l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro ed un maggiore protagonismo sociale (oggi, persino eccessivo).
    A guardare bene è stato il venir meno dei condizionamenti materiali di vita ad averlo consentito; se molte donne possono intraprendere lavori tradizionalmente maschili lo si deve essenzialmente agli sviluppi tecnici e tecnologici che lo hanno permesso.
    Oggi si lavora premendo bottoni, non più spaccando pietre o affrontando disagi fisici di ogni sorta.
    Quanto alle diversità psicologiche, mi limito a evidenziare – oltre a tutte le evidenze scientifiche che le asseverano – che, nonostante tutte le parità e le emancipazioni di questo mondo, nelle categorie degli eletricisti o in quelle degli idraulici o in quelle dei falegnami e via discorrendo, non c’è traccia di donne.
    Qualcosa vorrà pur dire…

  15. elenasofia scrive:

    Giovanni Papperini ha scritto:

    7 aprile 2010 alle 09:54
    “I ragionamenti di elenasofia mi sembrano molto acuti ed interessanti, tuttavia l’equazione tra limitazione delle nascite e benessere sia materiale che spirituale mi sembra un’affermazione troppo netta ed in contraddizione anche con la realtà di fatto. All’inizio degli anni ’80 mi trovavo in Messico, leggevo sui giornali locali toni compassionevolo/beffardi per un presunto venir meno della virilità italica collegata con la riduzione delle nascite. Poi ho visto una scena di una “famigliola” messicana, marito e moglie davanti e una quindicina di figli caricati dietro un camion scoperto come fossero bestiame, ed ho pensato tra di me, ma dove pensano di arrivare così! Ebbene, l’uomo più ricco del mondo attualmente è un messicano.”

    Quello che mi racconta non mi convince … :)

    Che nei paesi poverissimi ci siano uomini ricchissimi, non significa che il benessere sia diffuso in larghi strati della popolazione, come nel mondo occidentale!

    Io poi ho individuato nella limitazione delle nascite UNA componente del benessere da noi raggiunto, non l’unica. Dobbiamo il nostro sviluppo soprattutto alle nostre tradizioni, alla nostra cultura (e ritorniamo ai discorsi precedenti … ), alla nostra laboriosità e intraprendenza, ecc. [A lei che è esperto di economia globale sono tentata di chiedere un parere/confronto a questo proposito su Russia e Italia ….]

    Si può obiettare che la nostra economia va avanti, perché ricorriamo alla manodopera dei paesi a forte crescita demografica; ma, se consideriamo che il numero dei lavoratori stranieri è uguale a quello dei disoccupati italiani, possiamo concludere che, ove accettassimo di svolgere attività “non gradite”, saremmo autosufficienti.

    Bisognerebbe anche pensare che la crescita infinita non può che portarci all’autodistruzione.

  16. elenasofia scrive:

    Per favore, togliete quella faccina! Grazie!

  17. Giovanni Papperini scrive:

    elenasofia,

    Qualche mese fa parlavo della Russia con un giovane consulente d’azienda di nazionalità russa che lavora presso una multinazionale della consulenza.
    Mi ha detto che sono indietro di decenni rispetto agli stati dove il capitalismo non è stato interrotto per oltre 70 anni e che ci vorrà ancora un decennio prima che recuperino il tempo perduto.
    Gli ho detto che sono rimasto favorevolmente colpito dal fatto che moltissimi giovani russi parlano di affari, di business, dimostrano un grande senso di intraprendenza, desiderio di mettersi in proprio ecc. Mi ha spiegato che è normale che questo avvenga perché, a parte qualche multinazionale, non esistono delle ramificate strutture aziendali dove inserirsi come dipendenti, per questo motivo le persone sono “costrette” a ragionare in termini di “lavoro in proprio”, di intraprendenza, ecc. Gli ho controreplicato che è sempre meglio questo piuttosto che attendere con le mani in mano il risultato dell’ennesimo concorso pubblico per 11 posti su 100000 richiedenti o l’assunzione in qualche carrozzone pubblico…

  18. elenasofia scrive:

    @ Giovanni Papperini –

    La ringrazio, e mi dispiace che l’emoticon sorridente che avevo inviato sia stato tradotto in una risata …

    @ iulbrinner –

    Pensi che spesso mi capita di discutere con un mio amico che è un grande ammiratore delle donne; lui le considera superiori in tutto agli uomini: ha il medico donna, la commercialista donna, la sua migliore allieva (lui è istruttore di volo) è una ragazza, ecc. ecc.
    Io rifiuto il discorso di stabilire chi è superiore (preferisco ragionare sulla differenza di interessi e attitudini); e siccome sono una grande ammiratrice degli uomini, ribatto che il mondo lo hanno plasmato gli uomini e che certe “materie”, come la meccanica ecc., sono tipicamente maschili.
    Ma lui è sicuro che sia solo questione di tempo, è convinto che presto le donne domineranno anche in questi campi.

    Mah …

    In linea generale io penso che bisogna lasciare che ciascuno possa esprimere le sue capacità, senza imposizioni o divieti preconcetti.

  19. iulbrinner scrive:

    @elenasofia
    Per come la vedo io, credo che il suo amico sia solo ben conformato allo spirito del nostro tempo, che è uno spirito sostanzialmente antimaschile e misandrico; oltre ad essere scioccamente apologetico verso un mondo femminile che è portatore di bene e di male come quello maschile.
    Mi conforta, comunque, riscontrare ogni tanto – più spesso nelle donne che negli uomini, devo ammetterlo – quel barlume di libera ragionevolezza, capace di andare controcorrente rispetto al pensiero unico dominante in materia, in quanto capace di guardare la realtà senza i filtri dell’ideologia di moda, instillata in modo sistematico dal femminismo nelle nostre culture politiche.
    Credo di poterle dare atto dei suoi passi in questa direzione e la cosa, dal mio punto di vista, è molto apprezzabile.

  20. Giovanni Papperini scrive:

    Le riflessioni di iulbrinner e elenasofia sono molto interessanti e confermano lo stretto legame esistente tra l’immigrazione/relocation e i rapporti tra i generi.
    Si tratta di argomenti che mi riprometto di trattare in maniera approfondita in seguito. Argomenti come la “double career” e le “carriere portatili” sono all’ordine del giorno nel mio lavoro di relocation . E’ interessante notare che sempre più spesso il coniuge “al seguito” non è la donna, ma l’uomo.
    Uomo che non si sente il classico “marito del soldato”, ma è una persona intraprendente, consulente, insegnante di lingue, artigiano, esperto di informatica, ecc, che ama la propria moglie ed è disposto per lei a trasferirsi dovunque nel mondo, mantenendo sempre la propria autonomia economica e di status sociale. Lo stesso dicasi per le mogli dei relocati, alcune hanno addirittura delle “carriere portatili” economicamente non dissimili da quelle del marito, altre esprimono nel sociale la propria personalità.

  21. elenasofia scrive:

    iulbrinner ha scritto:
    8 aprile 2010 alle 12:05
    @elenasofia
    “Mi conforta, comunque, riscontrare ogni tanto – più spesso nelle donne che negli uomini, devo ammetterlo – quel barlume di libera ragionevolezza, capace di andare controcorrente rispetto al pensiero unico dominante in materia, in quanto capace di guardare la realtà senza i filtri dell’ideologia di moda, instillata in modo sistematico dal femminismo nelle nostre culture politiche.
    Credo di poterle dare atto dei suoi passi in questa direzione e la cosa, dal mio punto di vista, è molto apprezzabile.”

    Grazie a lei, mi sento come un cieco che comincia a intravvedere un raggio di luce … o una bambinetta che muove i primi passi … :)

    Ma veniamo alle cose serie: cliccando sul suo nick, mi si è aperta la home page di Ragione Maschile. Ho dato una scorsa ai vari interventi e accanto a riflessioni che mi sembrano condivisibili, ho trovato il solito stereotipo maschile di negare il contributo femminile allo svolgimento della storia in generale e al progresso tecnico in particolare.

    Ora, se è vero che le donne, tranne alcune eccezioni, non sono state protagoniste degli eventi, non si può escludere che abbiano contributo a determinarli. In che modo? Con le loro esigenze, con i loro consigli …. mi viene in mente Augusto che teneva un fitto epistolario con la moglie Livia, con la quale si consultava su tutte le decisioni importanti da prendere …. e così Giustiniano con Teodora, ecc. ecc.

    Secondo me l’errore fondamentale di molti uomini è di non aver riconosciuto il peso EFFETTIVO delle donne nelle società di ogni tempo.

    E di averle conseguentemente disprezzate, proprio nel senso etimologico di aver negato loro valore.

    E da qui scaturisce la profonda contraddizione di non pochi uomini del nostro tempo: hanno desiderato avere, al posto di quelle “casalinghe ignoranti”, delle compagne colte e intelligenti, libere e indipendenti, che contribuissero economicamente, con le loro attività, al sostentamento della famiglia … e ora che le hanno trovate (direi CREATE), rimpiangono le brave mogli-massaie di un tempo, sottomesse e senza pretese ….

  22. iulbrinner scrive:

    @elenasofia
    “Grazie a lei, mi sento come un cieco che comincia a intravvedere un raggio di luce … o una bambinetta che muove i primi passi …”

    Mi spiace che lei veda una qualche velleità cattedratica o apodittica da parte mia, laddove ho espresso solo il mio punto di vista personale, avendo particolare cura di esporlo in termini del tutto soggettivi. Se rileggerà le mie cose troverà, infatti, che mio (soggettivamente) è il “conforto”, mie (soggettivamente) le convinzioni esposte, mio (soggettivamente) “l’apprezzamento” di cui ho parlato.
    Non ho verità rivelate ma opinioni (soggettivamente) personali da sottoporre a verifiche e non dispenso promozioni e bocciature in alcun modo (a differenza di altri).

    @elenasofia
    “Ma veniamo alle cose serie: cliccando sul suo nick, mi si è aperta la home page di Ragione Maschile. Ho dato una scorsa ai vari interventi e accanto a riflessioni che mi sembrano condivisibili, ho trovato il solito stereotipo maschile di negare il contributo femminile allo svolgimento della storia in generale e al progresso tecnico in particolare.”

    Per venire alle cose serie, mi spiace – anche in questo caso – che lei interpreti come “negazione di valore” ciò che, invece, vuole essere l’affermazione di un valore specifico del femminile su cui, da parte mia, non troverà alcuna obiezione.
    Sostenere – come io sostengo e come lei stessa ha scritto, se non sbaglio – che la civiltà è stata forgiata e plasmata dagli uomini, non dalle donne, non significa negare valore umano al mondo femminile; significa, semmai, riportarlo con i piedi per terra rispetto ad interpretazioni storiografiche (femministe) che vorrebbero ridurre la complessità dell’evoluzione umana a problematiche di “conflitto” sessuale (il nuovo conflitto interclassista, spostato dal proletariato ai sessi, per esigenze puramente ideologiche quale nuovo “terreno di lotta”) e attraverso il quale sdoganare un atteggiamento puramente e semplicemente rivendicativo ed antagonistico verso gli uomini (la nuova razza inferiore).
    La storia è quella che è e nessuno (purtroppo) la può cambiare, neanche in nome del nuovo antagonismo di classe sessuale; la natura umana è quella che è e nessuno (fortunatamente) la può cambiare, neanche in nome di un’ideologia astratta; il valore degli esseri umani è quello che è e (fortunatamente) non dipende da “risultati storicamente conseguiti” o da idoneità sociali, più o meno accreditate dal mercato (questo, quantomeno, per chi crede in certi valori umani).
    Questo, in estremissima sintesi, ciò che lei può ascrivere ai miei contenuti, in qualunque sede espressi; purché non si estragga un frammento facendolo apparire come il tutto.

    @Giovanni Papperini

    Confesso che seguo in modo particolare questo sito per la presenza di Marco Faraci – una delle poche figure qualificate, su una scena comunque pubblica, anche se circoscritta – che si occupa, in qualche modo, di questione maschile.
    Un’autentica rarità, quasi una perla rara, di questi tempi.
    La sua intenzione di tornare sull’argomento, considerata anche la sua preparazione ed il suo know-how culturale (mi passi l’espressione), è motivo di ulteriore interesse alla frequentazione di questo sito (almeno sino a quando sarò tollerato…..).

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