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L’astensione è una conferma, il bipolarismo pure. Ma per quanto ancora?

– Si sa che nei commenti del dopo partita i commentatori hanno tutti ragione. Sarà così anche stavolta, nonostante la difficoltà di interpretazione di un voto regionale che ha distribuito equamente conferme e stravolgimenti. Mi soffermerò sulle prime.

E’ calata la partecipazione al voto. Poco male. Ne avevo scritto qualche giorno fa definendo l’astensione come contromisura al voto clientelare e salutare ammonimento all’autoreferenzialità della politica. Ma rispetto a quanti a sinistra auspicavano la replica del crollo francese, il calo italiano dell’8% (dal 72% delle regionali del 2000 al 64,2% di queste ultime) si pone nella scia della continuità di un trend che a questo punto si può definire strutturale: già alle Europee dello scorso anno l’astensionismo aveva ridotto al 65% la partecipazione elettorale, circa 7 punti percentuali in meno rispetto alle consultazioni del 2004. Non c’è stato alcun disfacimento repentino delle virtù partecipative degli italiani, dunque, bensì la conferma di una crescente disaffezione dell’elettorato rispetto al sistema politico e ai suoi attori.  E il risultato di questa tornata di rinnovi dei governi regionali attesta che l’astensione non ha colpito con preferenza né gli uni né gli altri, ma ha interessato fasce trasversali di elettorato.

Il bipolarismo non ha (ancora) alternative. Le forze politiche che hanno la disgregazione del bipolarismo iscritta nella propria denominazione sociale non vincono e non convincono. In primis l’Udc, che alla fine risulta decisiva nel solo Lazio (6,11%), dove tra l’altro raccoglie meno rispetto alle regionali di cinque anni fa (7,85%), e, indirettamente, in Puglia, regione in cui la candidatura autonoma di Adriana Poli Bortone (che ottiene l’8,71% dei consensi, con il 6,5% di provenienza Udc) consente la vittoria a un Nichi Vendola sempre più guida morale di un centro sinistra allo sbando. E’ interessante però notare che secondo uno schema replicabile in tutte le regioni chiamate alle urne, le coalizioni vincenti avrebbero potuto tranquillamente fare a meno delle percentuali del partito di Casini (cito le più significative: 9,38% in Campania, 3,93% in Liguria, 9,48% in Calabria, 7,42% in Basilicata) ottenendo comunque la vittoria. In conclusione, Casini perde la scommessa sul destino del bipolarismo, non intercetta consenso in libera uscita dai poli ma, al contrario, retrocede.

Le chiavi del bipolarismo italiano passano nelle mani della Lega Nord, unica vincitrice indiscussa di questo round elettorale (12,7% su base nazionale, con Pd e PdL sotto il 30%). Il partito di Bossi, il cui successo continua a derivare da un profilo politico nettamente “antisistema”, a differenza di Pd e Pdl non ha bisogno di stare al governo per crescere, e proprio per questa ragione potrebbe esercitare l’opt-out dal bipolarismo italiano, distruggendolo senza distruggersi. La Lega, dunque, ha fatto e continuerà a fare bene il suo gioco, e ciò lascia alle asfittiche forze politiche (PdL e Pd) a vocazione maggioritaria un’unica contromisura possibile: fare insieme la riforma presidenzialista e una legge elettorale che sia la più lontana possibile dal modello tedesco. E’ su questo terreno che nei prossimi tre anni si valuterà l’intelligenza tattica del PdL, ma soprattutto del Pd.

Con tutti questi cervelli in fuga, però, un riscontro positivo mi pare, francamente, abbastanza improbabile. Staremo a vedere.


Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

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