Arbitrato e lavoro, cronaca di un rinvio annunciato

– La cosa era nell’aria. C’era stata, dapprima, la dichiarazione del rappresentante della Cgil in occasione di un incontro al ministero del Lavoro. Il sindacalista si era rifiutato di sottoscrivere l’avviso comune con il quale le parti sociali si impegnavano a stipulare un accordo quadro in materia di conciliazione e di arbitrato adducendo, a spiegazione, che il presidente della Repubblica non aveva ancora promulgato il provvedimento.

Poi era venuto l’articolo di Massimo Giannini su “La Repubblica”, smentito-ma-non-smentito dal Quirinale. La stessa Cgil si sentiva troppo sicura nel formulare, in totale isolamento, le sue solite critiche al Governo, accusato di attentare ai sacrosanti diritti dei lavoratori senza darsi minimamente cura del fatto che gli stessi operai ed impiegati regalavano vistosi successi elettorali  alle liste del  PdL e della Lega Nord.

Poi, a camere ormai in disarmo per le festività pasquali, è arrivata la lettera del presidente Napolitano, con la quale viene rinviato al Parlamento il “collegato lavoro” insieme con la richiesta di un riesame ai sensi dell’articolo 74 primo comma della Costituzione. E’ la prima volta che Napolitano si avvale di questa sua prerogativa. In altri casi gli era bastata un’azione di moral suasion informale (subito esaudita da parte del Governo). E’ assai raro persino che un Capo dello Stato rinvii una legge alle Camere (fino ad ora è potuto succedere –quando è avvenuto – una volta sola per ogni mandato settennale) e lo faccia per questioni sostanzialmente di merito e non di palese illegittimità costituzionale o di mancata copertura finanziaria.

L’iniziativa è quindi oggettivamente grave, anche perché interviene su di un punto estremamente qualificante della strategia del governo nel campo delle politiche del lavoro, come il rafforzamento delle procedure di conciliazione e di arbitrato. Le principali osservazioni del presidente sono rivolte all’articolo 31 (recante appunto norme innovative sulla conciliazione e l’arbitrato). Tra i tanti aspetti di una normativa farraginosa e contorta, derivante da ben quattro letture nel corso di 18 mesi, veniva consentito alle parti contrattuali di pattuire clausole compromissorie di rinvio alle modalità di esecuzione dell’arbitrato, purché ciò fosse previsto dalla contrattazione collettiva o  certificato, a pena di nullità, da una commissione di certificazione dei contratti di lavoro chiamata ad accertare l’effettiva volontà delle parti nel devolvere ad arbitri le controversie  eventualmente insorgenti.

Così, un po’ a scoppio ritardato, si era parlato di tentativo di aggiramento dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, tanto da indurre il governo a suggerire alle parti sociali l’avviso comune riguardante l’impegno ad escludere la materia del licenziamento dalle nuove procedure stragiudiziali. Ma l’avviso, pur apprezzato, non è stato sufficiente a fugare le preoccupazioni del Capo dello Stato.

Il ministro Sacconi, rispondendo nel corso del consueto question time del mercoledì, ha preso l’impegno di modificare il testo secondo le indicazioni del Quirinale (il quale ha sollevato ulteriori obiezioni su altri articoli del provvedimento). Le cose si metteranno a punto a partire dalla riunione dei capi gruppo e della Commissione Lavoro della Camera il prossimo 8 aprile.

Che altro aggiungere? La legge in parola non è sicuramente un capolavoro di tecnica legislativa. Nella seconda lettura, al Senato, è stata caricata di una miscellanea di norme di tutti i tipi, talune pure estranee alla materia trattata. Anche l’impianto dell’articolo 31 (la norma della conciliazione ed arbitrato) presenta dei gravi difetti. E’ confusa, aggrovigliata, priva di confini ben netti su quanto è affidato alla legge e quanto alla contrattazione, quanto al diritto positivo e quanto al giudizio secondo equità. Non a caso il ministro Sacconi ha riconosciuto l’opportunità di perfezionare il testo su questo come su altri punti.

Nel complesso, però, quella di Napolitano non è certo un’operazione che aiuti ad innovare in materia di lavoro.  Si avverte, nella lettura del documento, la presenza di una concezione della statualità del diritto, come se soltanto il giudice ordinario potesse non solo amministrare la giustizia, ma rendere giustizia al cittadino-lavoratore.

E’ l’idea del lavoratore, considerato, juris et de jure, contraente debole del rapporto che contribuisce ad ingessare il diritto del  lavoro, finendo per trattare il prestatore stesso come un eterno minus habens incapace per legge di disporre di sé e dei propri diritti. Va da sè che non avrebbe proprio senso non adeguarsi ai suggerimenti del Quirinale, ma la vicenda di ieri è la testimonianza più viva e palpitante di quanto sia arduo, in questo Paese, intraprendere un cammino di innovazione, anche in tema di lavoro.


Autore: Giuliano Cazzola

Nato a Bologna nel 1941. Laureato in Giurisprudenza, esperto di questioni relative a diritto del lavoro, welfare e previdenza, è stato dirigente generale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Insegna Diritto della Sicurezza Sociale presso l’Università di Bologna. Ha scritto, tra l’altro, per Il Sole 24 Ore, Il Giornale, Quotidiano Nazionale e Avvenire e collaborato con le riviste Economy, Il Mulino e Liberal. È stato deputato per il Pdl nella XVI Legislatura. Per le elezioni 2013, ha aderito alla piattaforma di Scelta Civica - Con Monti per l'Italia.

2 Responses to “Arbitrato e lavoro, cronaca di un rinvio annunciato”

  1. Misa Naka ha detto:

    “–una volta sola per ogni mandato settennale-”
    benissimo Signor Presidente, adesso si è messo in media e non ci sarà bisogno di strafare per il futuro, non siamo mica a stabilire nuovi Guiness!
    C’è una richiesta assillante di lavoro, dall’estero non arriva nulla e gli italiani che vogliono delocalizzare, ci sarà pure un motivo se sta succedendo tutto questo, può darsi che tutto sommato non convenga neanche con la più buona volontà lavorare e far lavorare in Italia? pùò darsi che il costo ‘sociale’ abbia oltrepassato il limite dell’accettabilità? l’arbitrato in tema di lavoro poteva essere un piccolo passo nella direzione giusta per ridurre i termini delle controversie e riportare un pò di equità nel rapporto datore/prestatore, nel ridurre il rischio di dover pagare anni di stipendio per prestazioni non effettuate? non ci guadagna nessuno o quasi nell’avere giustizia in tempi faraonici e invece ha un costo che si spalma sulla collettività – che non lo capisca la CGL non fa meraviglia anessuno ma i consiglieri del Capo dello Stato non sono scusati, il tanto peggio tanto meglio non deve essere uno strumento di lotta politica!

  2. Patrizia Franceschi ha detto:

    Non si può dire niente sul Presidente della Repubblica, guai la Finocchiaro insorge come una tigre se le toccate il Presidente della Repubblica e i magistrati. Mentre invece Berlusconi si può criticare quanto si vuole, anzi!! Certo che Napolitano non poteva prendere in considerazione delle variazioni, anche se sacconi aveva assicurato che non toccava l’articolo 18. Nonostante non si possa dire, ma è di sinistra e niente va toccato.Patrizia

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