Un radical center anche per la politica italiana. Senza smontare il bipolarismo

L’invito di Thomas Friedman sul New York Times di due giorni fa, la creazione di tea party dei “radicali di centro”, muove da una novità per la politica americana: una riforma tanto importante – il ridisegno della sanità nazionale – approvata con i soli voti della maggioranza democratica, senza il concorso dell’opposizione. Non era accaduto nemmeno nel 1965 con l’istituzione di Medicare, il fondo di assistenza sanitaria pubblica per gli anziani: persino allora metà dei repubblicani sostenne la proposta democratica.
Il successo di Obama, sostiene l’editorialista, rischia di essere una vittoria di Pirro: se i democratici dovessero subire uno scotto elettorale troppo marcato alle prossime elezioni di mezzo termine, le altre grandi questioni politiche aperte (dall’istruzione alla politica energetica, dal fisco all’immigrazione) potrebbero arenarsi nelle secche dello scontro iperpartigiano tra i due grandi partiti. Proprio sulle grandi riforme è necessario che le forze politiche trovino il coraggio di ‘spartirsi’ gli ineluttabili costi sociali ed elettorali di breve periodo, rinunciando a facili opportunismi  ed evitando – dice Friedman – che “il sistema politico punisca il legislatore per aver fatto le cose giuste”.

Ci appare immenso l’oceano quando pensiamo che qui, in Italia, negli ultimi dieci anni ben due riforme costituzionali sono state votate dalla sola maggioranza di governo e la fisiologica dinamica parlamentare è ormai schiacciata ed inibita dal combinato disposto di decretazione d’urgenza e ricorso alla fiducia. E le soluzioni immaginate da Friedman (sostanzialmente un ridisegno delle circoscrizioni elettorali ed una riforma del voto che permetta l’emergere di candidati e posizioni indipendenti) non sono italianizzabili. Nel nostro paese la priorità è la costruzione di un quadro politico bipolare imperniato su grandi formazioni che si confrontino sul piano programmatico, offrendo all’elettorato leader forti, frutto di una selezione interna accesa e competitiva.
Eppure, scontate tutte le differenze, l’auspicio di Friedman ad un approccio radicale all’azione di governo – insieme riformatore, pragmatico e responsabile – è importabile. Anzi, va importato.

L’edizione odierna de Il Sole 24 Ore propone cinque ‘alfieri’ del radicalismo di centro (e noi di Libertiamo siamo più che felici che nel paniere venga incluso Benedetto Della Vedova, accanto a Giuliano Amato, Gianfranco Fini, Enrico Letta e Bruno Tabacci). Ognuno di questi, per propria parte e per propria quota, è impegnato da tempo nell’innovazione del quadro istituzionale, del sistema economico e del modello sociale, in una battaglia che è innanzitutto interna ai singoli partiti.

E’ da evitare – insieme – la tentazione di rieditare l’esperienza dei ‘volenterosi’ (interessante esperimento di dialogo ma poco più, per definizione) o di scommettere sulla palingenesi del sistema: sotto le macerie di un default politico (o quello finanziario, drammaticamente possibile) difficilmente nascono buone piante. Il superamento del bipolarismo banalmente muscolare e partigiano non passa nemmeno dalla riedizione di un “centro tattico”,  ma da una scommessa ambiziosa: la modernizzazione di questo quadro politico, il consolidamento di meccanismi di dialettica e selezione delle policy e dei leader interni ai partiti, la costruzione di un patto bipartisan per le grandi riforme che servono al paese per uscire dalla trappola del declino.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

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