– Ho la netta sensazione che l’imposizione di regole in tema di parità di genere e la “proibizione” della discriminazione basata sull’origine etnica portino a risultati opposti, se si eccede nel formalismo giuridico-sociale. Chiunque si dichiari favorevole alla meritocrazia non ha (o dovrebbe avere)  remore nel valutare una persona per quello che è , indipendentemente dal sesso o dalle tendenze sessuali, dal colore della pelle o dalla etnia di origine. La situazione diventa più complessa quando però si passa dai rapporti personali, all’interno della coppia o all’interno delle aziende, ai rapporti all’interno della società nel suo complesso. E’ possibile che il comportamento sociale sia spesso legittimamente ispirato da un “pregiudizio” individuale. Anche chi non teorizza la discriminazione, può finire per discriminare, anche inconsapevolmente, persone di cui istintivamente non si fida e non è sempre possibile rimediare a queste dinamiche con una norma di diritto positivo. Chi dovrebbe auspicabilmente cambiare idea non è detto che facilmente la cambi, tanto meno se sotto la pressione di leggi considerate ingiuste.

L’ideale per un liberista è, ad esempio, un mondo senza frontiere per i capitali ma anche per gli individui. Un mercato del lavoro libero e globale sarebbe teoricamente più efficiente di uno inter-nazionale. Tuttavia è chiaro che non esistono i presupposti perché questo modello sia attuabile senza rivolte popolari di natura identitaria. Perciò confondere una spinta ideale, che propone di considerare gli individui per quello che sono in realtà, al di là del colore della pelle o dell’origine etnica, con l’auspicio di far entrare dai confini nazionali quanti desiderano entrarvi senza limiti di sorta è un grave salto nel vuoto del futuro, che come risultato immediato alimenta il razzismo, la xenofobia e sentimenti “cattivi”. Lo stesso dicasi per le “quote rosa” imposte per legge in tutti gli ambiti. Personalmente ritengo che il numero delle donne in ruoli di responsabilità, nel pubblico come nel privato, sia in Italia troppo basso rispetto alla reale capacità delle donne e alle esigenze del paese. Tuttavia temo che l’imposizione di quote rosa obbligatorie per legge sia deleterio, perché consoliderebbero e non smantellerebbero pregiudizi pesanti, anche se ingiustificati, contro le donne in generale.

Se il solito “ribelle” Massimo Fini si è esposto con l’articolo su “Il Fatto”,  “Donne, guaio senza soluzione” significa che molti uomini la pensano come lui, anche se non osano scriverlo. Nel caso degli immigrati il passaggio in meno di 21 anni da poche centinaia di migliaia di presenze ufficiali di stranieri in Italia a quasi 5 milioni, con tutti i problemi che ha comportato la rapida trasformazione della stessa immagine del paese in senso multi-etnico e multi-religioso, non è certo di aiuto per tutti coloro che sono assolutamente favorevoli all’accoglienza e all’integrazione. La velocità dei processi ha esasperato situazioni che avrebbero avuto bisogno di tempi più lunghi, di elaborazioni più profonde e di una maggiore decantazione, a tutti i livelli, dalla scuola ai rapporti di lavoro. Poi non ci dobbiamo meravigliare se molti nostri ragazzi si dichiarano, per istinto direi, “razzisti” o “xenobi” e se tanti operai della Fiom votano Lega Nord.

Naturalmente così come per le “quote rosa” è senz’altro degna l’opinione di chi parla di “male necessario” per superare le discriminazioni di fatto, se non di diritto, delle donne così per l’immigrazione è da considerare l’opinione di chi propone di consolidare una cultura che non guardi solo con scandalo e con paura “all’invasione straniera”, ma ne comprenda le ragioni storiche e sociali. Le ragioni – intendo –   per cui “noi” abbiamo bisogno di “loro”, e non solo loro di noi. D’altra parte la realtà delle cose ha di per sé una sua forza. La diffusione dei concetti di “multiculturalismo” (come apertura alla diversità culturale e non come legittimazione del separatismo civile delle comunità etnico-religiose) e di “diversity management” è stata trainata dal fatto che l’Italia è diventata una società multietnica. Altrimenti nessun ente pubblico o privato avrebbe mosso un dito per inventare e pagare programmi di integrazione per poche decine di migliaia di stranieri.