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“Shutter island” di Martin Scorsese: il dubbio di essere pazzo – AUDIO

– In occasione della conferenza stampa italiana di “Shutter island” pare che l’attore protagonista, Leonardo Di Caprio, abbia raccomandato ai critici di non rivelare il finale del film. Questa esortazione, forse superflua (i critici adoperano questa cautela anche senza che gli venga richiesto), mi ha riportato alla memoria, come libera associazione, un precedente classico, e cioè “Psycho” di Alfred Hitchcock (del 1960). Per quel film, come i cinefili sanno, non soltanto Hitchcock stesso aveva ottenuto dagli esercenti che agli spettatori fosse proibito di entrare a spettacolo iniziato, ma nei trailer li scongiurava, appunto, di non rivelare a nessuno il finale del film.

“Psycho” e “Shutter island” sono due film molto diversi, ma entrambi affrontano il tema della follia.
“Shutter island” si svolge in un sinistro manicomio degli anni Cinquanta, confinato in un’isola, nel quale forse si svolgono esperimenti scientifici sugli effetti delle amputazioni di certe parti del cervello. Qui viene inviato un ispettore per far luce sulla sparizione di una paziente. Ma è davvero un ispettore o è un pazzo che si crede un ispettore?
E’ l’enigma intorno al quale è costruito tutto il film, e la cui soluzione resta in sospeso.
Il film di Hithcock si svolgeva in un luogo soltanto un po’ meno isolato e un po’ meno sinistro: un motel.
Ma lì non c’erano dubbi: il ragazzo che lo gestiva era inequivocabilmente pazzo.

In entrambi i film vige il seguente principio: che la pazzia – una pazzia devastante, omicida – possa nascondersi dietro le apparenze di una inoffensiva o inappuntabile normalità.
Per il protagonista di “Psycho”, all’origine della follia c’era il rapporto affettivo esclusivo con la madre. Insomma, quel complesso edipico irrisolto che sarebbe all’origine di certe deviazioni sessuali, e che nel film era qualcosa come la prima cellula del Male, vista da Hitchcock con tutto l’orrore di una sensibilità puritana.
E nella scena più nota del film, quando una ragazza sola, che trovava rifugio in quel motel, veniva accoltellata dal pazzo mentre faceva la doccia nella sua camera, nella successione rapida e accanita dei colpi di coltello, si sentiva davvero la frustrazione rabbiosa dell’impotente davanti al richiamo erotico del corpo nudo di una donna.
“Psycho” era una macchina spettacolare (Hitchcock la paragonava alle montagne russe), costruita a tavolino, applicando freddamente le regole della suspense. Però, in qualche momento, vi penetrava un granello di autentica follia; si aveva a volte davvero l’impressione di condividere le emozioni di uno psicotico assassino.

Si può dire altrettanto di “Shutter island”?
Qui, all’origine della follia, vera o presunta del protagonista, non c’è il complesso di Edipo, ma, ad abbondare, si sommano traumi familiari e traumi di guerra. La follia provoca allucinazioni sanguinose, fa balenare apparizioni di fantasmi e invasioni di topi. E il paesaggio di contorno, come per visualizzare una ragione devastata, è investito da un uragano che sradica gli alberi del bosco e fa schiumeggiare le onde del mare contro la scogliera.
Insomma: nel film ci sono ampie concessioni al romanzesco o al fumettistico: categorie narrative che abitualmente non ricercano la verità psicologica. (A partire dall’invenzione di quel sinistro manicomio, che può ricordare un castello di vampiri.)

Eppure, in certi momenti, capita allo spettatore di guardare la realtà con gli stessi occhi del protagonista, come provando il suo stesso squilibrio. Nel caso di certi incontri con personaggi che forse sono reali ma forse sono soltanto prodotti di un’allucinazione, siamo chiamati a provare, in una certa misura, lo spaesamento dell’ispettore, che dubita delle proprie facoltà, e non sa se quanto sta vedendo sia reale. E che sentendosi sprofondare nelle sabbie mobili della follia, si aggrappa a qualche brandello di verità (o che tale, con molte incertezze, gli appare).
Per questo, nonostante i suoi limiti, annovererei “Shutter island” tra quei film, piuttosto rari, che danno la sensazione di metterci direttamente a contatto con la malattia mentale.

Fonte ic-radio_radicale Radioradicale.it Licenza 2.5 Ita


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

2 Responses to ““Shutter island” di Martin Scorsese: il dubbio di essere pazzo – AUDIO”

  1. Patrizia Tosini ha detto:

    Bravo Gianfranco, le tue recensioni sono sempre bellissime e mi fanno venire voglia di andare a vedere anche i film dell’orrore !

  2. Gianfranco Cercone ha detto:

    Ciao Patrizia, grazie davvero, molto gentile!

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