La riforma della professione forense è la festa degli ‘insider’

– Il disegno di riforma della professione forense è arrivato ieri all’esame dell’assemblea del Senato, dopo una martellante campagna dell’ordine forense culminata nello sciopero del 10 marzo scorso. Tutti d’accordo, quindi, su un testo che rispetto alla precedente versione del “ddl Mugnai” contiene qualche aggiustamento inserito per evitare lo scontro con Abi e Confindustria sulla questione dei consulenti legali interni alle imprese. Un consenso che ha dell’ “epocale”, a stare alle parole pronunciate dal relatore del provvedimento, il senatore PdL Giuseppe Valentino, nel corso della relazione di ieri: “È accaduto qualcosa, signor Presidente, che a mia memoria – ormai da qualche anno siedo in questi banchi – non ricordo sia mai avvenuto prima. Addirittura il Consiglio nazionale forense, l’organo istituzionale più alto dell’Avvocatura, ha ritenuto doveroso e opportuno – questo ci lusinga molto – prendere una intera pagina di grandi quotidiani a tiratura nazionale per dire che il documento licenziato dalla Commissione giustizia del Senato riguardante il nuovo ordinamento forense è apprezzabile e condiviso, un documento del quale auspichiamo la celere definizione. Reputo questo un motivo di grande soddisfazione.”

Capito? Addirittura il CNF si è scomodato, e in che modo, per tributare il proprio endorsment ad una riforma che ha scritto di suo pugno, i cui obiettivi più o meno dichiarati sono la riduzione del numero degli avvocati in circolazione (oggi sono 230000), l’annullamento della competizione nel mercato dei servizi legali (leggi alla voce riserva delle consulenze, con l’eccezione, voluta da Confindustria, per i consulenti interni alle aziende) anche attraverso la messa al bando della pubblicità (emblematico il caso Alt!) e la reintroduzione delle tariffe minime obbligatorie. Il tutto condito, ed è ciò che forse più disturba, da una retorica vittimista, beffardamente giovanilista e ipocritamente meritocratica.

Leggere le dichiarazioni di Maurizio De Tilla, presidente dell’OUA, per credere: “Il ddl all’esame del Senato cerca semplicemente di mettere fine ad una deregulation lunga decenni che danneggia la professione e soprattutto i giovani. L’obiettivo della riforma, al contrario di quanto sostiene Catricalà, è quello di far prevalere merito e qualità, con un accesso più rigoroso e una formazione specialistica più efficace”. Il quale viene dunque al cuore del problema: “(…)il numero degli avvocati in sè è un problema, con queste cifre, infatti, è impossibile garantire un adeguato livello qualitativo e la tenuta deontologica, elementi imprescindibili per far sì che il mercato sia un’opportunità tanto per i cittadini quanto per i giovani di talento”.

Ecco. Il problema qualitativo e deontologico. Il principale assillo della moderna avvocatura italiana. O piuttosto l’alias della pretesa di esclusivizzare e amministrare il mercato. 

La sponda del ministro Alfano all’inaugurazione dell’anno giudiziario forense: “L’avvocatura non è una strada per i laureati in legge che non hanno altre strade, o per coloro che esercitano saltuariamente (…) anche gli avvocati si devono elevare di rango, per essere al passo con i giudici, migliorando la loro formazione”.

Bene, bravo, bis. Ma “che c’azzecca” tutto questo – per citare un altro fine e noto giurista italiano – con la riserva legale delle consulenze, il divieto di pubblicità, le tariffe minime obbligatorie, il requisito della continuità professionale e consimili amenità? E poi, riguardo all’accesso, non è abbastanza restrittiva una percentuale di promossi all’esame di abilitazione del 30-35%?

Anche il Pd pensa di no, con buona pace di Bersani e delle sue lenzuolate. Donatella Ferranti, capogruppo dei democratici in Commissione Giustizia, in riferimento al ritardo, lamentato dall’avvocatura, nell’esame del disegno di legge di riforma dell’ordine forense, sottolineava come “l’avvocatura necessiti di un ordinamento nuovo, volto alla verifica degli accessi, a garanzia della qualità e della professionalità”.

Per le anime in pena alla ricerca di una voce fuori dal coro bipartisan di consensi verso il new deal del Foro italiano, bisogna accontentarsi delle cinquecento firme raccolte dal sindacato nazionale forense di Napoli a sostegno di una petizione contraria alla riforma in discussione in Senato, e del tenace dissenso dell’Ugai.

Ci preoccupa – affermava una settimana fa l’avvocato Luigi Canale, presidente del sindacato napoletano – il livello minimo di reddito di 15 mila euro lordi previsto come requisito per l’accertamento effettivo della professione e l’iscrizione all’albo. Il problema è per i giovani avvocati. La riforma è tarata sulle condizioni del Nord Italia e non tiene conto del diverso reddito al Sud che a queste condizioni imporrebbe la cancellazione dall’albo”. 

Mentre Gaetano Romano, presidente dell’Unione Giovani Avvocati Italiani, prova a spronare sul tema l’opposizione parlamentare: “La riforma forense contro la base degli avvocati non deve essere riscritta totalmente solo perchè l’antitrust, le associazioni di consumatori, tutte le associazioni imprenditoriali nazionali, nonchè¨ i sindacati si sono espressi negativamente, e neppure perchè¨ si rischiano di perdere centinaia di migliaia di voti, ma per i contenuti assolutamente inaccettabili della stessa. In questo senso Bersani ed il PD sembra non approfittino dell’occasione per intercettare il dissenso della base della classe forense che vede la riforma come molto punitiva”

Ma sono solo un nugolo spaurito e sparuto di giovani e di meridionali. I soliti piagnoni rompiballe, insomma.


Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

3 Responses to “La riforma della professione forense è la festa degli ‘insider’”

  1. Lidano Marchionne scrive:

    Qualcuno mi aiuti a comprendere: questo provvedimento è coerente con le affermazioni di “liberalizzare” le professioni? Chi ha conseguito l’abilitazione (ormai con una “scadenza” come i prodotti alimentari) e, per propria scelta professionale o per mancanza di opportunità e prospettive ad avviarsi nella libera professione, ha svolto altre attività, pur rimanendo nell’ambito dei cc.dd. operatori del diritto, per quale motivo non può rivedere più la sua scelta una volta superati i 50 anni o decorsi 5 anni dal conseguimento della abilitazione professionale? Forse si teme la loro concorrenza? allora non si contrabbandi come norma liberalizzatrice, quella che, nella forma e nella sostanza, non è altro che una misura protezionistica a tutela degli interessi di quella che è sempre stata una “casta” e che ora ha ottenuto il formale consenso da parte di un legislatore pseudo-liberale.
    Lidano Marchionne, dottore in legge, funzionalio pubblico, abilitato all’esercizio della professione forense a seguito dell’esame sostenuto, nell’anno 1989, presso la corte di Appello di Roma (in quella sede ed in quel periodo, la percentuale del 30/35% di abilitati era, più che un miraggio, una “pia illusione”

  2. caso scrive:

    quelli del sud sono piagnoni perchè sono culturalmente e d economicamente arretrati, basta vedere il pil e le statistiche sugli studi.
    quindi inutile dire altro….

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