– Manca un giorno al pronunciamento della Corte Costituzionale sul matrimonio gay. E’ fissata, infatti, per domani, 23 marzo 2010, l’udienza sulla legittimità o meno del matrimonio fra persone dello stesso sesso,  il giorno tanto atteso dalla comunità gay. Sarà la data che potrebbe segnare, grazie alla cosiddetta via giurisprudenziale, il primo importante traguardo per il movimento gay italiano in lotta da ormai circa quattro decenni (senza risultati degni di nota, a mio giudizio, ma questo è un altro discorso).
La Consulta è chiamata a dare il suo insindacabile parere di costituzionalità su tre richieste (negate) di pubblicazioni per altrettanti matrimoni gay auspicati e ovviamente non ancora celebrati. Autrici del gesto definito “affermazione civile” sono state tre coppie, due gay e una lesbica, due di Trento e una di Venezia. Una delle due coppie trentine, va detto, è composta dal presidente di GayLib (l’unica associazione gay di centrodestra), Enrico Oliari, consigliere comunale del Popolo della libertà a Merano (Bz), e del suo compagno Lorenzo Longhi, artista piemontese.
Oliari rappresenta da sempre la stecca nel coro della destra italiana, fin dai tempi del vecchio Msi, quando fu cacciato dal partito dai suoi camerati concittadini per essere poi riammesso d’imperio dall’allora segretario nazionale Gianfranco Fini. Da allora sono trascorsi più di quindici anni. A mettersi di traverso tra Oliari e la sua militanza nel centrodestra continua però a insistere – sia pure con toni più pacati e una parvenza di dialogo timidamente avviata – la cosiddetta “questione omosessuale”, tuttora irrisolta e alla quale soprattutto la politica non è riuscita o non ha voluto fino ad oggi a dare un barlume di risposta.
Molti gli indugi e le malriuscite mediazioni con i governi di turno. Addirittura paradossali furono le carambole verbali, tutte schiantatesi nella lana caprina di ingegnose quanto inutili sigle, dell’ultimo esecutivo di centrosinistra, impantanatosi e quasi caduto proprio sui tentativi di regolamentazione per le unioni gay. Proposte di legge mai definitivamente discusse che avevano chiamato prima Pacs, imitando il francese patto civile di solidarietà, poi Dico, una dichiarazione di convivenza all’italiana nella quale la coppia di fatto spariva, poi Cus, una unione solidale contrattualizzata. Come dire: tanto rumore per nulla. Era la tragicomica stagione a cavallo tra il 2007 e l’inizio del 2008.
Una indecorosa pagina di farsa politica che, però, è riuscita almeno a convincere le associazioni omosessuali, una volta tanto decisamente concordi, a percorrere nuovamente la via maestra: quella del matrimonio, l’unica, fino a prova di eventuale incostituzionalità, che potrebbe garantire una reale parità di diritti e doveri di fronte allo Stato e alla comunità civile anche per le coppie gay che sarebbero così finalmente riconosciute. Linea sulla quale si è assestata, dopo il recente congresso dell’ottobre 2009, anche la gaya destra di GayLib (che peraltro includeva l’allargamento del matrimonio alle coppie gay fin dal suo manifesto fondativo, datato 1997). Una posizione intransigente che, come era facilmente immaginabile, ha creato un naturale sgomento in una classe politica imbambolata e confusa in materia di diritti civili. Più di qualcuno, infatti, anche tra i laici favorevoli a individuare una via alternativa e lessicalmente meno scandalosa rispetto alla tradizione italica del matrimonio come unione tra un uomo e una donna, ha ironizzato su come possa essere possibile che proprio i gay – libertini per eccellenza secondo la vulgata – in un Occidente sulla via della fuga di massa dalla ritualità dei fiori d’arancio e dell’abito bianco, vogliano invece invertire la tendenza e convolare a giuste e costituzionali nozze. Altri, con più cattiveria ideologica, specie tra i cattolici più chiusi e retrivi, hanno già ricordato come uno dei primi matrimoni gay celebrato in Spagna dopo la riforma del diritto di famiglia di Zapatero sia finito in un sanguinolento macello con due morti, uno accoltellato, l’altro, l’assassino, impiccatosi per disperazione. Cronaca andalusa di un anno fa.
A differenza dei fin troppo occhiuti clericali, noi siamo portati a credere che la violenza familiare, la cronaca e la quotidianità nel bene e nel male non facciano discriminazioni di genere o orientamento affettivo. Scorrono nel tempo e, ad esse, in base ai mutamenti e alle esigenze della società, le leggi debbono essere conseguenti. A meno di non voler finire nel ruolo, non troppo lusinghiero del demagogo in cui si è imbattuto purtroppo Maurizio Gasparri, capogruppo del Pdl al Senato: ad una settimana dal pronunciamento della Consulta e a due dal tribolato voto nel Lazio, attaccando la radicale Emma Bonino, ha pensato di buttarla in caciara, mettendo confusamente sullo stesso piatto la battaglia per il governo regionale, il matrimonio gay e la pillola abortiva.
Chissà come la prenderà Gasparri leggendo che uno dei trepidanti gay in attesa di “visto matrimoniale” è addirittura un eletto del Pdl, per giunta ex missino. Come lui.
Nello stesso tempo è almeno discutibile l’iniziativa promossa dalle associazioni “Certi Diritti” e “Sì, lo voglio” di manifestare due giorni prima del pronunciamento della Consulta. Mai quanto questa volta scendere in piazza, infatti, non serve a nulla. Anzi. Potrebbe dare l’idea sbagliata di voler politicizzare a priori quello che, nei fatti, è l’atto dovuto della Corte.

E’ certo che le decisioni della Corte (chiamata, è bene sottolinearlo, ad interpretare una Costituzione del 1948) saranno sensibilissime di interpretazioni, strategie, letture ed analisi politiche. E se è chiaro che anche di fronte a una eventuale dichiarazione di incostituzionalità del matrimonio gay il problema delle unioni omoaffettive da regolamentare resterebbe assolutamente intatto, sarebbe ancor più curioso capire quale atteggiamento assumerebbe la politica di fronte ad una sentenza favorevole.
In un caso o nell’altro, sarà interessante – e probabilmente sconfortante – assistere alla reazione di quel “pezzo” di PdL che preferisce uno sbrigativo “conservatorismo” reazionario al buonsenso, all’affermazione ed alla declinazione in chiave contemporanea del diritto di cittadinanza e del principio di eguaglianza.