– Per qualche anno, più d’uno ha teorizzato che il successo della Cina fosse il risultato dello speciale modello di libero mercato senza libertà politica. Si sono frequentemente tessute le lodi di un governo che può realizzare enormi opere pubbliche e complesse riforme strutturali senza le lungaggini imposte dalla democrazia e dal diritto. Si è sovente valutato come sopportabile – e sostanzialmente accettato dalla popolazione – il costo della rinuncia a molte delle libertà civili caratteristiche dell’Occidente, posto che il beneficio è stato un benessere crescente e sempre più diffuso, frutto di un tasso di crescita galoppante persino nel corso degli anni cupi della crisi mondiale. D’altronde, è un fatto che l’opinione pubblica cinese (intendendo con questo termine quella porzione di popolazione, cospicua ma ancora minoritaria, che ha accesso ai mezzi di informazione ed alla tecnologia informatica) sia in gran parte indifferente all’esistenza della censura ed accetti di buon grado l’autoritarismo di regime. Così come è evidente che l’insofferenza e l’opposizione più o meno esplicita sia un fenomeno limitato e poco diffuso, tendenzialmente polarizzato in alcuni gruppi religiosi o etnici, solo timidamente presente tra studenti, giovani professionisti e lavoratori.

Eppure, la mirabolante vicenda di Google in Cina mostra come sia una mera illusione che la libertà economica resti viva quando le manca l’ossigeno della libertà di opinione e dello stato di diritto. E se la prima delle due condizioni è ancora indifferente al grosso della popolazione cinese, l’assenza della seconda è un ostacolo difficilmente superabile.

Google è entrata nel mercato cinese accettando – come hanno fatto altri – il compromesso con il regime. I primi incoraggianti risultati, conditi da interessanti profitti, sembravano confermare la bontà della scelta, ma ben presto si è capito che l’accordo con Pechino era demoniaco: Mountain View stava vendendo la sua anima, quella che di sé offre in giro per il pianeta, ed in più stava consentendo al suo clone mandarino Baidu di prosperare ed ai servizi segreti cinesi di infiltrarsi nei suoi forzieri di dati.

La decisione di Google di abbandonare la Cina può aprire ora una voragine, perché da qualche tempo un numero crescente di investitori occidentali sta seriamente riflettendo sul senso e sulle condizioni del proprio investimento cinese: una ricerca dell’American Chamber of Commerce rivela come il 38 per cento delle società americane attive in Cina non si senta benvenuto dalle autorità locali, una quota in forte crescita rispetto al 26 per cento di qualche mese fa. I manager intervistati sottolineano come l’opacità della regolazione favorisca la discrezionalità dei giudici, che tendono a favorire gli interessi dei soggetti nazionali rispetto a quelli stranieri, i quali sempre più spesso lamentano il furto della propria proprietà intellettuale (in quanto a protezione dei diritti di proprietà, l’Heritage Foundation colloca la Cina al 148esimo posto su 180 paesi classificati). Ancora, rispetto all’high-tech, negli appalti pubblici e nelle politiche di acquisto delle società statali si è ormai affermata l’imposizione alle compagnie straniere di includere nei propri prodotti componenti cinesi. E’ soprattutto grave, a detta degli intervistati, che si diffondano, in modo pressoché arbitrario, gli arresti di dirigenti stranieri con l’accusa di corruzione e spionaggio.

Google ha avuto il coraggio di denunciare un’evidenza che i governi occidentali – gli stessi che si accingono ad inaugurare i più fastosi padiglioni all’Expo di Shangai – catalogano come affare interno alla Cina e su cui pensano, sbagliando, di non avere alcuna responsabilità. In un certo senso, la Cina sta “comprando” l’accondiscendenza degli investitori stranieri con gli enormi tassi di crescita, capaci di sopravanzare i costi dell’arbitrarietà del governo. Ma come accade mutatis mutandis con lo yuan, Pechino non potrà continuare a lungo a tenere in piedi un’artificiale svalutazione della libertà e del diritto.