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Il gioco dell’oca degli immigrati ‘di successo’

– Nella mia esperienza di responsabile Affari Legali di una multinazionale giapponese che opera nel settore bancario e finanziario mi è capitato in più di una occasione di avere a che fare con la legge sull’immigrazione e con le complicate procedure operative ad essa collegate.
Nella mentalità orientale, infatti, vi è grande apertura nei confronti del mercato dell’Occidente, ma nel pieno rispetto della cultura, della normativa e delle usanze del “territorio” in cui si lavora. 

Lungi dall’agire come nuovi colonizzatori, imponendo il proprio modello dall’alto, i nipponici sono soliti costituire filiali in tutti gli Stati in cui intendono lavorare collocando in posizione di vertice unicamente personale locale, ritenendo che solo chi ha dimestichezza con il mercato di riferimento possa prendere le decisioni operative necessarie a portare avanti il business.
L’unica concessione alle esigenze di Casa Madre è la presenza in loco di un tramite tra l’head office giapponese e la filiale, definito per questo motivo Co-ordinator.

La suddetta figura non ha, come si è detto, funzioni strategiche ovvero operative, ma funge da collante tra la realtà locale e le direttive di carattere generale emanate dal Giappone. Il suo ruolo, quindi, rileva più sotto il profilo del reporting e della verifica del rispetto delle procedure che su quello decisionale vero e proprio.
Per ovvi motivi, il Co-ordinator della filiale è, in genere, di cittadinanza giapponese (mentre il resto del personale impiegato è italiano o, comunque, comunitario) e come tale è soggetto a tutta la normativa italiana in tema di immigrazione, visti e permessi di soggiorno.

E qui vengono le dolenti note: perché il primo approccio del Co-ordinator con la nostra realtà è proprio con la burocrazia che precede l’ingresso in Italia e lo seguirà passo dopo passo durante tutto il suo soggiorno; non è inutile evidenziare che tale figura, per sua natura, tende a girare in più Paesi del mondo e pertanto il confronto con altre strutture è ben presente in chi cerca di barcamenarsi con la realtà italiana.
Alta immigrazione? Macché! Le trafile necessarie per richiedere ed ottenere il permesso di soggiorno sono le stesse previste per altre tipologie di richieste affini: stesse file e (soprattutto) stesse tempistiche.

Innanzi tutto, la compilazione dei moduli: come nella migliore delle tradizioni italiane, abbondano le contraddizioni (del resto, la legge sull’immigrazione è stata modificata solo quattordici volte negli ultimi anni).
Ai sensi di legge, non è possibile ottenere il permesso di soggiorno senza il nulla osta all’ingresso nello Stato italiano; il nulla osta può essere ottenuto solo ove si sia in possesso di un contratto di locazione registrato. Peccato che in Italia sia possibile registrare un contratto solo menzionando il codice fiscale e che il suddetto codice possa essere ottenuto (in teoria) solo… con il permesso di soggiorno! Per fortuna, interpretazioni più razionali agevolano l’utente, che riesce ad ottenere il codice fiscale anche in pendenza di richiesta di permesso di soggiorno.

Poi comincia il calvario delle file nei vari uffici pubblici, dall’Ufficio Immigrazione alla Polizia sino all’Ufficio Postale (dove possono rifiutarsi di ricevere la documentazione richiesta dalla legge sull’immigrazione se hanno finito… le ricevute di ritorno! Per l’invio di tali documenti, infatti, occorre un modulo di ricevuta ad hoc). Tralasciando altre assurdità (tra cui la necessità di prendere due volte le impronte digitali – una volta con lo scanner e una volta con il tampone -, presso due uffici diversi e in due diverse giornate…), arriva finalmente il giorno del ritiro del famigerato permesso di soggiorno.
Dal momento della richiesta a quello della apprensione materiale del documento passano quasi due anni; peccato che la validità del documento decorra dalla data della richiesta, per cui a distanza di pochissimi mesi… va formulata la richiesta di rinnovo!

Il bilancio di questa esperienza di vita vissuta è tanto più sconfortante se si pensa che ogni Co-ordinator giunto dal Giappone, al momento di lasciare il territorio italiano per altro Stato europeo o extraeuropeo, sistematicamente porta con sé il ricordo di un Paese dove è bello vivere, dove la gente, il clima, la cucina e i paesaggi artistici e naturali sono meravigliosi; un posto, insomma, in cui varrebbe anche la pena stabilirsi per sempre… purché ci si tenga lontani dalla burocrazia.

Che conclusioni trarre?
Se l’immigrazione è un’opportunità ed un arricchimento, lo Stato italiano deve dare regole certe che consentano di separare in maniera netta i fenomeni di clandestinità dalla immigrazione regolare.
Le regole non solo devono essere certe ma anche accessibili e comprensibili ad un soggetto che non sia di madre lingua italiana.
La certezza, inoltre, deve riguardare non solo le norme generali ed astratte ma anche la loro concreta applicazione.


Autore: Daniele Bello

38 anni, avvocato, sposato con una figlia. Dopo una carriera di professionista, attualmente è responsabile Affari Legali e Conformità in una multinazionale che opera nel settore bancario e finanziario. Esperto in materia bancaria e assicurativa, si occupa di immigrazione in occasione dell'ingresso in Italia di personale straniero. Sostenitore del Ciiaq (Comitato italiano immigrazione altamente qualificata).

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