– “L’arte e la parte insieme mi autorizzano ad affermare che votare scheda bianca è una manifestazione di cecità altrettanto distruttiva dell’altra, O di lucidità, disse il ministro della giustizia, Che cosa, domandò il ministro dell’interno, ritenendo di aver udito male, Ho detto che votare scheda bianca si potrebbe considerare come una manifestazione di lucidità da parte di chi l’ha fatto, Come osa, in pieno consiglio del governo, pronunciare una simile barbarità antidemocratica, dovrebbe vergognarsi, non sembra neanche un ministro della giustizia, sbottò quello della difesa.”

Una capitale imprecisata di un imprecisato paese. Elezioni amministrative. Tre partiti (p.d.d, p.d.s. e p.d.m. ridotti a paradigma gnomico di una libertà di scelta solo parvente) si contendono la guida della città. A sorpresa la spuntano le schede bianche (il 70% dei voti validi). Elezioni ripetute, stesso vincitore: le schede bianche assommano all’83% dei voti validi. Il Governo abbandona la capitale, messa in stato d’assedio, e per il tramite del suo Ministro dell’Interno (anche lui relegato alla dimensione dell’astrazione, simbolo di una istituzione priva di referente spazio – temporale) ordisce piani di depistaggio (un attentato alla metropolitana, un lancio di volantini eversivi sulla città, la costruzione di indizi a carico di una donna che quattro anni prima era rimasta immune da un’epidemia di cecità) nel tentativo di trovare un capro espiatorio per quella che viene definita la sedizione dei “biancosi”.  Nel frattempo, tutt’intorno, la gente continua a vivere in una normalità disarmante, più civile e matura che pria, in un’atmosfera rarefatta e allo stesso tempo pregna di senso politico, capace di spingere il lettore sull’orlo di una nevrosi. Non capisci e, orfano del conforto di una spiegazione apparente, non ti resta che riflettere.

Sull’arroganza del potere, sull’introspezione della democrazia, sull’eziologia delle scelte collettive, sul ruolo dell’informazione, sulle fondamenta della legittimazione politica quando questa deriva da un voto vuoto, ritualizzato e stanco.

Sono i temi del romanzo Saggio sulla lucidità, scritto dal Nobel per la letteratura Josè Saramago. Mutatis mutandis, sono i temi di una riflessione che, nell’odierna cornice politica italiana, non solo è attualizzabile, ma forse addirittura doverosa.

Gli italiani, checché se ne dica, sono legati alla politica almeno quanto alla pasta, o alla pizza, o al calcio. In questo paese non c’è discussione, questione o idea che non sia passibile di essere “buttata in politica”. Viviamo di “panpolitica”, benché spesso trincerati dietro un qualunquismo di maniera e un’insofferenza interessata, dovuta più a insoddisfazioni personalistiche che a sana diffidenza nei confronti della politica, del potere e dello Stato. Tutto ciò è suffragato dal tasso di partecipazione degli italiani alle elezioni degli ultimi 10 anni, sempre molto alto, tra il 70 e l’80 per cento, qualche volta addirittura maggiore. Un’anomalia, se confrontato a quello di altri paesi di consolidata tradizione democratica, come Svezia, Regno Unito e Stati Uniti, che è strutturalmente e notoriamente più basso.

Le elezioni regionali di domenica potrebbero presentare, di fronte a questo trend, un elemento di interessante novità, qual è l’astensionismo. Il precedente delle elezioni regionali francesi di qualche settimana fa è significativo: al primo turno gli elettori recatisi alle urne sono stati meno della metà degli aventi diritto (il 52% non ha votato), con grave nocumento soprattutto per l’Ump, partito di governo del presidente Nicolas Sarkozy.

Come va interpretato l’astensionismo? E’ un attentato alla democrazia? Un’abiura ai propri diritti politici? O piuttosto un esercizio di raziocinio liberale, un inno alla democrazia e alle sue molteplici declinazioni possibili, compresa quella che condurrebbe alla sua autodistruzione?

Torna utile, nel cercare una risposta a questi interrogativi, rimuginare sulle schede bianche di Saggio sulla lucidità. Votare scheda bianca è, a mio parere, un atto di premeditata partecipazione “eversiva”, possibile e lecito, ma sempre, anche se spontaneo e non organizzato, di matrice sovversiva. Astenersi dal voto, invece, è una scelta di istintività individuale, l’esercizio negativo di una libertà e di un diritto, quello di voto, che per quanto sia qualificato anche come dovere dalla nostra Costituzione, costituisce un dovere sempre meno di quanto costituisca un diritto, dunque azionabile come non azionabile. Mentre la scheda bianca tende a mettere sotto scacco la funzionalità democratica delle istituzioni elette, l’astensione ammonisce la politica a non essere autoreferenziale, è la scelta di una società autosufficiente che ricorda alla politica la sua subalternità rispetto agli individui e alla loro libertà di rifiuto. Nel caso delle regionali italiane, specie nelle regioni del Sud, l’astensione rappresenterebbe la gradita spia di esistenza di un voto d’opinione a cui guardare con positività, un avvisaglia di declino per un voto strutturalmente clientelare. Se la gente non vota mostra di avere un’opinione solida e matura, non ricattabile né riscattabile attraverso la promessa di uno scambio. Il tasso di astensione, in quanto non-voto d’opinione, è, secondo me,  inversamente proporzionale a quello di clientelarismo della politica.

Sia chiaro però. Le opinioni espresse finora non sono e non vogliono essere un invito all’astensione. Piuttosto, mi piacerebbe che fossero un incentivo ad esprimere, in un caso o nell’altro, una domanda politica seria e meditata. Che si voti oppure no, lo si faccia rifuggendo la tentazione del baratto.