L’eventuale fine della Pac non segnerà la fine delle politiche interventiste dell’UE

– Per ora, sembra che lo scontro in atto tra Europarlamento e Commissione Europea sia stato vinto dal primo, che ha di fatto stralciato la proposta di Barroso di estromettere le politiche agroalimentari dalle priorità dell’Unione. Ma dato che la riforma della Pac è ancora tutta da scrivere, la partita sembra ancora tutta da giocare. In ballo c’è la destinazione d’uso di circa il 42 per cento del bilancio europeo, che fino ad oggi (anzi, fino al 2013) è stato destinato a finanziare, con diverse modalità, la Politica Agricola Comune. E se da una parte Barroso faceva notare che gli obiettivi strategici dell’Unione sono aumentati rispetto al passato, e che difficilmente gli stati membri saranno disposti a ritoccare al rialzo la percentuale di PIL con cui contribuiscono al budget comunitario, la Commisione Agricoltura del Parlamento Europeo, per bocca del suo presidente Paolo de Castro, fa sapere che

c’è chi considera la Pac semplicemente l’espressione degli interessi di una categoria, gli agricoltori. Non è così. È una vecchia concezione sbagliata, che lo stesso Barroso dimostra di avere; una visione ristretta, superata dopo le riforme della Pac del 1999 e del 2003. Oggi, la Pac non è interesse esclusivo degli agricoltori, ma è una politica per tutti i cittadini europei.

In queste parole c’è tutta la posta in palio. Effettivamente dalla riforma del 1999 e in seguito grazie a quella del 2003 la Pac non è più una voce di bilancio ad uso e consumo esclusivo degli agricoltori. Da un lato, il regime “disaccoppiato” degli aiuti diretti agli agricoltori ha diminuito il potere di ingerenza dell’Unione nelle scelte economiche ed agronomiche delle aziende restituendo loro, in cambio di un cospicuo ribasso degli aiuti percepiti, una quota di libertà. Se prima un agricoltore riceveva dei sussidi differenziati a seconda delle colture (un tot a ettaro per il mais, un tot per gli altri cereali, un tot per le oleaginose, nulla per le foraggere, ecc.), oggi, sulla base del calcolo della media dei premi ricevuti nel triennio 2000-2002 le aziende ricevono un contributo fisso, a prescindere da ciò che coltivano (sorvoliamo in questa sede sull’assurdo sistema di calcolo del contributo, completamente arbitrario, e sulle discriminazioni che ha prodotto).

Dall’altro lato, però, il cosiddetto “secondo ramo” della Pac, quello che riguarda gli aiuti allo sviluppo, ha allargato ben oltre le aziende agricole l’orizzonte dei soggetti beneficiari degli aiuti. Grazie all’individuazione di obiettivi che poco hanno a che fare con l’agricoltura, come la sostenibilità dello sviluppo, la sicurezza alimentare, il presidio e la tutela del paesaggio rurale, la Pac è diventata il primo strumento per le politiche ambientali europee, e i primi destinatari degli aiuti, per lo più contributi a fondo perduto, sono diventati enti pubblici territoriali (comuni, comunità montane, parchi), consorzi, associazioni di categoria, e tutte quelle realtà che, potendo accampare un qualche legame col territorio rurale, sono in grado di presentare progetti “green“. Grazie alla Pac, tanto per fare un esempio, molti comuni coprono i costi della manutenzione delle strade (basta includere nel progetto qualche cartello che parli di ambiente e di paesaggio).

Quindi già nel 1999 e nel 2003 in Europa avevano capito che era conveniente lasciare invariato il peso della Pac, concentrandosi piuttosto su come e dove ripartire le sue risorse. Anche perché gli Stati membri e la loro classe politica hanno mostrato di apprezzare la torrenziale pioggia di denari e la discrezionalità che viene loro concessa nel distribuirli attraverso i cosiddetti PSR (i Piani di Sviluppo Rurale, che in Italia vengono redatti dalle regioni). Per questo motivo sembra che la tenzone tra Commissione ed Europarlamento riguardi più che altro, e non sarebbe una novità, il nome delle cose. Che si chiami Pac, come pretende l’assemblea, o che, più onestamente cambi nome, come vorrebbe Barroso, quel 42 per cento di risorse del bilancio dell’Unione rimarrà un insostituibile strumento di finanziamento per la politica, un insopportabile strumento di ingerenza della politica nelle scelte degli imprenditori, agricoli e non, del vecchio continente, e un inutile costo per i suoi contribuenti.


Autore: Giordano Masini

Agricoltore, papà e blogger, è titolare di una azienda agrituristica nell'Alto Viterbese e si interessa prevalentemente di mercato, agricoltura, scienze e sviluppo curando il blog lavalledelsiele.com. Prima di tutto ciò è nato a Roma nel 1971, ha studiato storia moderna e ha provato a fare politica qua e là, sempre con scarsa soddisfazione.

3 Responses to “L’eventuale fine della Pac non segnerà la fine delle politiche interventiste dell’UE”

  1. Giovanni Boggero ha detto:

    Che dire. Bisognerebbe spiegarlo al professor Mattei, che con una certa audacia a lezione è riuscito a proferire le seguenti parole: “L’UE è il braccio armato del WTO”. Posto che anche il WTO ha spesso tradito la sua missione originaria, di liberale nelle politiche UE non ci vedo proprio nulla. Mistero…

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  1. […] 22 marzo 2010 tags: agricoltura, barroso, de castro, europa, pac, PSR, UE by Giordano Masini Libertiamo – […]

  2. […] è quella di mantenere comunque in vita lo strumento che più di ogni altro ha contribuito al declino dell’agricoltura europea; la guerra all’ultimo sangue è quella che da oggi in avanti sarà combattuta tra gli Stati […]