– Una bruttissima campagna elettorale, dominata da faccende di liste non presentate e firme mancanti, dalle intercettazioni, dall’ingiustificata soppressione delle trasmissioni di informazione Rai, dalla chiamata a raccolta dei “buoni” contro i “cattivi” (dall’una e dall’altra parte).

Le questioni di politica pubblica, le riforme – economiche, del welfare, della giustizia, delle istituzioni, della legge elettorale – necessarie per il Paese, una seria riflessione sul “federalismo” finora realizzato e su quello da realizzare, la bancarotta del sistema sanitario in una parte del paese, la valutazione delle diverse esperienze di governo regionale, tutto ciò è rimasto sullo sfondo, anzi così sullo sfondo che nessuno lo ha visto.

Soltanto la vittoria del centrodestra in Lazio e in Piemonte ha evitato il proseguire dell’ “abbiamo vinto noi, no abbiamo vinto noi” già cominciato nelle prime ore dopo la chiusura delle urne. Ma nessuno si aspetta che si ricominci a parlare seriamente di politica e di politiche, nemmeno nelle rinate trasmissioni di informazione Rai, che probabilmente non avrebbero arricchito di grandi contenuti la campagna, ma la cui censura costituisce una brutta pagina della nostra democrazia.

Ciò detto, vale la pena di proporre alcune considerazioni sparse, per cominciare a comprendere le conseguenze di queste elezioni, che hanno confermato la presa del centrodestra – ma non necessariamente del Pdl – su buona parte del territorio italiano, fatta eccezione per il centro “rosso”.

Partiamo dall’astensione. Quasi il 36% degli italiani non è andato a votare e vi è stato un calo della partecipazione del 7,8% rispetto alle precedenti regionali. L’Udc, con Adornato,  e alcuni rappresentanti dei “nanetti” hanno già parlato di una disaffezione dell’elettorato verso l’attuale sistema, di una crisi del bipolarismo. Wishful thinking, e ognuno della propria irrilevanza si consola come può, ma le cose stanno un po’ diversamente.

Innanzitutto, se è molto probabile che una parte dell’astensione sia legata ad una delusione verso la classe politica, ciò non comporta automaticamente una critica verso il bipolarismo in quanto tale. In secondo luogo,  la stessa importanza del dato dell’astensione va ridimensionata: non solo esso si colloca in una più generale tendenza che coinvolge anche altre democrazie, ma in una tendenza di lungo periodo del nostro paese.

Certamente, a questa tendenza non è estranea la bipolarizzazione del sistema, che condiziona fortemente il comportamento elettorale incentivando la scelta attorno a due principali opzioni; tuttavia, anche queste elezioni mostrano che la stragrande maggioranza degli elettori si è adeguata a questo modello e che le posizioni centriste non pagano e possono sopravvivere solo grazie al permanere nel nostro sistema politico di leggi elettorali proporzionali (in Francia François Bayrou con più voti dell’Udc ha solo 4 deputati e nessun potere di coalizione).

Se il bipolarismo regge, ciò non significa che i due poli godano di ottima saluta e siano senza problemi. La sinistra e il Partito democratico non riescono chiaramente a riprendersi da una crisi di idee, progetti e strategie che priva il nostro sistema di una seria opposizione e alternativa futura. A parte la Puglia, dove ha svolto un ruolo centrale la fascinazione carismatica di Vendola, peraltro non del Pd,  e la presenza di un terzo candidato molto popolare, la sinistra riesce ormai a vincere solo sulla dorsale appenninica. Ma anche a destra emerge una territorializzazione del voto.

Il successo al Nord si è infatti accompagnato con una netta avanzata della Lega, che ha anche goduto di un flusso di voti provenienti dal Pdl. L’affermazione del partito di Bossi costituisce un’ulteriore tappa di una tendenza già evidente da diversi anni. E non è irrilevante il fatto che ormai stia conquistando spazi importanti sotto al Po. In Emilia Romagna la Lega è passata dal 7, 76% delle politiche del 2008 all’11, 08% delle europee del 2009, grazie anche alla penetrazione di zone tradizionalmente bastione della sinistra, come le province di Reggio Emilia e di Modena. In queste elezioni, la Lega, a fronte di un Pdl al 24, 55%, ha conquistato il 13,67%.

E’ vero che, se il Piemonte e il Veneto saranno ora guidati da governatori leghisti, la regione più ricca d’Italia, la Lombardia, rimane saldamente nelle mani di Roberto Formigoni, ma Formigoni non è solo Pdl, è anche – e forse soprattutto – Comunione e liberazione. E  il Pdl in questa occasione ha raccolto circa 300 mila voti in meno rispetto alla somma ottenuta da Forza Italia e Alleanza Nazionale nel 2005, mentre la Lega ne ha conquistati altrettanti in più.

Le cause di questo fenomeno sono molteplici. Da un lato la “forza” della Lega: la presenza sul territorio, un’organizzazione solida, una rete di buoni amministratori, la capacità di intercettare voti di “protesta” e di disaffezione verso i due maggiori partiti italiani, Pd e Pdl. Dall’altro la difficoltà del Pdl di radicarsi sul territorio e probabilmente l’indebolirsi della sua spinta riformista, della sua capacità di presentarsi come un partito capace di innovare seriamente e rispondere alle domande di un ceto produttivo in difficoltà.  Questa situazione  rischia di accentuare la parziale meridionalizzazione del Pdl, già evidenziata negli anni passati dagli studi di Ilvo Diamanti.

In che misura, all’interno del Pdl, ciò è avvertito come un problema? Forse più di quanto i suoi dirigenti vogliano ammettere. Tuttavia, non è scontato che sia un problema per Silvio Berlusconi. Il suo asse con Bossi gli garantisce ciò che probabilmente a lui più interessa, ovvero una maggioranza “presidenziale” o, più correttamente, “primo-ministeriale”, che gli consente di rimanere alla guida del governo.

D’altro canto, non bisogna nemmeno dimenticare che più volte il premier ha manifestato una certa insofferenza nei confronti del suo stesso partito e ha dato espressione concreta a questa insofferenza non solo con esternazioni, ma anche con la creazione di strutture parallele, come i recenti “promotori” guidati dalla fedelissima Michela Vittoria Brambilla.

Paradossalmente, dunque, il risultato più che buono della destra a queste elezioni regionali rende ancora più evidenti i problemi del Pdl, del suo consolidamento, della sua durata, della sua capacità di mantenersi come forza davvero nazionale. La leadership di Berlusconi e l’asse con la Lega garantiscono il presente. Da cosa sarà garantito, invece,  il futuro?