– Per una volta, ha ragione Di Pietro: il centro-destra ha vinto le elezioni. L’unico risultato che la coalizione berlusconiana non ha solo “guadagnato”, ma anche, al di là dei propri meriti, “incassato” è quello del Piemonte, grazie all’antiberlusconismo suicidario della lista grillina, capace di sbancare il voto di protesta e di togliere alla Bresso i consensi decisivi nello scontro con Cota.

Se i 90.000 voti ottenuti dal Movimento a Cinque stelle e dal candidato governatore  Davide Bono (più di quanti ne abbia registrati l’Udc) fossero rimasti nel centro-sinistra, la storia di queste elezioni, almeno al nord, avrebbe avuto un segno diverso. Ma la storia non si fa coi se e da un certo punto di vista è coerente e sano che un’opposizione distruttiva giunga a distruggere se stessa, prima che il proprio avversario.

Berlusconi vince, il centro-destra vince, il PdL No.  In termini di voti: -5,5% rispetto alle europee, nelle regioni in cui si è votato, anche scontando l’assenza della lista nella provincia di Roma. Non si può dire in senso stretto che abbia perso, visto che ha pagato un tributo (ovunque inutile, fuorchè nel Lazio) alle “liste civiche regionali” legate ai candidati presidenti. Si tratta di uno spin off elettorale, che mischia le carte e non consente di stimare esattamente quanto il partito sarebbe valso in uno scontro politico nazionale.

Di sicuro, il PdL perde in termini di centralità politica: il successo del Nord è leghista, quello del Sud, in Calabria e in Campania, è, in primo luogo, un insuccesso della sinistra e del suo passato impresentabile (Loiero, Bassolino). E di certo non guadagna in termini strategici: non si capisce cosa, di preciso, il PdL prometta al Paese di migliore o di diverso di quanto possa offrire, al Nord, il “fedele” alleato leghista, e presto (molto presto) al Sud un neo-leghismo meridionalista, persuaso da Bossi e dal Carroccio alla politica della lusinga e della minaccia.

Si è a lungo ritenuto che gli interessi di Berlusconi e quelli del partito coincidessero, fino a giustificare una gestione proprietaria della strategia politica del PdL. I risultati dicono il contrario: Berlusconi rimane il baricentro imprescindibile del centro-destra italiano, il PdL si dimostra al contrario uno strumento fungibile, surrogabile, troppo “partitico”, almeno nelle ambizioni, per una leadership che rappresenta di per sé un “one man party”.

La maggioranza è salda. Il PdL no.  Uso ad obbedire tacendo agli ordini di Bossi, a regalare il Piemonte ad una Lega che l’avrebbe persino perso, senza l’aiuto di Grillo, e a rottamare Galan senza troppi complimenti,  favorendo la valanga verde, il PdL adesso è a un bivio. O inizia ad esistere in proprio e a non rappresentare l’eco moderata della retorica leghista, oppure si rassegna a rimanere la protesi pro tempore della leadership pro tempore del Cavaliere.

Ora nel PdL ci sarà qualcuno pronto a regolare i conti con la “dissidenza interna”, forte di un risultato che, al di là di ogni dubbio, premia il Cavaliere. Noi, invece, ci iscriviamo volentieri al partito di chi vuole inaugurare una stagione di più aperta e spregiudicata competition con l’alleato leghista.  Come ha detto Zaia, col successo della Lega finisce il bipolarismo. Non è del tutto vero: è sospeso, per manifesta inferiorità dell’avversario, quello tra coalizioni. Inizia (non è “fisiologico”, ma è reale e tanto basta) quello dentro le coalizioni. E le grane che Bersani dovrà affrontare con di Pietro (e con la sua “versione 2.0”, Beppe Grillo) non sono così diverse da quelle che il PdL dovrà regolare con Bossi.