Chiesa e abusi sessuali: è finito il silenzio, non inizi il pettegolezzo

Una versione ridotta di questo articolo è apparsa su Il Secolo d’Italia di oggi, giovedì 24 marzo 2010 (dal titolo “Pedofilia: la Chiesa finalmente è chiara, i suoi avversari no”) – Era prevedibile che una Chiesa ossessionata dalla morale sessuale divenisse vittima di una polemica vendicativa e facile contro la “pedofilia ecclesiastica”. Ed era persino scontato che nulla sarebbe stato risparmiato ad una Chiesa abituata ad identificare in modo sempre più disinvolto l’omosessualità con la pedofilia, come a suffragare la sostanza maligna della causa con la natura perversa dell’effetto, risciacquando il linguaggio del pregiudizio nelle formule del discorso scientifico.

La lettera di “riparazione” di Benedetto XVI alla Chiesa d’Irlanda ha, in questo quadro, un valore insieme pastorale e politico e tenta di sgombrare il campo dagli equivoci, ammettendo onestamente la portata dello scandalo. Parlando ai cattolici irlandesi, il Pontefice ragionevolmente spera che ad intendere la forza e la novità del messaggio sia l’intero episcopato cattolico. Se alla Chiesa è necessaria una misura di verità rispetto a casi troppo a lungo misconosciuti, la stessa disponibilità è però richiesta alla società che assiste a questo percorso di purificazione e di pentimento.

I casi di violenza contro i minori, che vanno emergendo numerosi anche per l’impegno delle gerarchie ecclesiastiche, sempre più indisponibili a troncare e sopire le voci, non rappresentano uno scandalo della Chiesa, ma uno scandalo nella Chiesa. Non dicono nulla dei sentimenti e della realtà morale di oltre un miliardo di cattolici e degli oltre quattrocentomila sacerdoti che esercitano la propria missione ai quattro angoli della terra. Dicono al contrario molto del modo in cui anche la Chiesa è stata attraversata da una violenza che segna, probabilmente da sempre, la storia dell’uomo, e del modo in cui essa ha elaborato questo “passaggio”.

La stessa reazione, più che censurabile, che per anni le gerarchie episcopali hanno riservato a questo fenomeno, a metà tra l’elusione e la rimozione, non è specificamente cattolica. Un analogo riflesso protettivo della dimensione “intima” della comunità è valso, in modo ancora più generale, nelle famiglie, che – quando ne sono state segnate – hanno tradizionalmente interpretato come un vizio del carnefice e una vergogna della vittima quel “sacrificio”, che solo recentemente si è imposto come un crimine di cui occorreva denunciare il colpevole, risarcendo, almeno in parte, chi ne era stato straziato.

I silenzi, i ritardi, le omissioni – di cui laici ed ecclesiastici si sono resi responsabili – nascevano presumibilmente dal timore di nuocere all’immagine e alla reputazione della Chiesa e allo stesso interesse di quanti avevano subito violenza, come se a proteggerli potesse paradossalmente servire il rifiuto di riconoscerne pubblicamente la tragedia.

Anche rispetto alla Chiesa, l’irrompere di una questione troppo a lunga rimossa si presta ad abusi e interpretazioni scandalistiche. Una pubblicistica pruriginosa, ricorrendo ai più abusati stereotipi denigratori, in questi anni ha già prodotto e additato al pubblico ludibrio varie categorie di “pedofilo perfetto”. Tutte figure di irregolari – a partire ovviamente dagli omosessuali – che non rappresentano minimamente la realtà e la natura di un crimine tragicamente “comune”, consumato nell’assoluta maggioranza dei casi all’interno delle famiglie e da parte dei familiari delle vittime.

Nella  guerra alla pedofilia c’è anche una morbosità voyeristica e un’indignazione pettegola, che non racconta il male, ma si limita ad esorcizzarlo. E’ quasi inutile ricordare i casi giudiziari in cui, contro tutte le evidenze, i colpevolisti hanno cercato di seppellire sotto le colpe inesistenti di presunti pedofili la propria ossessione protettiva nei confronti dei bambini. Accanto a tutto ciò, c’è stato e c’è anche un uso più freddamente spregiudicato dello scandalo, per regolare conti rimasti aperti, sia nelle vicende private che in quelle pubbliche. E non c’è dubbio che la Chiesa si trovi oggi impigliata anche in uno scontro del genere, in cui gli avversari cercano di approfittare della sua debolezza e di ingigantire le sue responsabilità.

E’ una delle conseguenze indesiderate e inevitabili del crollo del muro del silenzio. Assai pesante dal punto di vista civile e disastrosa per la reputazione di quanti si trovano coinvolti, spesso loro malgrado, nel “dice-dice” pettegolo di certo fanatismo anti-pedofilo, che non vuole fare chiarezza sulle colpe, ma perseguire una strategia seriale di colpevolizzazione di chiunque si presti, a seconda dei casi di cronaca, a interpretare la parte del  colpevole “perfetto”.

In questo quadro, ha ragione chi chiede che la questione delle violenze sessuali compiute contro i minori da sacerdoti cattolici sia valutata nelle sue dimensioni e caratteristiche reali, senza dedurre dal silenzio e della rimozione, che pure ha segnato la reazione della gerarchia ecclesiastica, una forma di condiscendenza o di tolleranza ideologica nei confronti della violenza. Anche il legame tra celibato ecclesiastico, sessuofobia e violenza sembra ispirato ad una lettura troppo meccanica e lineare per essere accettato come una spiegazione persuasiva delle numerose vicende che vedono coinvolti i sacerdoti cattolici . In questi casi contrabbandare le correlazioni come rapporti di causa, alla ricerca della spiegazione “vera” è, per definizione, fuorviante. Appaiono assai più condivisibili letture che accettano, e non rigettano, la complessità del problema, come quella suggerita da Enzo Bianchi, che ha offerto lo scorso 14 marzo su la Stampa uno dei più misurati e attenti contributi sul tema usciti finora sulla stampa italiana. Ha ricordato infatti il priore della comunità di Bose “quante accuse gratuite e sciocchezze” siano state pronunciate contro “il celibato in sé, mentre non ci si chiede se e in che misura non sia a volte la condizione di celibato ad apparire una facile scappatoia per chi ha problemi relazionali e sessuali […] Si dovrebbe anche richiedere che gli educatori non vivano in universi chiusi, in collegi monosessuati dove non è presente la varietà delle componenti della società: uomini e donne, giovani e anziani… L’immaginazione a volte può subire derive fantasmatiche proprio dalla mancanza di diversità, dalla fissazione ossessiva su un’unica tipologia di alterità.

La conversione e purificazione che la Chiesa ha auspicato e annunciato merita un’attenzione onesta e partecipe. La discussione sarà per tutti tanto più utile quanto più il mondo laico saprà resistere alla tentazione di maramaldeggiare contro un nemico in difficoltà, e quanto più nel mondo cattolico si eviterà di addebitare al contagio “modernista” e quindi alla storia post-conciliare della Chiesa una tragedia che affonda le sue radici anche nella storia secolare dell’istituzione e delle comunità cattoliche.

Nell’emergere di uno scandalo storicamente rimosso, si mostra comunque la forza di quella società contemporanea, di cui troppo stucchevolmente si continua a denunciare l’anomia e la dissolutezza morale. A rendere incompatibile con il “secretum” una piaga che ha accompagnato nei secoli la vita delle famiglie e delle comunità (non solo religiose) è stata innanzitutto la forza culturale e civile di una società più informata e consapevole, capace di contestare la violenza consumata al riparo dell’autorità (del padre, del prete, del maestro…) e di trascinare nel discorso pubblico una questione confinata in un “privato”, che per i carnefici era di impunità e per le vittime di abbandono.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

4 Responses to “Chiesa e abusi sessuali: è finito il silenzio, non inizi il pettegolezzo”

  1. Luca Pozzoni scrive:

    E’ grave sicuramente l’atto, indipendentemente da chi lo compie, consacrato o meno, ma ben più grave ritengo che sia il fatto di poter contare su una comunità omertosa, quando non effettivamente complice. Non si tratta secondo me di semplice “vergogna”, ma delle conseguenze di un aspetto rilevante della confessione dominante nel nostro Paese.

    Da una parte, la Chiesa (quella cattolica, i cristianesimi sono tanti e assai variegati sul piano teologico come su quello etico: l’anno scorso sono stati religiosamente uniti in matrimonio due preti anglicani, entrambi maschi) tende a colpevolizzare comportamenti che, per una società laica e secolarizzata, non hanno (o non dovrebbero avere) alcuna rilevanza penale e non devono (dovrebbero) essere considerati come un motivo o una giustificazione alla discriminazione (divorziati, orientamento omosessuale, ecc); e ben sappiamo quanto nel nostro Paese pesino certi ostracismi cattolici; al suo interno, la Chiesa tende invece a sminuire quando non rimuovere, con parole (efebofilia, una licenza nei seminari, guai però se la pratica un vecchietto al parco), opere (Crimen sollicitationis), e omissioni (“Date a Cesare”) l’aspetto penale, quando esiste, del peccato commesso dai propri “fedeli”.
    Un conto è la gestione privata di un vizio personale (essere pigri, golosi, ecc): c’è chi chiede consiglio a un amico, chi va dallo psicologo e chi si affida a un “educatore” della parrocchia; un altro invece l’omertosa gestione di questioni sia semplicemente di carattere etico (a.e. leggerezza coniugale) sia gravate da rilevanza penale (furto, omicidio, stupro e chi più ne ha più ne metta) che coinvolgono anche altri soggetti, quasi sempre ignari del particolarissimo rapporto di confidenza fra il colpevole e il confessore. Dal punto di vista della legge, il prete a cui viene confessato un reato diventa a tutti gli effetti un complice. Un ruolo che, se fossi prete, mi rifiuterei, da cittadino, di dovermi assumere.

    Tollerare il “segreto del confessionale” sta diventando insostenibile. Dovrebbe esserlo prima di tutto per i “fedeli” (a.e. marito e moglie che si confessano dallo stesso prete, o genitori e figlio/a/i/e soggetto a particolari interessi da parte della propria supposta “guida spirituale”), per motivi prettamente evangelici (Prima di portare la tua offerta all’altare, va dal tuo fratello e riconciliati con lui): perché la Chiesa, paladina di tanti “valori”, fatica a concepire la grandezza del “valore della trasparenza”? Se fossi prete, direi a chi mi confessa un peccato-reato: Se vuoi la certezza del perdono di Dio, vai dai Carabinieri e denuncia ciò che hai fatto, in quel momento Dio ti avrà perdonato; se non te la senti, non venire qui a rendermi tuo complice.
    Che lo Stato tolleri una gestione così opaca di atti tanto gravi “agli occhi di Dio” ma non solo, dimostra senz’altro una grave carenza da parte delle istituzioni civili. Finora è stato concesso un privilegio, una sorta di zona franca, e la Chiesa ha scelto deliberatamente di approfittarne. Credo sia ora di voltare seriamente pagina.

  2. Carmelo Palma scrive:

    Al valore della trasparenza, come a quello della libertà religiosa, la Chiesa è stata, anche suo malgrado, trascinata dalla storia della libertà…Senza società e informazioni libere, la Chiesa (nel senso gerarchico del termine) non sarebbe stata minacciata dalle rivelazioni e non avrebbe scelto di aprire gli armadi.

    Però non mi piace che si racconti della Chiesa – nel senso non gerarchico, come comunità cattolica – qualcosa che non è vero, cioè che questi scandali esprimono la sua sostanza profonda, la sua “ideologia”. Capisco la tentazione di ritorcere contro un Papa, che ha propalato stereotipi discriminatori (ad esempio contro i gay), stereotipi anti-cattolici altrettanto facili. Ma non mi piace, non mi piace davvero per niente, perchè la Chiesa non è nè Ratzinger nè Bertone, nel bene come nel male. Non voglio fare da “laico” contro la Chiesa i discorsi che la Santanchè fa contro l’Islam.

  3. Giusi scrive:

    @Carmelo: sono d’accordissimo. nel senso che sarebbe stato ‘facile’ strumentalizzare a 3 giorni dal voto le notizie del NYT su Bertone e Ratzinger da parte di ‘laicisti’ – ma la differenza tra i laici veri (e anticlericali seri e liberali) e i fondamentalisti religiosi o atei devoti è proprio questa… il rifiuto dell’anatema

  4. iulbrinner scrive:

    Mi sembra apprezzabile l’invito – espresso nell’articolo – a non cadere nelle facili tentazioni della generalizzazione anti-cattolica rispetto a fenomeni (scandali, vengono definiti) comunque circoscritti e che non rappresentano affatto l’ethos profondo di cui la Chiesa si rende testimone.
    E’ stato scritto con chiarezza.
    Ciò che non mi sembra altrattanto condivisibile – sempre ammesso che l’esercizio del dissenso trovi cittadinanza su queste pagine – è la contrapposizione (peraltro espressa in modo soffice e velato) che viene proposta tra un mondo asseritamente ‘discriminatorio’ (quello cattolico) ed uno non discriminatorio (difficile dargli una definizione idealtipica, data la varietà delle etichette); tra un mondo dell’opacità (sempre quello cattolico) ed uno della trasparenza (altrettanto difficile dargli una definizione idealtipica).
    Spingendo la sostanza logica della proposizione, si potrebbe anche arrivare a dire che la descrizione sembra riflettere quella sorta di contrapposizione, assai praticata e diffusa nella cultura dominante, tra una civiltà della luce (quella che sa definirsi solo in negativo, per differenziazione dall’altra) aperta, inclusiva e consapevole rispetto ad una civiltà delle tenebre (ovviamente quella cattolica) chiusa, discriminatoria e omertosamente incline alla rimozione psicologica delle proprie colpe.
    Che questo sia, in qualche modo, il messaggio implicito (quasi subliminale, si potrebbe dire) lo ricavo proprio dalla parte “aurea” e tollerante del discorso; quel non scendere al livello di chi “cavalca stereotipi discriminatori, lancia anatemi, chiude gli armadi e occulta crimini al riparo della propria autorità”.
    Una specie di benevolenza magnanima calata dall’alto, a me sembra.
    Ricolfi ha coniato un’espressione per tipizzare questo genere di atteggiamenti (con riferimento alla sinistra ma non solo): complesso del migliore.
    Ecco, mi sembra di individuare questa pecca di fondo nelle posizioni qui espresse, sempre ammesso che il dissenso trovi cittadinanza….

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