– E’ la prima serata di Rai 2 del 17 marzo, va in onda L’Isola dei Famosi.
Aldo Busi, uno dei protagonisti dell’edizione 2010, è in pieno flusso di coscienza. Vuole andare via dall’isola, sostiene di essere circondato da concorrenti che non hanno niente da dire, semplici marionette. Sotto sotto lascia trasparire che i partecipanti del programma di Rai 2 siano una sorta di sinossi narrativa di un paese intellettualmente ed eticamente atrofizzato e dice: «Io pago le tasse e sono orgoglioso di farlo. Se non fanno questa legge delle due aliquote al 23 e 33 per cento, del meno tasse ma per tutti a cosa è servito Berlusconi? Cosa fa?» e poi alza il tiro e se la prende con Ratzinger, così: «Se anche il Papa si scaglia contro gli omosessuali, forse è quello che ormai è risaputo.. l’omofobo è un omosessuale represso».
Questo dice Busi.
Il giorno successivo, ovviamente, si scatenano le reprimende e l’indignazione. La Rai decide di “ radiare” lo scrittore bresciano da tutti i programmi dell’azienda.
Ora, nessuno mette in dubbio che Busi abbia detto una scemenza. E’ sterile e banale ridurre le posizioni della chiesa circa l’omosessualità ad una facilona lettura psicoanalitica del Papa, peraltro da scarso abbecedario di una psicoanalisi ridotta a bozzetto, ma il problema che ci si pone è un altro. Chi ha il diritto di criticare Busi?

Tra i censori di Busi troviamo il Moige, il Codacons, e, come già detto, la Rai.
Andiamo per ordine; il Moige ( Movimento Italiano Genitori ) è una organizzazione di promozione sociale, fittamente presente sul territorio ed alla quale aderiscono circa 30.000 genitori, ovvero lo 0,2 % dei genitori italiani con almeno un figlio minorenne.
Eppure, arbitrariamente, il Moige parla a nome di tutti i genitori italiani.
Ma c’è qualcosa che non quadra:
a) se un bambino è davanti alla tv alle 21 e 30 non è colpa e responsabilità del sistema televisivo ma di una famiglia che non è riuscita a mettere il pupo a letto ad un’ ora decente
b) se un adolescente è davanti alla televisione certo non si sconvolge alle dichiarazioni di Busi
c) se un figlio maggiorenne è davanti al televisore, ciò che guarda non è affar dei genitori.

Un bambino la sera dovrebbe dormire, un adolescente dovrebbe realizzare le sue aporistiche, conflittuali e, sanamente, perturbanti esperienze – ed un figlio maggiorenne … son fatti suoi.
E tutto ciò a prescindere dalla televisione.
Ma allora perché il Moige interviene? Che tipo di televisione si vuole progettare per i propri figli? Forse un flusso testuale ad immagine e somiglianza delle retoriche e delle vis sanzionatorie dei propri, scarsamente rappresentativi, genitori?
Verrebbe da dire che l’immaginario, proteiforme e dinamico per statuto, non è progettabile a mo’ di indice pedagogico. I media sono un super intertesto trasformativo. L’immaginario mediatico è un testo vivo. Un’unica fusione di accezioni eterogenee, questo è l’ immaginario. L’unica possibilità di compiere testualmente e narrativamente le istanze delle società tecnologiche contemporanee e quella di liberare le sue eterogeneità – dar loro voce – spazio – possibilità, ovvero, libertà.
Busi in tv dice scemenze? Bene. Ma se ha un contraddittorio, queste scemenze diventeranno un discorso sull’uomo e sulla libertà di espressione. Una robetta che un tempo si chiamava dialettica – alla quale i giovani venivano educati, non sottratti.

Altro censore della provocazione e dell’impertinenza di Busi è il Codacons, ovvero, il “Coordinamento delle Associazioni per la Difesa dell’Ambiente e dei Diritti degli Utenti e dei Consumatori”.
La domanda che immediatamente vien da porsi è una – semplice semplice.
Gli utenti e consumatori italiani sono una moltitudine di esseri umani eterogenei per punti di vista ideologici, attitudini, gusti, complessioni culturali, generazioni, contesti socio culturali, ecc ecc; come può, quindi, un “ coordinamento” di una tale messe di diverse identità parlare a nome di tutte? E se a qualcuno la provocazione di Busi fosse piaciuta? Come può il Codacons parlare a nome de “ gli utenti” e de “ i consumatori” su di una questione che non ha a che fare con truffe e raggiri, logicamente e legalmente dimostrabili, ma con l’immaginario di Aldo Busi e di tutti quelli che la pensano come lui!? Il loro immaginario ideologico lede quello degli altri consumatori ed utenti? E perché? Dove sta scritto? E se fosse l’inverso? La libertà di espressione non è un bene materiale, non è un elettrodomestico venduto scassato, non è una frode da class action, e soprattutto non è sindacabile da nessun “coordinamento”. Queste sono le basi della ragion testuale, ovvero, il raccontare ciò che si vuole come si vuole.

Poi, da ultima, la grande accusatrice: la Rai.
Aldo Busi è stato “radiato” (lemma peggiore non poteva esser scelto) da tutti gli “show” dell’azienda.
Qui ci vuole una piccola introduzione ad uno specifico del linguaggio narrativo televisivo, quello de L’Isola dei famosi: il reality show.
Reality show significa spettacolo della realtà, ma con la realtà, ovviamente, non ha nulla a che fare. Il reality show è finzione, è un racconto. E’ una struttura narrativa fatta di funzioni, svolte, prove, atti, trasformazioni dei predicati dei personaggi, che non ha nulla di diverso da un film o da un romanzo di avventura, ma in cui invece di attori e protagonisti vi sono uomini e donne scelti in base a caratteristiche culturali e psicologiche tali da permettere agli autori di farli agire ed interagire in base a ipotesi narrative (sorta di sceneggiature aperte) ideate, gestite e progettate dagli autori stessi. In poche parole: agli autori serve un “protagonista” di un certo tipo, per spingerlo a fare determinate cose, ed allora si troverà un personaggio della realtà (famoso o meno famoso) le cui caratteristiche psicologiche, e non solo, meglio si conformano a quelle del “ protagonista “ ideato su carta. Il reality show è come un film, ma in fieri, ed in cui alcune delle cose che accadono non sono progettate dagli autori ma incidentali. E d’altronde anche a livello legale un reality è considerato l’equivalente di un testo di finzione vista la sentenza n. 1023/2009 della Corte di Cassazione , che stabilisce che l’offesa subìta in un reality non da adito al risarcimento del danno.

Tutto questo per dire cosa. Per dire che Aldo Busi è un personaggio pubblico che è stato arruolato sull’isola per interpretare il “ruolo” narrativo del padre provocatore e fustigatore – e Busi questo ha fatto, come da copione, come era perfettamente preventivabile da chi ha approvato il suo contratto. Più volte, nelle miriadi di interviste rilasciate negli anni, Busi ha sempre espresso il suo anticlericalismo, la sua idiosincrasia per la parola diplomatica, la sua insofferenza per le retoriche imperanti. E poi: nella sua ultima intervista sulla militanza omosessuale aveva così risposto: “la lotta per i diritti dei gay è una guerra tra froci. Da un lato i froci militanti che vivono la propria sessualità, dall’altro i froci del vaticano che reprimono i propri desideri”.
Gli autori del Reality queste cose le sapevano? Certo! E chi ha approvato il progetto ed i contratti? … la Rai!

Reality show non significa osservare la realtà, ma significa trovare i personaggi adatti per raccontare una realtà testuale, fittizia, immaginaria, proprio come l’Isola dei Famosi, dove Busi è stato chiamato per fare e dire cose che ha fatto e ha detto.
Ma una volta dette la reazione è stata la “radiazione”. Per aver agito come da contratto, o quantomeno come da manuale, sicuramente come da copione.

Tutto questo buffo affaire Busi è una storia esemplare. Una storia i cui protagonisti ci raccontano di un paese sempre incapace di fare i conti con le codifiche dell’immaginario e con la libertà di espressione e dove come al solito trionfa l’incapacità di difendere le proprie scelte, spesso in nome di valori e morali che nemmeno si conoscono.
In tutto questo i cristiani hanno sofferto, davvero e sinceramente, ma non nell’assistere alla “parte” (prevedibilmente sboccata e “scaciata”) di Busi, quanto, piuttosto, nel vedere il Papa “difeso” dall’associazione dei consumatori; la religione come prodotto; ecco una vera bestemmia, o quantomeno un monumento alla secolarizzazione.