– di Benedetto Della Vedova, da Il Secolo d’Italia del 2 aprile 2010 – Berlusconi ha di nuovo portato il centrodestra alla vittoria elettorale, in un “mid term” doppiamente insidioso. Si trattava infatti di elezioni regionali, le meno favorevoli per il centrodestra fino ad oggi, in tempi di dura crisi economica. Il premier ha giocato massicciamente la sua partita sul terreno radiotelevisivo, quello a lui più congeniale e amico, ma il risultato appariva tutt’altro che scontato. La leadership di Berlusconi, dunque, esce rafforzata dalle elezioni, ma la composizione della sua compagine azionaria è – diciamo così – mutata. Se fino a ieri la Lega era un azionista determinante, ma chiaramente minoritario, oggi i numeri e la tendenza mostrano un significativo riequilibrio dei rapporti di forza. Il partito nato dalla fusione di Forza Italia, Alleanza Nazionale e altre formazioni più piccole è ancora ampiamente l’azionista di maggioranza, ma i lumbard, che crescono ed erodono consensi ormai ben sotto il Po, si presentano come l’azionista di controllo e i veri “garanti” della leadership berlusconiana. Sul piano generale la competizione nella vittoria tra PdL e Lega è il segno che la partita più significativa della politica italiana continuerà a giocarsi tutta dentro il centrodestra.

Sul futuro del Popolo della Libertà, però, è inevitabile aprire una discussione proprio a partire dalla competition leghista. Gianfranco Fini in questi mesi è stato colui che con più determinazione ha cercato, a partire dal suo intervento al congresso fondativo del partito,  di tracciare il profilo di un PdL che si distinguesse in modo netto – e anche se ovviamente non ostile – dall’alleato leghista. Lo ha fatto a partire dal tema sensibile dell’immigrazione, su cui tutti i partiti popolari europei accettano di avere “nemici a destra”, senza rincorrerli, ma cercando semmai di arginarli. E lo ha proseguito sui temi della biopolitica e dei diritti, cercando di evitare che il PdL si chiudesse in un recinto monoetico, poco rappresentativo della realtà della società italiana e del suo stesso elettorato. L’attenzione critica su questi temi (da parte del Presidente della Camera come di altri esponenti del PdL) non segna una disattenzione al core business dell’azione di Governo. La sfida che il Pdl deve vincere con la Lega e con se stesso è quella sulle riforme economiche e istituzionali (compresa quella “alta” della giustizia in una chiave liberale).

Dunque a maggiore ragione non ha senso impegnarsi ad apparire “leghisti” sui temi simbolicamente più insidiosi e meno significativi per il giudizio che, tra tre anni, l’elettorato italiano darà del secondo quinquennio di governo berlusconiano. Eppure all’indomani delle regionali, all’interno del PdL sembra farsi strada l’idea che per arginare la concorrenza elettorale leghista occorra sposarne le posizioni su biopolitica, immigrazione e sicurezza. Penso che questa sia una lettura sbagliata del risultato del 28-29 marzo, che né nel Lazio né in Piemonte – per dire delle regioni vinte al fotofinish – ha visto prevalere il partito “della vita” contro quello “della morte”, ma più prosaicamente quello delle riforme e del buongoverno contro quello delle tasse, della conservazione e della spesa. Su questo piano si gioca la competizione politica con l’alleato leghista, a meno di non ritenere – sbagliando – che l’avanzata tra i ceti popolari e produttivi, tra le partite Iva e nel mondo imprenditoriale del Carroccio dipenda, in Veneto come in Emilia, dalla promessa (per usare le parole di Cota e di Zaia) di “tenere l’RU486 negli scatoloni”. Anzi, seguire in questa crociata propagandistica un partito che può permettersi di essere assai più spregiudicato e assai meno responsabile del PdL regala, anche su questo fronte, centralità e voti al Carroccio e di certo non glieli toglie.

Viceversa, un PdL che non inseguisse la Lega, consegnandole l’egemonia culturale sul centrodestra, ma che la incalzasse come partito dell’innovazione e dell’inclusività ne subirebbe meno la competizione elettorale: anche perché si mostrerebbe appetibile oltre gli attuali confini del centrodestra. A quanti offrono la lettura di un voto che avrebbe premiato il “Dio, patria e famiglia”, ne contrappongo un’altra. Qualche mese fa i sondaggi davano vincente il centrodestra in tutto il paese, a esclusione dei feudi rossi della dorsale appenninica. Il centrosinistra ha riaperto i giochi in tre regioni (tralasciando la Liguria): la Puglia, il Lazio e il Piemonte. Sarà un caso, ma i tre candidati di queste regioni erano quelli più apertamente “laici”. Roberto Cota ha sconfitto Mercedes Bresso di misura e con il contributo determinante della lista grillina. Niki Vendola, cattolico, comunista, omosessuale e “abortista” ha riconquistato la Puglia con una percentuale maggiore di quella con cui il centrodestra ha vinto in Piemonte. Emma Bonino, candidata in un momento in cui la partita per il Lazio sembrava chiusa in partenza e il centro-sinistra non trovava un candidato “disposto a perdere” ha prevalso nettamente nella città del Papa.

Ma se alla fine è il risultato che conta, sui temi etici occorre guardare al realismo e alla moderazione di Renata Polverini, che ha vinto, aprendo sulle coppie di fatto e difendendo la legge sull’aborto. Sui temi etici e civili occorre questa “misura”, inclusiva, realistica, pragmatica, e non bisogna cadere nell’errore di pensare che la posizione più estrema sia quella più netta e quella più “cattiva” quella più forte.